La Spagna massacra con il carcere gli indipendentisti Catalani

di Salvo Barbagallo

 

Non c’è prospettiva o “speranza” per quelle collettività che aspirano alla loro indipendenza. La “lezione” la dà la Spagna nella delicata “controversia” con la Catalogna che, dopo legittime elezioni, si era proclamata “indipendente”. Dopo avere messo dietro le sbarre i leader delle tre compagini indipendentiste JUNTSxCat, Erc-CatSì e Cup, l’allora premier spagnolo Mariano Rajoy, con i poteri speciali che gli aveva conferito il senato di Madrid all’indomani della proclamazione della Repubblica Catalana aveva proceduto con la destituzione del presidente Carles Puigdemont, del suo governo e dello scioglimento del Parlamenti Catalano. Subito diciotto candidati indipendentisti (fra i quali Puigdemont) alle elezioni appena svolte vennero incriminati per “ribellione e sedizione” e molti di questi incarcerati, qualcuno andò in esilio.

Il giudice dell’Audiencia Nacional Carmen Lamela aveva confermato quanto richiesto dalla Procura e in manette finirono (fra gli altri) sette componenti del destituito Governo della Generalitat, il vicepresidente Oriol Junqueras e i ministri Jordi Turull (Presidenza), Meritxell Borrás (Goberno), Raül Romeva (Esteri), Joaquim Forn (Interno), Carles Mundó (Giustizia), Dolors Bassa (Lavoro) e Josep Rull (Territorio). Il giudice Carmen Lamela aveva inoltre ordinato che gli otto componenti del Governo catalano venissero separati e detenuti in cinque prigioni diverse: il vicepresidente Oriol Junqueras e il ministro Joaquim Forn nel carcere di Estremera, Jordi Turull e Raul Romeva a Valdemoro, Josep Rull a Navalcarnero e Carles Mundò a Aranjuez. Dolors Bassa e Meritxell Borras saranno detenute nel carcere femminile di Alcalà. Il magistrato aveva motivato il provvedimento con un “rischio fuga” degli imputati, oltre alla possibilità di “reiterazione del reato” e “distruzione di prove”. Risultavano “latitanti”, con un mandato di cattura europeo, il governatore  Carles Puigdemont e quattro ministri, Meritxell Borras, Joaquim Forn, Antoni Comin, Dolors Bassa e Maritxell Serret, che si erano trasferiti a Bruxelles, dove sono rimasti. Ma ora la “latitanza” verrà interrotta.

Scrivevamo il 22 dicembre di due anni addietro: La grande stampa, dopo lunghi silenzi, ha risvegliato ieri (21 dicembre) il suo interesse verso la Catalogna, nel giorno cioè in cui i Catalani dovevano recarsi alle urne. E probabilmente pochi potevano prevedere la grande affluenza alle urne – oltre l’86 per cento – che sottolinea in maniera inequivocabile l’errore “poliziesco” del premier spagnolo Mariano Rajoy allorché tentò di impedire il primo ottobre scorso il Referendum sull’Indipendenza indetto legittimamente dal Governo regionale Catalano. E probabilmente pochi credevano in un successo delle forze indipendentiste (le tre compagini JUNTSxCat, Erc-CatSì e Cup) che hanno raggiunto la maggioranza assoluta dei seggi, 70 su 135, anche se in termini di voti hanno perduto a vantaggio del partito centrista unionista di Ciudadanos. Quanto accaduto allora adesso può considerarsi solo “storia”.

Due anni dopo le giornate convulse del 2017 – dal referendum ritenuto illegale alla dichiarazione d’indipendenza approvata dal Parlamento di Barcellona – il Tribunale supremo di Madrid ha messo la parola fine al capitolo giudiziario infliggendo pene fra i 9 e i 13 anni di carcere ai leader separatisti che all’epoca avevano responsabilità di governo. Condanne tra i 9 e i 13 anni di carcere per l’ex vicepremier Oriol Junqueras, l’ex speaker del parlamento catalano Carmen Forcadell, i leader indipendentisti Jordi Sànchez e Jordi Cuixart, e gli ex ministri catalani Dolors Bassa, Joaquim Forn, Raul Romeva, Jordi Turull e Josep Rull. Con le stesse accuse, un altro giudice ha emesso un nuovo mandato di cattura internazionale per l’ex premier catalano, Carles Puigdemont espatriato in Belgio. La condanna più pesante è stata inflitta al vice di Puigdemont, Oriol Junqueras, leader carismatico della più forte formazione politica indipndentista, Esquerra Republicana de Catalunya: 13 anni, da scontare nella prigione catalana di Lledoners. Dodici anni di carcere per gli ex assessori Jordi Turull, Raül Romeva e Dolors Bassa, 11 e mezzo per l’ex presidente del Parlament, Carme Forcadell, 10 anni e mezzo per gli altri assessori Josep Rull e Joaquim Forn e 9 anni per gli unici due imputati che non avevano responsabilità dirette nell’amministrazione, Jordi Sànchez e Jordi Cuixart. “Los Jordis”, presidenti dei due grandi movimenti della società civile, Anc e Òmnium Cultural.

Guai, dunque, a parlare d’Indipendenza per istituzionalizzare una precisa identità-entità socio/territoriale/culturale/economica: la Spagna sta offrendo un quadro ben chiaro di cosa può accadere a chi cerca l’Indipendenza, in barba a qualsiasi principio di “democrazia”, che in tanti esprimono solo a parole ma non nei fatti.

Pensate cosa accadrebbe in Sicilia se un ipotetico Presidente eletto (Musumeci, oibò…) osasse chiedere l’Indipendenza dell’Isola! Non avrebbe scampo, finirebbe immediatamente in galera e butterebbero la chiave in mare, come suol dirsi. Ma questo “rischio” l’Italia non lo corre, avendo in Sicilia consoli e proconsoli che salvaguardano l’unità nazionale.

I “nostalgici” dell’Indipendentismo Siciliano si trovano intruppati nei soliti partiti, forse per una questione di sopravvivenza, e nessun nuovo eletto alla Presidenza penserà mai di indire un Referendum per accertare cosa vogliono veramente i Siciliani. Questo sicuramente sarebbe un grosso rischio che nessun amante di poltrone vorrebbe correre.

La parola “Indipendenza”, comunque la si pronunci, a chi la pronuncia può portare soltanto problemi. Fino alla settima generazione…

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