Migranti: la Sicilia sta a guardare l’Europa in tilt

La nave Aquarius, ora in rotta verso la Spagna con i suoi 629 migranti a bordo, scortata dalle motovedette italiane si sta mostrando un pretestuoso “casus belli” strumentalizzato agli estremi (sul piano nazionale e internazionale), là dove proprio oggi (13 giugno 2018 Anno Domini) un’altra nave – la Diciotti della Guardia costiera con a bordo 932 migranti salvati durante sette operazioni di soccorso al largo della Libia – è attraccata a Catania, a dimostrare che l’Italia non abbandona nessuno nelle solite acque del Mediterraneo, già affollate da squadre navali militari di tanti Paesi impegnati quasi sempre in esercitazioni di “war game”, quasi sempre apparentemente insensibili alle problematiche dei cosiddetti tempi di pace.

Ipocrisie, opportunismi, verità celate, interessi sovranazionali, buonismi e cattivismi, mobilitazioni emotivamente pilotate: nel calderone si può mettere di tutto e il contrario di tutto, ma in fondo può restare un lumicino di verità: nella realtà al “problema migranti” nessuno – o quasi nessuno –  vuol dare una soluzione concreta, definitiva. La questione delle “responsabilità” che si scaricano l’un l’altro i Paesi europei, alla fine, è uno dei tanti paraventi dietro al quale è facile camuffarsi. Anche le panciute frasi offensive tornano utili nelle diatribe quotidiane, servono a far dimenticare ciò che sta a monte, a cancellare la memoria sulle “vere” ragioni che hanno provocato (e provocano) la fuga dai Paesi nativi di centinaia di migliaia di esseri umani, servono a far dimenticare le speculazioni, i guadagni facili dei trafficanti di esseri umani e di chi li spalleggia ai livelli più alti.

Da anni e anni il nostro giornale si occupa delle drammatiche vicende dei migranti e basta (come a caso) riandare indietro per notare che i termini della questione sono sempre gli stessi, ma si aggravano i momenti, cresce la tensione nei Paesi europei che vanno in tilt non avendo risposte adeguate da offrire a chi ha il diritto di chiedere conto e ragione di ciò che è stato fatto e di ciò che non è stato fatto.

E per non essere ripetitivi, riproponiamo un articolo pubblicato il 24 aprile dello scorso anno, per sottolineare  che tutto (o quasi) è stato già scritto.

S. B.


Migranti: è solo questione di speculazioni e soldi?

24 aprile 2017

di Vittorio Spada

 

Migranti: sul dolore e la disperazione di chi fugge c’è chi specula e guadagna milioni. Mercanti d’esseri umani, trafficanti? Non solo: ci sono organizzazioni che si arricchiscono dietro il comodo paravento della solidarietà e dietro lo slogan “Salviamo vite umane”.È scesa in campo la Magistratura per vederci chiaro, e adesso i cosiddetti “buonisti” tacciono. È da anni che il nostro giornale, La Voce dell’Isola, si occupa della delicata questione dei migranti, da quando venivano chiamati “clandestini” a dopo quando il termine si tramutò in “profughi”, mentre noi li continuavamo a definire “disperati” e “fuggitivi”. E anche dopo quando ci chiedevamo le “vere” ragioni di questo esodo, sottolineando che non si sarebbe interrotto il flusso diretto verso la Sicilia dei barconi carichi di “persone” (e non “merce” da trasportare, lucrando sulle speranze e sulla disperazione). E ancora dopo, parlando della “pseudo” accoglienza nei Centri dove venivano stipati in migliaia. Ora Papa Francesco denuncia: (…) i campi di rifugiati sono di concentramento per la folla di gente, sono lasciati lì e i popoli generosi che li accolgono devono portare avanti questo peso, perché gli accordi internazionali sembrano che siano più importanti dei diritti umani (…). Parole pesanti, ma forse costituiscono una denuncia che arriva tardiva.

