Armi nucleari “made in USA” in Sicilia? Che strano: qualcuno “ora” se lo chiede

di Salvo Barbagallo

 

Nella nostra Isola può accadere di tutto. Come, per esempio: il quotidiano locale si chiede se in Sicilia ci siano armamenti nucleari “made in USA”. Se pur positivo l’interrogativo appare strano in quanto lo stesso giornale in precedenza ha “esaltato” l’opera meritoria dei marines di stanza nella base di Sigonella a favore delle comunità etnee. Marines adibiti a funzione di  “giardinieri” nelle scuole o nelle zone verdi coperte da rifiuti della provincia. Ora lo stesso giornale (“La Sicilia”, 10 luglio 2019) ipotizza che nelle caverne di Lentini/Augusta vi siano “depositati” missili nucleari statunitensi. Addirittura, forse, ben conservati i famigerati Cruise che dopo le contestazioni di Comiso dei lontani Anni Ottanta, sarebbero rimasti sul nostro territorio e non riportati nella patria d’origine.

L’episodio ci riporta alla memoria la meraviglia dell’attuale ministro della Difesa Elisabetta Trenta che, poco tempo addietro, rispondendo alle commissioni congiunte Esteri e Difesa di Senato e Camera, che avevano chiesto ragguagli sulle notizie apparse sulla stampa internazionale sulle operazioni che vengono svolte dai droni USA di stanza nel Catanese, ha affermato: Ho chiesto approfondimenti sulla questione, comunque tutte le attività di Sigonella vengono fatte nel rispetto della legge italiana e internazionale. Ma spero di avere una documentazione aggiornata su questo in tempi brevi (…).

Dunque. Mentre non stupisce più di tanto la mancata conoscenza di ciò che accade nelle installazioni “italiane” dove operano in maniera “autonoma” i militari che vengono da quegli Stati Uniti che stanno oltre Oceano, c’è da chiedersi cosa ha spinto all’improvviso il giornale locale, e il suo prestigioso articolista, a porre sul tappeto un argomento che, di certo, può considerarsi scottante. Una “sterzata” anti USA? Non lo crediamo in quanto nell’articolo si parla di “misteri” Siciliani da “Guerra Fredda”: mentre si svelano le caverne/deposito missili segrete, nell’articolo  contemporaneamente si sottolinea anche l’inquietante presenza russa sul territorio Siracusano e Ragusano per via di insediamenti di pompe di benzina (la Lukoil che ha acquisito la raffineria Erg). L’autore dell’articolo (Tony Zermo) “penna” di fiducia dell’editore del giornale, si chiede: “È difficile spiegare come mai gli americani non abbiano impedito ai russi di installarsi così vicino alle loro posizioni (…). Forse il nocciolo della questione si può trovare in questa frase…

Con “La Voce dell’Isola” da anni ci siamo chiesti il perché fin troppe volte i marines di “Casa nostra” siano stati esaltati dalla stampa locale, tante volte (fin troppe). In più circostanze ci siamo chiesti quale fosse il reale obbiettivo della esagerata reclamizzazione (diffusione/propaganda?) di iniziative di per sé piuttosto discutibili, presentate come esemplare modello di “integrazione” fra la popolazione locale e gli yankee a Stelle e Strisce.

Ogni medaglia ha, comunque, due facce: l’articolo indicato, infatti, ha “rivelato” che in Sicilia possono esserci ordigni nucleari stranieri (nel caso in specie, statunitensi): ipotesi che “La Voce dell’Isola” avanza da anni. Così come da anni questo giornale ha indicato la pericolosità della presenza “autonoma e stabile” di militari e sofisticate armi e attrezzature made in USA (Marines, droni, MUOS, eccetera) non solo a Sigonella ma anche in altre svariate installazioni più o meno segrete (da Augusta a Trapani, a Porto Palo, eccetera). Una presenza stabile che, a nostro avviso, è pari ad una “occupazione militare” che determina “servitù” e forti limitazioni pure in ambito civile (aeroporti di Fontanarossa, Trapani, porto di Augusta, eccetera). Il tutto, ovviamente, alla luce del sole, con il beneplacito (complicità?) dei Governi nazionali e regionali che si sono succeduti nei decenni.

Non ci sono “misteri” in Sicilia: ci sono soltanto Trattati le cui clausole si perdono lontano e che, nonostante il mutare dei personaggi che hanno governato e governano il Paese, vengono mantenute “secretate”. A nostro avviso non c’è clima da “Guerra Fredda”, ma clima di “preparazione alla guerra” con uomini e mezzi “stranieri” che in Sicilia la fanno da padroni.


Vale la pena riportare alla memoria un articolo pubblicato quattro anni addietro, il 31 maggio 2015:


Sicilia “proprietà” degli USA?

