Sant’Agata: il senso religioso della terza festa religiosa più importante al mondo

Sant'Agata in carcere, Giovanni Lanfranco

di Luigi Asero

 

Una “Sant’Agata 2019” molto particolare quella che sta per volgere al termine mentre il fercolo trainato da migliaia di devoti sta percorrendo il centro cittadino al grido di “cittadini…cittadini… semu tutti devoti? Tutti?“. Una festa rimasta in bilico fino a poche ore fa quando considerate tutte le variabili prevedibili dell’ondata di maltempo si è scelto di continuare i festeggiamenti e avviarsi verso il giro interno che tanta gente attira nel capoluogo etneo, ogni anno e da ogni parte del mondo.

Qui però non vogliamo parlare della cronaca né iniziare a dar fiato all’ennesima polemica su fatto che sia giusto o meno giusto trasformare una festa sacra in un momento profano, seppur di grande intensità emotiva.

La devozione alla Santa Agata da parte della popolazione catanese, alla “picciridda” (bambina), consacrata a Dio per sua precisa scelta sin dalla tenera età, ha origini centenarie. Il martirio cui Agata fu sottoposta è a tutt’oggi, a nostro modesto avviso, esempio per quanti credono che la dignità di una donna e di qualsiasi essere umano non possa essere lesa per le bramosie di un uomo, potente o meno che sia, che ne fa solo oggetto del proprio folle desiderio. Sant’Agata forse dovrebbe essere anche Santa Protettrice di tutte le vittime di femminicidio per esempio.

Ma quale insegnamenti ci ha lasciato il suo martirio e la sua Santità? Quale messaggio è giunto a noi tanti secoli dopo? Perché Agata è così tanto indelebilmente nel cuore della popolazione etnea al punto da far pensare che una traccia Sua sia presente nel nostro dna? Traggo per queste riflessioni alcuni passi da “La vita di Agata” che pubblicammo nel 2012 a proposito del Suo martirio

Ad Agata furono stirate le membra, fu percossa con le verghe, lacerata col pettine di ferro, le furono squarciati i fianchi con lamine arroventate. Ogni tormento, invece di spezzarle la resistenza, sembrava darle nuovo vigore. Allora Quinziano si accanì ulteriormente contro la giovinetta e ordinò agli aguzzini che le amputassero le mammelle. “ Non ti vergogni, gli disse Agata, “ di stroncare in una donna le sorgenti della vita dalle quali tu stesso traesti alimento, succhiando al seno di tua madre? ”.

L’ordine di Quinziano era un gesto di rabbia e di vendetta: ciò che non aveva potuto ottenere, ora voleva distruggere. Voleva vederla soffrire per il dolore del martirio e per il pudore violato. Voleva umiliarla nella sua dignità di donna, ma nessun segno di turbamento segnò il volto né le parole di Agata: “ Tu strazi il mio corpo ”, disse, “ ma la mia anima rimane intatta ”

Questa città, Catania, che tanti problemi ha visto, tanti ne sta vedendo e sicuramente tantissimi ne vedrà anche in futuro si riconosce in queste caratteristiche. Certo oggi, a dir tutta la verità, un esempio del genere è “seguito” soltanto nelle parole, è pur vero che nessuno di noi nasce santo o santa a prescindere.

Nei momenti più brutti della città però, così come in quelli di tanti singoli cittadini, nel corso dei secoli sant’Agata c’è sempre stata. Ha sempre aiutato Catania.

Già un anno appena dopo la sua morte terrena, l’uno febbraio del 252 dC una violenta eruzione dell’Etna minacciò la città, gli abitanti dei villaggi presero con devozione il velo che avvolgeva il suo sepolcro e lo portarono davanti alla lava, il velo bianco diventò rosso come il sangue. Il 5 febbraio l’eruzione si arrestò. Il 5 febbraio del 251 (un anno prima appunto) fu il giorno del suo martirio.

E nel 303 dC fu la vergine Lucia di Siracusa (poi a sua volta Santa Lucia) a recarsi al sepolcro di Agata portando con sé la propria madre gravemente ammalata sperando che la madre si convertisse a Dio e che  Agata la salvasse. Poche ore dopo Agata apparse in sogno a Lucia con queste parole “Lucia, sorella mia, perché domandi a me ciò che tu stessa puoi fare? Confida che come la città di Catania è sublimata da me in Cristo, così la tua Siracusa sarà nobilitata da lui per te”. La madre guarì, Lucia fu martirizzata il 13 dicembre dell’anno seguente. Divenne poi la Santa Patrona di Siracusa.