I mass media, qualche politico, qualche benpensante, oggi in tanti si pongono dei dubbi sulle modalità di “fuga” dei migranti, sulle organizzazioni che con le “loro” navi li traggono in salvo nelle acque del Mediterraneo, per poi (quasi sempre) sbarcarli nei porti della Sicilia. Certo, come scrive Fabio Albanese sul quotidiano La Stampa, Nel mare agitato dei disperati che attraversano il Canale di Sicilia, non tutte le ong che recuperano migranti sono uguali: «Ci sono quelle buone e quelle cattive», dice il procuratore della Repubblica di Catania, Carmelo Zuccaro. La sua è la procura più esposta nell’affaire migranti, per necessità prima ancora che per scelta. Altre, come Palermo, Cagliari e ora pure Reggio Calabria, stanno indagando su naufragi, salvataggi, sbarchi e ruolo delle Ong. Ma Catania lo fa da più tempo, dal tragico affondamento di un barcone davanti Lampedusa il 3 ottobre 2013 con 368 morti. Inoltre ha competenza su quella parte di Sicilia, la zona orientale, dove affacciano i porti di Pozzallo, Augusta, Catania e Messina che da soli assorbono il maggior numero di arrivi di migranti; qui dove questa enorme massa di persone «sta creando problemi di ordine pubblico e crisi di carattere criminale – spiega Zuccaro – che potrebbero influire sul tessuto sociale delle popolazioni. Catania a proposito dei reati di tratta, e di tratta minorile in particolare, ha più procedimenti di Roma, anzi ha il dato più alto in Italia; e poi ci sono i problemi del caporalato, quelli della gestione del denaro per l’accoglienza e l’ospitalità, che lasciano intravvedere fatti gravi” (…).

E Giovanni Bianconi sul Corriere della Sera scrive: In almeno quattro occasioni, nel 2016, le navi affittate dalle organizzazioni non governative per l’assistenza ai rifugiati sono entrate nelle acque libiche per raccogliere i migranti appena salpati dalle coste africane e portarli in Italia. Il 5 novembre scorso 149 persone sono state fatte salire, dopo aver percorso appena 11 miglia, sulla Phoenix battente bandiera del Belize e presa a nolo da due privati cittadini residenti a Malta; ma non le hanno portate a Malta, bensì a Catania. In precedenza, il 25 giugno, un’altra nave panamense era arrivata fino a 7 miglia dalla Libia e aveva preso a bordo 390 profughi per portarli a Cagliari. Altri due recuperi simili sono stati effettuati tra giugno e luglio, ancora dalla Phoenix e dalla Topaz-Responder, 52 metri di imbarcazione registrata alle Isole Marshall, in Oceania: 241 migranti scaricati tra Reggio Calabria e Ragusa.

Fausto Bilosvalo sul quotidiano Il Giornale evidenzia: Ong che «salvano» i migranti in mare gonfiando i costi delle operazioni, preti che ricattano la Marina militare per far recuperare i passeggeri dei barconi, per non parlare di profughi e clandestini portati a forza dai trafficanti sulle navi delle organizzazioni umanitarie vicine alle coste libiche (…) I trafficanti di uomini non solo mandano i barconi verso la flottiglia buonista, ma talvolta li fanno salire a bordo a forza. «Con la Marina non osano perché siamo armati. Le navi delle Ong no – spiega la fonte del Giornale – I trafficanti arrivano sotto bordo e fanno salire i migranti. E poi si portano via i barconi vuoti per riutilizzarli» (…) Un altro aspetto, che nessuno osa scandagliare, è se la spinta solidale di determinati personaggi eletti a simbolo buonista dell’immigrazione nasconda interessi politici o altro (…).

Ed è ancora il quotidiano Il Giornale, nell’edizione del 21 aprile scorso, in un servizio di Giuseppe De Lorenzo (che, a seguire, riportiamo integralmente affinché abbia una ulteriore diffusione, utile alla conoscenza) che effettua un’approfondita analisi sulle ong che salvano i migranti.

Non c’è, per il momento, altro da aggiungere, se non un invito alla riflessione.


