Scandalo: i giudici di Messina tagliano i viveri a tre minori

di Giuseppe Proiti

 

«Dlin dlon»
Marianna: «Chi è»?
«I carabinieri»
Marianna: «Prego, entrate»
Saverio: «Lo vedi questo coltello? Con questo ti ucciderò»

Palagonia, Sicilia. Sono queste le infuocate affermazioni che faceva Saverio Norfo davanti alla moglie Marianna Manduca, i loro 3 bambini e i pubblici ufficiali.
La donna veniva costantemente maltrattata e arrivò a sporgere 12 denunce alle autorità riguardo gli episodi di violenza (anche assistita) subiti.
Questa pubblica indifferenza continuò per anni, fino a quando nel 2007 Marianna venne massacrata a coltellate per strada, così come le era stato promesso.
Questo non è un film … purtroppo è una triste … incresciosa realtà.
Il Norfo, che ingiustamente, ma secondo le norme del diritto processuale penale, ha potuto beneficiare del “rito abbreviato”, è stato condannato a soli 20 anni di galera per un delitto così efferato.
Si parla di una doppia tragedia, perché dopo il fatto di femminicidio, ci sono i bambini da tutelare.

Nel caso di specie (nella medesima condizione si trovano circa 1600 minori in Italia) i bambini furono prima presi in affidamento e successivamente adottati dal cugino della Manduca, Carmelo Calì e la moglie Paola Giulianelli, che assieme ai 2 loro figli allargarono a 7 i componenti della famiglia.
Lo Stato inizialmente venne incontro alle difficoltà di questo nucleo familiare, e vista la grave mancanza che dimostrò nel non aver apprestato concrete tutele dopo le ripetute denunce alla donna vittima di violenza, nel 2017 riconobbe il danno materiale subito dai 3 figli orfani, con un risarcimento di 259.000 euro.
Nella sentenza di primo grado si leggevano queste parole: «inescusabile negligenza per inadempienza dei giudici della procura di Caltagirone».
Una sentenza esemplare, che ha condannato i pm per “inerzia” nella gestione del caso, e che ha applicato per la prima volta la “legge del 1988 sulla responsabilità civile dei magistrati”.
Una sentenza che tecnicamente si definisce “additiva” perché aggiunge diritto, creando un precedente giurisprudenziale.
Pochi giorni fa, esattamente il 19 marzo, “giusto” il giorno della festa del papà – quasi a voler richiamare quella “concezione paternalistica” tipica dello Stato fascista – il rovesciamento di fronte: «Gli orfani di Marianna dovranno restituire con gli interessi i 259.000 euro percepiti dallo stato a titolo di risarcimento».
Stupisce che, proprio da Palazzo Chigi, che “simbolicamente” si mette le medagliette rosse al petto, arrivi un esito così sfavorevole che nega un futuro ai minori orfani. Dopo l’emissione della sentenza di primo grado, non era stato prospettato un ricorso in Appello da parte dell’Avvocatura dello Stato.
E invece non è stato così! Il ricorso da parte della Presidenza del Consiglio dei Ministri è stato fatto, e si è arrivati a questa pronuncia: «Si trattava di una tragedia annunciata: Saverio Norfo era talmente determinato ad uccidere che i magistrati e le forze dell’ordine  non avrebbero potuto fare niente per fermarlo». La Corte d’Assise d’Appello di Messina, dunque, assolve i giudici della procura di Caltagirone che in primo grado erano stati condannati per dolo e colpa grave, per “non avere impedito”.
Si è chiaramente in presenza di una “deriva autoritaria”: il rischio è quello di tornare a legittimare una categoria di reato del 1930 che – dopo anni di lotte antifasciste – si riteneva espunta dal nostro ordinamento, ovverosia il «delitto d’onore».
Persino il Capo dello Stato Sergio Mattarella ha pubblicamente affermato, con riferimento ad episodi recenti, che debbono scongiurarsi certi “rigurgiti di fascismo”.
Carmelo Calì annuncia con i suoi legali battaglia in sede di Cassazione e si dichiara alle cronache «beffato dallo Stato, il quale prima spinge le vittime a denunciare e dopo le lascia sole, senza una concreta assistenza». Poi continua … incalzando furioso: «A questo punto che senso ha la legge n.119/2013 sullo “stalking”, la quale ha introdotto l’art. 612-bis nel nostro codice penale? Che senso ha l’istituzione di fondi per le vittime di violenza, se a venire meno è proprio la figura dello Stato?».
Si badi: la sentenza di Messina non è un caso isolato, ma si pone in continuità con quel filone giustificatore del “delitto passionale” che sta tornando a insinuarsi nel nostro ordinamento, con la conseguente riesumazione del «delitto d’onore». In particolare, la recente attenuante della cdd. “tempesta emotiva” dovuta alla delusione “amorosa”, concessa dai giudici di Genova all’omicida di Jenny Angela Coello Reyes, risulta emblematico in tal senso.
A Messina si passa dalla «inescusabile negligenza per inadempienza dei giudici» alla «tragedia inevitabile» che assolve i giudicanti messinesi in secondo grado.

Da nord a sud, dunque, sussistono degli allarmi che debbono essere raccolti dalla magistratura, dall’opinione pubblica e dalla politica che dovrebbe intervenire, altrimenti, il rischio è quello di creare un perverso “circuito nazionale” contro la tutela effettiva della donna e dei bambini.
Il rischio è che si ceda ad un “non sentimento” estraneo alla vera natura umana, quello dell’inazione, senza una forte ribellione avverso dei fatti che generano scandalo!
E che dire dell’uccisione di Marco Vannini? Si sentono ancora rimbombare nei nostri timpani le sue grida, e quelle di una madre calpestata nella dignità, che chiede disperatamente Giustizia! Troppe urla in questa Povera Italia in costante sanguinamento … dilaniata dal dolore!

Questi episodi ci fanno balzare indietro di molto, nel cammino verso la civiltà, e offendono il lavoro di quanti, anche fuori delle aule dei tribunali si sono impegnati e continuano ad impegnarsi con la risposta culturale, dunque preventiva, a questi raccapriccianti fenomeni.
La storia è fatta di difficili conquiste, che devono, non solo essere mantenute, ma anche prospetticamente progredire “in meius” all’interno del tessuto sociale.

Le conclusioni che si possono trarre da questi casi sono amare, deludenti, ma non prive di speranza per chi trova sempre e comunque la forza di opporsi e reagire con i fatti. La Rai ha dedicato alla “vicenda Manduca” un film dal titolo “I nostri figli”, mandato in onda lo scorso 6 dicembre.
«Si parte da una sofferenza, ma si racconta anche come lenire la ferita, guarirla» – dichiara il regista Andrea Porporati«quei bambini non sono solo i figli della famiglia Calì ma sono di tutti noi».
Prosegue con queste parole l’attrice protagonista (assieme a Giorgio Pasotti) Vanessa Incontrada: «Non consentirò che uno Stato, spesso complice, ci possa divorare come una bestia feroce. La società dovrebbe tutelare le donne molto di piùoffrire molte più forme di protezionepiù attenzione. Viviamo ancora in un mondo molto maschilista, dove resistono certi stereotipi sulle donne. Sarà difficile scardinarli, ma noi continuiamo a lottare».

Vengono sempre in mente le parole del presidente Sandro Pertini: «Io credo nel popolo italiano.
È un popolo generoso, laborioso. Non chiede che lavoro, una casa, e di poter curare la salute dei propri cari. Non chiede quindi il paradiso in terra. Chiede quello che dovrebbe avere ogni popolo».

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