In Sicilia, la siccità è un male che si combatte con le “Invocazioni”.

di Giuseppe Firrincieli

 

Non piove da tre mesi nel cuore della Sicilia, una vasta area tra le province di Caltanissetta ed Enna, peraltro, molto rinomata per essere stata definita in passato ”Il granaio di Roma”.

Centinaia di aziende agricole si trovano in difficoltà per mancanza di foraggio per gli animali d’allevamento e per il pericolo di perdita dei raccolti.

Agricoltori e allevatori del luogo si sono riuniti, domenica a Marianopoli in provincia di Caltanissetta, sostenuti dalla Diocesi capeggiata da Monsignore Giuseppe La Placa, vescovo di Caltanissetta, e  da una moltitudine di persone, composta da amici e parenti, per andare in processione al Santuario di Bilici ed  invocare il Santissimo Crocifisso e Sant’Antonio Abate, quest’ultimo protettore dei contadini.

Più di 600 persone hanno partecipato all’Invocazione per chiedere al Padre eterno che piova, prima che tutti i sacrifici degli operatori agricoli vadano in fumo.

Stando alle previsioni meteo, gli animi degli agricoltori e allevatori siciliani dovrebbero tranquillizzarsi da qui a poco, visto che nell’Isola, nel giro di pochi giorni, Giove Pluvio dovrebbe farsi rivedere  nell’intero territorio e portare un po’ di tranquillità, o quanto meno dirimere le odierne preoccupazioni con piogge piuttosto consistenti.

E la Sicilia non è per niente nuova ad invocazioni collettive del genere e fatte,  fra l’altro, con grande fervore e partecipazione.

In buona sostanza, il siciliano, è stato sempre legato alle religioni e con l’avvento del Cristianesimo ancora di più, anche se episodi di eccesso non ne siano mancati come quella avvenuta 127 anni or sono.

Nell’aprile del 1893, in Sicilia minacciava un disastro per siccità. Candele consacrate bruciavano nelle chiese notte e giorno e rami di palma, benedetti in occasione delle festività della Domenica delle Palme, erano stati appesi agli alberi nelle campagne di Salaparuta, in provincia di Trapani; secondo antichissime usanze, la polvere spazzata dalle Chiese, venne sparsa per i campi. A Nicosia, in provincia di Enna, gli abitanti, a piedi scalzi e a capo scoperto, nel portare i crocifissi per tutti i quartieri, si flagellarono l’un l’altro con fruste di ferro, ma invano, il miracolo della pioggia non avvenne. I siciliani continuarono ancora con Sante Messe, vespri, concerti, illuminazioni con fiaccole, girandole, ancora invano. I contadini iniziarono a perdere la pazienza, la maggior parte delle statue, raffiguranti i santi Protettori, furono bandite; a Palermo scaricarono la statua di San Giuseppe in un giardino perché potesse vedere, da se, lo stato delle piante  e giurarono di lasciarla lì, sotto il sole, finché non arrivasse la pioggia. Altre statue di Santi furono voltate con la faccia contro il muro, come dei bambini in castigo; altre, spogliate dei loro paramenti, vennero portate lontano dalle loro Chiese per essere minacciate e calate negli abbeveratoi degli animali. A Caltanissetta, le ali d’oro di San Michele Arcangelo vennero strappate dalle spalle e sostituite con ali di cartone ed ancora, il bellissimo manto color porpora venne sostituito con degli stracci. A Licata, in provincia di Agrigento, la statua del Santo Patrono, Sant’Angelo, venne ridotta ancora peggio e cioè, dopo averla spogliata di tutte le vesti, venne incatenata e minacciata di impiccagione al grido “O fai chiòviri, o t’affucamu”.

Sì, oggi, il racconto esprime grande umorismo, ma la paura di poter morire di fame per la lunga siccità, per i siciliani di allora, era una cosa seria. Oltretutto il Santo Protettore per tutti gli isolani esprime un forte attaccamento d’amore ed una immensa fiducia. Si pensi a quanto siano legati a Santa Rosalia, i palermitani o i Catanesi a Sant’Agata e il grado di fiducia verso i propri Santi, per tutti i siciliani, sale a dismisura, specie quando si chiede qualcosa per arginare una qualsiasi calamità.

In Sicilia, ancora, il Patrono o la Patrona vengono identificati come il padrino o la madrina di tutti a cui chiedere protezione, specie quando si tratta di acqua piovana, uno dei primi elementi vitali, specie nel settore agreste.

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