Il Giornale – 21. 04.2017

Nomi, finanziatori e intrighi. Ecco tutti i segreti delle navi Ong

Da Soros al tifoso di Hillary Clinton, ecco dove prendono i soldi e come li spendono le Ong che portano migranti in Italia

 

Giuseppe De Lorenzo

Le Ong di nuovo nell’occhio del ciclone. Dopo le accuse di Frontex, le indagini di tre procure e il sospetto di “affari sporchi”, ieri anche Matteo Renzi ha accusato le organizzazioni umanitarie di “non rispettare le regole”.

È vero? Chissà. Di certo ci sono molti lati oscuri su cui è doveroso fare un po’ di luce.

Medici Senza Frontiere

Partiamo dalle associazioni più grandi. In cima alla lista va messa ovviamente Medici Senza Frontiere, che nel 2016 poteva contare su tre navi: la Dignity I, la Bourbon Argos e Aquarius. Oggi è rimasta attiva solo la Aquarius, a cui però è stato affiancato il nuovo acquisto “Prudence“, un’imbarcazione commerciale da 75 metri e 1000 posti a bordo. Un gigante del salvataggio.

Niente da ridire sulle attività che Msf porta avanti nel mondo. Anzi. Fa però sorridere il fatto che tra i suoi fondatori compaia Bernard Kouchner, medico francese che ha visto più palazzi della politica che sale operatorie. Nel 2007 infatti è stato nominato ministro degli Affari Esteri da Nicolas Sarkozy, ovvero di quel governo che ha bombardato Muhammad Gheddafi e trasformato la Libia nel porto senza regole da cui oggi partono i barconi carichi di immigrati.

E così, in qualche modo, persone collegate a Msf sono al tempo stesso causa e palliativo della crisi migratoria. Oggi l’associazione per salvare stranieri dalle bagnarole sostiene spese ingenti, ma i fondi non sembrano essere un problema. Nel 2016 ha raccolto 38 milioni di euro grazie al contributo di 319.496 donatori, 9,7 milioni di euro dal 5×1000 (di cui 1,5 andati per la nave Bourbon Argos) e 3,3 milioni da aziende e fondazioni. Tra queste chi appare? La Open Society Foundation di George Soros, il magnate ungherese col vizio del buonismo. Peraltro, la Open Society e Msf sono soliti scambiarsi collaboratori come se facessero le cose in famiglia. Un esempio? Marine Buissonnière, per 12 anni dipendente Msf, poi direttrice del programma per la Sanità pubblica di Soros e ora di nuovo consulente per le migrazioni della Ong.

Save The Children

Guarda caso, Soros ha finanziato (anche se per altre iniziative) pure un’altra organizzazione attivissima nel recupero clandestini: Save The Children. La nota associazione internazionale ha nel suo parco navi la Vos Hestia, un’imbarcazione da 62 metri, che batte bandiera italiana e si avvale di due gommoni di salvataggio. I soldi? No problem: nel 2015 a bilancio sono segnati 80,4 milioni di euro di incassi.

Proactiva Open Arms

Un anno fa a gestire il famoso peschereccio Golfo Azzurro, “beccato” dai radar a raccogliere stranieri vicino alle coste libiche, ci pensava l’olandese Life Boat Refugee Foundation. Da inizio 2017 la fondazione non organizza più salvataggi in mare, ma la Golfo Azzurro continua la sua opera al servizio della Ong spagnola Proactiva Open Arms, che una volta usava il vascello di lusso Astral. Per le due navi, gli spagnoli spendono 1,4 milioni di euro, di cui il 95% usati per le azioni di salvataggio (700mila euro al largo della Libia e 700mila euro a Lesbo) e il restante 5% in strutture, comunicazione e via dicendo. L’incasso però è più alto, con una raccolta fondi che supera i 2,1 milioni di euro. Secondo il direttore Oscar Camps, la Golfo Azzurro può ospitare 400 persone a bordo e un giorno di navigazione costa “solo” 5mila euro.

