12 Aprile: Mannarino al teatro Metropolitan di Catania

di Giuseppe Stefano Proiti

 

“quanto è bbono l’odore der mare
ce vado de notte a cerca’ le parole.
Quanto è bbono l’odore del vento
dentro lo sento, dentro lo sento.”

Chissà da quale “Ultra Pharum” salperà. Fatto sta che il 12 aprile al Teatro Metropolitan di Catania (ore 21.30) lui approderà, per l’unica tappa isolana del concept tour “L’impero crollerà”, organizzato da Giuseppe Rapisarda.

Alessandro Mannarino è un cantautore particolare: non come Ulisse, con tutti gli ostacoli del mare, ma come “Un gatto in tangenziale”, tutti i pericoli e i disagi delle periferie urbane ha dovuto affrontare.
Le periferie sono i territori delle contraddizioni viventi e morenti, dove il senso di precarietà e di minaccia della vita sono all’ordine del giorno. Luoghi in cui il bene e il male sono due treni che camminano paralleli: sta a te scegliere su quale salire. C’è il treno della luce, quello della gente che al mattino presto va a lavorare superando “Alla sera” le fatiche quotidiane. C’è il treno del buio, quello del traffico della droga, del malaffare in generale, che si muove invisibile e silenzioso nei cunicoli della notte.
Messi sul piatto della bilancia, sono la voglia di vivere e la forza di volontà a prevalere sulle insidie della criminalità. Così, arrivati alla fine di una lunga strada, succede che non si chiude, ma si apre: “La periferia è dove credi che la città finisca, e invece ricomincia” (Pier Paolo Pasolini).
Le periferie sono riserve indiane – confessa Mannarino alla giornalista Rai Ilenia Petracalvina nell’entusiasmante puntata “Eroi di strada” dell’1 aprile – c’è tanto colore che s’imprime negli occhi e tanta anima che si fa sentire nel cuore“.

A questo punto, per via della curiosità, troviamo interessante riproporre l’intero contenuto dell’intervista a Mannarino, che attraverso la sua storia e quelle di Fabrizio Moro (vincitore di Sanremo in coppia con Ermal Meta), Ultimo (vincitore delle Nuove proposte del Festival), Ivano Micheletti (de “I cugini di Campagna”), raccontano la realtà da cui provengono: il 30° quartiere periferico a nord est e 4° municipio di Roma con oltre 22.000 abitanti.
Parliamo di San Basilio, una borgata nata negli anni ’40, costruita negli anni su lottizzazioni abusive dai migranti arrivati dalle Marche e dall’Abruzzo. Tra palazzi occupati e spaccio, San Basilio è considerato uno dei quartieri più difficili della capitale. Ma la maggior parte delle persone che ci vivono sono donne e uomini coraggiosi che lottano per un avvenire migliore e si spendono giornalmente per far emergere dai margini la bellezza di una terra che sembra non dare alcun frutto. Ecco perché Micheletti, Moro, Ultimo, Mannarino, sono diventati degli eroi, quelli che portano in alto il nome del loro quartiere perché ce l’hanno fatta. Per la gente sono “i fiori belli nati in una terra arida”.

PETRACALVINA: Nel luglio 2017 l’album Apriti cielo viene certificato disco d’oro. Questo cielo ti ha accompagnato e ti accompagna ancora?

MANNARINO: Decisamente si. Mi porto sempre dentro il cielo azzurro di San Basilio. Qui son nate le mie prime canzoni. Sono felice e orgoglioso di aver passato i primi 18 anni della mia vita, assieme alla mia famiglia e i miei nonni Pietro e Veronica. Mio nonno non c’è più, per cui m’aggrappo a tutta la bellezza della nonna quando vado a trovarla.

PETRACALVINA: Partire da San Basilio, per arrivare a dove sei arrivato. Quanto è stata lunga la strada?

