Catalogna indipendentista: l’agonia della democrazia europea

di Salvo Barbagallo

 

Già scritto: non c’è prospettiva o “speranza” per quelle collettività che aspirano alla loro indipendenza. La “lezione” la continua a dare la Spagna nella delicata “controversia” con la Catalogna che, dopo legittimo referendum, si era proclamata “indipendente”. Prevedibilissime le reazioni dei Catalani dopo la condanna a 13 anni di carcere per l’ex vice premier Oriol Junqueras, leader del movimento indipendentista “Esquerra Republica de Catalunya”, e le pene inflitte fra i 9 e i 13 anni per l’ex speaker del parlamento catalano Carmen Forcadell, per i leader indipendentisti Jordi Sànchez e Jordi Cuixart, e per gli ex ministri catalani Dolors Bassa, Joaquim Forn, Raul Romeva, Jordi Turull e Josep Rull. Pene inflitte anche ai personaggi politici Catalani “latitanti” – perseguiti da un mandato di cattura europeo, il governatore – il presidente della Generalitat Carles Puigdemont e quattro ministri, Meritxell Borras, Joaquim Forn, Antoni Comin, Dolors Bassa e Maritxell Serret, che si erano trasferiti a Bruxelles. Puigdemont si è consegnato alle autorità belghe, ma è stato rilasciato «senza cauzione» e con «la possibilità di lasciare il Paese con l’autorizzazione di un giudice». Puigdemond ha affermato che si opporrà a ogni tentativo d’essere rimandato in Spagna.

Già cinque giorni di proteste in tutta la regione, con fase accesa ieri a Barcellona con lo sciopero generale che ha visto la partecipazione di seicentomila di oltre mezzo milione e mezzo di persone convenute nella città da ogni parte della Catalogna: inevitabili gli scontri violenti fra manifestanti e forze di polizia in assetto di antisommossa che hanno utilizzato gas lacrimogeni e proiettili di gomma. Decine di manifestanti sono finiti dietro le sbarre. Ripercussioni anche nella vita normale della capitale catalana: la Sagrada Familia ha chiuso i battenti e la Liceu Opera ha annullato la rappresentazione che era in programma, chiusi gli stand del mercato della Boqueria e la maggior parte dei negozi, oltre cinquanta voli annullati e diverse strade sono state interrotte, fra cui la AP7 che porta verso la Francia, mentre la casa automobilistica Seat ha chiuso la sua fabbrica di Martorell, vicino Barcellona, che ha oltre 6.500 impiegati.

Una situazione esplosiva a meno di un mese dalle quarte elezioni legislative in quattro anni, che si terranno il 10 novembre, in Spagna che mette in serie difficoltà il governo del premier socialista Pedro Sanchez, sotto pressione da parte della destra, che chiede misure eccezionali per ristabilire l’ordine. I Catalani non considerano chiusa la “controversia”: secondo la stampa spagnola, spunta l’ipotesi di un secondo referendum sull’indipendenza. Quim Torra, attuale presidente della Generalitat, ha affermato che “si tornerà nuovamente alle urne per l’autodeterminazione: se tutti i partiti ed i gruppi lavoreranno per renderlo possibile, chiuderemo la legislatura con l’indipendenza”.

Un appello viene lanciato da Pep Guardiola, l’allenatore catalano del Manchester City: “C’è bisogno che l’Europa risolva questo conflitto”. Parole che cadono nel vuoto: l’Europa è assente e sorda, il termine “democrazia” sembra aver perduto il suo profondo significato. Con i tempi che corrono, come già detto in tante circostanze, a parlare d’Indipendenza per istituzionalizzare una precisa identità-entità socio/territoriale/culturale/economica si può solamente incorrere nelle repressioni che nulla hanno da inviare ai regimi fascisti. La Spagna sta offrendo un quadro ben chiaro di cosa può accadere a chi cerca l’Indipendenza: qualsiasi principio di “democrazia”, a qualsiasi livello, deve essere cancellato.

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