SOS Mediterranée

Spende invece almeno il doppio la Ong italo-franco-tedesca Sos Mediterranée, fondata dall’ex ammiraglio Klaus Vogel. Per sostenere 24 ore di mare, alla Acquarius servono circa 11 mila euro. E se desiderate fare una donazione sappiate che con 30 euro si riesce a mettere in mare per un’oretta solo la lancia di salvataggio.

Sea Watch Foundation

Il mistero dei costi si infittisce osservando le attività della Sea Watch Foundation. Nel 2014 Harald Höppner investe con un socio 60.000€ nell’acquisto di un vecchio peschereccio olandese. Oggi vanta attrezzature di tutto rispetto: oltre alle due unità navali (una battente bandiera olandese e l’altra neozelandese), a breve dovrebbe essere operativo il “Sea Watch Air”, un aereo col compito di pattugliare dall’alto il Mediterraneo. Da dove vengono i soldi? Non è dato sapere.

Life Boat

Sia Sea Watch che la sorella Life Boat condividono una curiosità interessante. Tra i loro partner spicca la Fc St. Pauli, una società sportiva di Amburgo più famosa per sposare cause buoniste che per meriti calcistici. Per dirne una, è stata la prima squadra a vietare l’ingresso allo stadio ai tifosi di destra. Altro che accoglienza. La base operativa sarebbe a Malta, ma l’equipaggio della Minden sembra preferire i porti italiani per “scaricare” i migranti. Solitamente effettuano missioni da 10 giorni per 24 ore di navigazione e il costo giornaliero del carburante ruota attorno ai 25 euro. Sulla piattaforma betterplace.org sono riusciti a raccogliere 6 mila euro per radar e comunicazioni satellitari, 7.500 euro per comprare un gommone di salvataggio e 12 mila euro per il combustibile. Troppi pochi per gestire così tante missioni. Gli altri da dove arrivano? Lecito chiederselo, visto che a breve dovrà comprare una barca tutta sua e per ora i generosi sostenitori hanno versato solo 1.800 euro.

Sea-Eye e Jugend Rettet

All’appello delle cinque Ong tedesche mancano la Sea-Eye e la Jugend Rettet. La prima è stata fondata nel 2015 da Michael Buschheuer, conta circa 200 volontari e sul sito è scritto che gli bastano 1.000 euro per pagare un’intera giornata alla ricerca di clandestini. La seconda invece è formata da un gruppo di ragazzi che per 100 mila euro ha comprato il peschereccio Iuventa. Ogni missione in mare costa circa 40 mila euro al mese e viene finanziata con donazioni private. La loro raccolta fondi funziona molto bene, visto che da ottobre 2016 ad oggi hanno racimolato 166.232 euro.

Moas

Il caso più curioso è però quello della Migrant Offshore Aid Station, associazione maltese con due imbarcazioni (Phoenix e Topaz responder), diversi gommoni Rhib e alcuni droni. Moas è stata fondata nel 2013 da due imprenditori italo-americani, Christopher e Regina Catambrone, diventati milionari grazie alla Tanghere Group, agenzia assicurativa specializzata in “assistenza nelle emergenze e servizi di intelligence”. Tra i vari (e ricchi) partner, ha ricevuto 500 mila euro da Avaaz.org, cioè la comunità riconducibile a Moveon.org, che a sua volta fa capo all’onnipresente George Soros. Non è tutto. Perché Christopher è stato tra i finanziatori (416mila dollari) di Hillary Clinton durante l’ultima deludente campagna elettorale e negli anni si è contornato di personaggi a dir poco particolari. Nel circolo di amici appare tal Robert Young Pelton, proprietario di un’azienda (Dpx) che produce coltelli da guerra. Esatto: armi bianche già testate in zone di conflitto come Afghanistan Somalia, Iraq e Birmania. Non basta? Una seggiola del Consiglio di Moas è riservata a Ian Ruggier, ex ufficiale maltese famoso per aver represso con la violenza le proteste dei migranti ospitati sull’isola. Strano, no? Professano accoglienza e poi usano il pugno duro. Oltre ad avere alcuni lati oscuri, pare che lo Ong pecchino anche di coerenza.

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