MANNARINO: Abbastanza lunga, ripida e tortuosa. Ma in quest’Inferno dantesco m’hanno aiutato l’apprensione di mio padre e l’amore sconfinato di mio nonno.
Mio padre mi mise in punizione chiudendomi per due mesi in casa, quando osservandomi di nascosto dal terrazzo di un palazzo capì che iniziavo a frequentare amicizie cattive. Così un giorno mi regalò una chitarra e mi indicò anche il catechista da cui potevo imparare a suonarla. Poi mi disse: “Figlio mio, la musica e la Chiesa ti salveranno“. Divenni un “chitarrista in 24 ore”, ma con il tempo, viste le enormi difficoltà, i miei sogni da musicista professionista svanivano sempre più. Entrai di nuovo tunnel. Ecco che qui subentra la figura di mio nonno, che per me è stata importantissima. Mi ha salvato la vita.

PETRACALVINA: Da chi e da cosa?

MANNARINO: Dall’idea d’impossibilità.

PETRACALVINA: Di non farcela?

MANNARINO: Non solo. Anche dalla possibilità di trovare altro. Lui mi ha insegnato la vera cultura. Quella dell’esploratore. Mi leggeva Trilussa e mi raccontava i romanzi di Hugo come se fossero favole. Mi faceva sentire Petrolini e Gabriella Ferri. Poi mi cantava “le arie dell’opera”. Una persona straordinaria che mi ha lasciato un patrimonio umanistico notevole.

PETRACALVINA: Possiamo allora affermare che nonno Pietro è stato la chiave del tuo successo? Colui che ti ha spianato la strada?

MANNARINO: Certamente, devo tutto a mio nonno Pietro. Ha arricchito il mio bagaglio culturale e umano, aiutandomi a riconoscere la strada giusta. Il lavoro ce l’avevo in mano e non me ne accorgevo. Lui ha creduto in me quando non ci credeva nessuno e non ci credevo più nemmeno io. Ricorderò sempre quel giorno di lacrime e pioggia, in cui prese il bus e venne a bussare al portone di casa, dicendomi: “Ti devi dare da fare. Devi continuare. Non puoi fermarti. La musica è il tuo mondo. Vattelo a prendere“.

PETRACALVINA: Quanto San Basilio ha nutrito la tua arte?

MANNARINO: Tanto. I primi suoni che mi vengono in mente sono quelli del cortile, dei lotti. C’è una vera e propria musica lì che ti rilassa. C’è anche il sentimento opposto, quello della rabbia. T’arriva una botta di violenza verso l’adolescenza quando capisci il mondo in cui vivi. A parità d’intelligenza, e forse neanche a parità, devi faticare dieci volte in più degli altri per arrivare allo stesso risultato. Che forse poi non è neanche lo stesso risultato. Il tuo è molto di più. Raccogli quel che semini.

PETRACALVINA: Il quartiere “San Basilio” insegna che bisogna imparare ad alzare la testa?

MANNARINO: Si. La droga è una ribellione facile, perché è contro noi stessi. La vera ribellione è quella che alza la testa. Mi auguro che nasca una coscienza delle periferie che faccia alzare la testa.

Per alzare lo sguardo serve una presa di coscienza di sé e del territorio in cui si vive. Una sfida non facile ma possibile, fatta di sacrificio, amore per l’altro e rispetto della parola data. Questi sono i valori su cui si costruisce il cambiamento fra Don Stefano (parroco della Cattedrale di San Basilio Magno) e la sua comunità.

“Questa è una storia da raccontare”, quella di Mannarino. Un ragazzino che sin dalle prime ore di educazione fisica al liceo, quando il professore gli diceva di correre nella stessa direzione dei suoi compagni di classe, lui preferiva andare contromano, scansando gli insulti di chi lo giudicava in base a dove abitava e alla sua fisionomia: “Con questa faccia non arrivi neanche a Natale“!

PETRACALVINA: Alessandro Mannarino, oggi sei un uomo realizzato, che ha raggiunto un risultato professionale e di vita. Come lo rivivi quel pregiudizio di chi ti diceva “non ce la farai”?

MANNARINO: Io non ce l’avrei mai fatta con i loro canali istituzionali. Ma il merito è qualcosa che non può essere evitato. Prima o poi viene notato chi è una voce fuori dal coro splendente come l’oro.
Certo, ci vuole più tempo. La sua eco si diffonde a rilento, ma è la migliore garanzia per arrivare lontano, perché trae fondamento esclusivamente dalle proprie forze. È col fare delle formichine … mattone dopo mattone … che si genera il pensiero nuovo, costruttivo, quello inclusivo, che fa la differenza. Fateci caso. Nessuno ci pensa.

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