 

di Salvo Barbagallo

 

Gli Stati Uniti d’America sono veramente “adirati” per la questione MUOS di Niscemi: la questione “legale” che sta tenendo bloccati (momentaneamente) i lavori degli impianti satellitari, infatti, non era stata messa in conto, ed ora “auspicano” che intervenga il Governo nazionale. E’ quanto emerge da un’intervista del console generale degli Stati Uniti d’America a Napoli, Colombia Barrosse, rilasciata al quotidiano locale “La Sicilia”, che sembra farsi compiacente “portavoce” delle istanze statunitensi. Ed è di certo molto istruttivo il contenuto dell’intervista, che porta la firma di Mario Barresi. Il console esordisce affermando “La faccenda del MUOS? Viene seguita con molta attenzione dalla Casa Bianca, la stessa attenzione che mi auguro ci sarà da parte del governo italiano…”. E’ evidente e consequenziale che ci sia “molta attenzione” sulla vicenda dal momento che – come afferma Colombia Barrosse – “nel sito di Niscemi sono stati spesi finora 62 milioni di dollari, più un indotto complessivo di 210 milioni di euro ogni anno fra l’installazione e Sigonella…”.

Ma, ovviamente, non è soltanto la parte economica che ha il suo peso nella storia: il “sistema satellitare”, senza Niscemi, perderebbe il “controllo” dell’intera area del Mediterraneo, del Nord-Africa e del Medio Oriente, anche se funzionante per il resto del globo.  La responsabilità del “blocco” del MUOS, secondo il console americano, ricade su “un piccolo gruppo di persone” che fa leva sulla paura della gente. Come dire che il discorso sull’inquinamento (eccetera) è soltanto una “manipolazione”. Noi preferiamo non entrare nel merito dei tecnicismi che hanno portato il MUOS-USA in Tribunale e le decisioni prese dai magistrati. Abbiamo espresso in precedenza, e per lungo tempo, la nostra opinione: il MUOS sarà realizzato e opererà dalla Sicilia perché, alla fine, prevarranno i Trattati bilaterali Italia-USA e la “ragion di Stato”. Il problema è a monte e la responsabilità ricade sui Governi “italiani” che hanno firmato “quei” Trattati che hanno trasformato, nella pratica, pezzi di territorio della Sicilia  in “proprietà” esclusiva degli Stati Uniti d’America. L’installazione militare di Niscemi esiste da decenni, così come da decenni esiste Sigonella-USA e tante altre (piccole o meno grandi) installazioni sparse per l’intera isola. Il “pericolo” non è l’eventuale inquinamento che può provocare il MUOS: il pericolo è nella presenza degli apparati militari. E qui non si tratta di essere “antiamericani” o “antimilitaristi”. Al console statunitense Colombia Barrosse ci piacerebbe chiedere come reagirebbero i suoi connazionali se l’Italia (ohibò!) avesse installazioni militari sue in una qualsiasi parte degli States. A nostro avviso – ma noi, è risaputo, non siamo esperti di Trattati internazionali – ci troviamo di fronte a una “sovranità” territoriale violata. E poiché non siamo “esperti” in faccende internazionali, ci riferiamo sempre e pedissequamente a quanto contenuto in un Trattato internazionale, quel “Trattato di pace fra l’Italia e le Potenze Alleate ed Associate” sottoscritto a Parigi il 10 febbraio del 1947 che all’articolo 50, comma 4, recita letteralmente “In Sicilia e Sardegna è vietato all’Italia di costruire alcuna installazione o fortificazione navale, militare o per l’aeronautica militare…”.

Il console USA Colombia Barrosse

Ovviamente, i Trattati vanno firmati con l’intento poi, più o meno celato, di disattenderli alla prima occasione, a seconda della convenienza di una parte o di un’altra.

Non è soltanto il MUOS che dovrebbe allarmare i Siciliani, ma tutto l’armamentario (più o meno noto) esistente in Sicilia il cui uso (o abuso) non viene portato a conoscenza. E ci mancherebbe che si venisse a sapere, per esempio, quale attività svolgono i droni Global Hawks stanziati a Sigonella da anni, e che tipo di armi vengono custodite nel depositi della Naval Air Station.

Pezzi di Sicilia “proprietà” degli Stati Uniti d’America? A quanto pare risposta “affermativa”, visto che, con molta disinvoltura, per apparati militari non italiani gli USA in terra italiana (leggasi MUOS o Sigonella, o altro) spendono decine e decine di milioni di dollari.

Il console Colombia Barrosse ricorda che fra Italia e USA c’è “un rapporto di alleanza storico e valido”. Noi ricordiamo al console americano che, al tempo di Mussolini, c’era un altrettanto “rapporto di alleanza storico e valido” tra Italia e Germania. Sappiamo tutti come è andata a finire…

 

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