Un fiume di lava fuoriuscì dalle viscere dell’Etna nel 1669, subito dopo un violentissimo terremoto che distrusse la città, diversi crateri si aprirono lungo i fianchi del vulcano. Uno dei fiumi lavici procedeva inarrestabile verso Catania, tutto sembrava perduto. Anche in questo caso i catanesi presero il Sacro Velo e lo portarono davanti alla colata che minacciava la città. L’eruzione durò 68 giorni, la lava giunse fino al fossato del Castello Ursino dopo aver distrutto vari centri abitati lungo le pendici dell’Etna. A 300 metri ormai dalla Cattedrale la lavà scansò tutti  i luoghi in cui Agata era stata imprigionata e martirizzata, compreso il luogo della sua sepoltura. La lava deviò verso il mare, qui proseguì il suo cammino per oltre 3 chilometri formando la scogliera meta estiva dei catanesi, e non solo.

Simili “accadimenti” (miracoli) i catanesi li vissero anche nel 1239, nel 1381, nel 1408, nel 1444, nel 1536, nel 1567 e poco prima nel 1635.

Poi fu la volta del nuovo violento terremoto del 1693, provocato dalla faglia sottomarina ibleo-maltese. 18 mila furono le vittime, nessuno delle poche migliaia di superstiti voleva più ritornare in città. E poi le due terribili ondate di peste, nel 1576 e nel 1743 inspiegabilmente fermate dopo processioni con le reliquie di Sant’Agata. E ancora l’eruzione del 1866 che minacciò la distruzione di Nicolosi. I suoi abitanti implorarono il cardinale Dusmet di portare il velo di Sant’Agata. Così fece il cardinale, la lava si fermò.

E poi un indefinito numero di miracoli “personali”, di cui poco si sa. Ma l’offerta dei “ceri” spesso è legata a “Grazia ricevuta”, di cui non si può dire, non sappiamo. Ma migliaia di “Grazie ricevute” non possono essere soltanto casualità. Ogni catanese (e non) nel suo cuore ha un pezzo di “Agata”, “da’ picciridda”.

Perché tutto questo discorso? Per spiegare che Sant’Agata è per i catanesi qualcosa che non si può spiegare. Molti non conoscono neanche tutta la storia esatta, e sicuramente nemmeno lo scrivente. Ma Sant’Agata è un “sentirla” dentro di sé. Sapere che c’è e che per la sua città ha sempre dato tutta Sé stessa, perché tutta Sé stessa consacrò a Dio e a Gesù Cristo.

Le polemiche dei tempi moderni. La festa è diventata, come tutte le feste religiose ormai, una questione consumistica. I devoti quasi si “appropriano” del fercolo e sembrano non aver rispetto del fatto sacro che dovrebbe essere al centro dei festeggiamenti. Inchieste negli anni scorsi hanno rivelato anche interessi mafiosi intorno alla macchina organizzativa.

Però ieri come oggi è stato un giorno di pioggia, incessante. Si è temuto di dover sospendere le celebrazioni, si è temuto che tutto (o una parte) dovesse essere annullato. La festa è invece proseguita. Tanta gente ha preferito ritirarsi, rientrare. Tante persone non sono nemmeno andate a vedere il giro. Pioggia e vento hanno reso difficile al Comitato anche assumere le giuste decisioni probabilmente. Non è mancato chi ha voluto farne polemica. Ma tanto le polemiche non mancano mai.

È stato quasi, per tutti, un cattivo presagio. Sant’Agata è arrabbiata, non vuol più che La si ricordi così! Ma oggi, ai tempi della tecnologia, abbiamo i video, gli smartphone, le dirette sui social dei “devoti”. E ascoltando con attenzione, guardando con attenzione ogni singolo video (non certo tutti i video, ma tanti sicuramente) abbiamo colto una Catania che schiacciata dal dissesto, da situazioni economiche svantaggiate, da tantissimi problemi… ha pregato. I devoti del 4, inzuppati di acqua, senza quasi più voce quando ancora avevano gridato pochissimo rispetto agli anni passati, erano tutti lì perché “Sant’Agata non si abbandona, a picciridda la portiamo per tutto il giro. Idda (lei) si è sacrificata per noi, noi facciamo qualcosa per Lei”, (parole più o meno tradotte a beneficio dei non siciliani).

E allora, Sant’Agata forse ha fatto un altro miracolo. Migliaia, decine di migliaia di persone, probabilmente centinaia, hanno pregato. Tutte insieme, a loro modo, ma con tutto il loro cuore, alternando il Padre Nostro alle frasi tipiche che sono comunque una preghiera. Gridando parole che ai profani appaiono folkloristiche e mettendo in quelle parole ciò che il loro cuore chiede alla piccola Agata. In un mondo alla deriva e sempre più votato al consumismo e all’esibizione di sé (cioè a ciò che piace a Satana) Catania ha risposto corale:

Semu tutti devoti? Tutti? Evviva Sant’Agata

 

Grazie “Picciridda”. Grazie di quest’altro Miracolo. Assisti sempre chi da secoli Crede in Te, generazione dopo generazione.

Foto: Sant'Agata in carcere, Giovanni Lanfranco (Wikipedia)

NdR 06/12/2019: purtroppo non tutto è come si vorrebbe. Il seguito e la vittoria di Sant’Agata “liberata”

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