Quella strana Italia nel Mediterraneo dove naviga la Sicilia

di Salvo Barbagallo

 

Sicilia, pur così vicina dal Continente, a separarla solo un palmo di mare, lo Stretto, eppure così lontana dall’Italia che spazia (o vuole, o tenta?) nel Mediterraneo. Quell’Italia “umanitaria” che (“isolata”) giustamente va in soccorso dei migranti, ma che contemporaneamente invia supporti para militari in diversi Paesi bagnati dall’ex Mare Nostrum, e anche oltre, e contemporaneamente vende armi a destra e a manca, che finiscono con l’alimentare (direttamente o indirettamente) quelle guerre che si combattano a due passi dal sacro focolare e che, a parole, si condannano.

Una strana Italia, questa della nostra attualità quotidiana, un’Italia che vede il suo Presidente Sergio Mattarella commemorare nel Belice i cinquant’anni dal nefasto terremoto che distrusse un intero territorio e fece centinaia e centinaia di vittime, affermando “Non possiamo non ricordare allo Stato e al Governo che il Belice è ancora creditore, come ha anche accertato l’ultima Commissione bicamerale sulle questioni della ricostruzione nel 1996, in cui si dà atto del fallimento dell’intervento dello Stato”.

Eh già, ma oggi dopo 50 anni dalla distruzione è sufficiente sottolineare che si dà atto del fallimento dell’intervento dello Stato e poi sostenere, sempre oggi, che per il rilancio del Belice si punta alle risorse europee? Quell’Europa che ha scaricato sull’Italia la questione dei migranti e della loro accoglienza?

Una strana Italia, questa che vuol navigare nel Mediterraneo e, nello stesso tempo, vuol primeggiare in Europa, aspirando a sedersi al tavolo dei “potenti” per negoziare su interessi che la collettività non conosce.

Una strana Italia quella che ci descrive Gianandrea Gaiani su “Analisi Difesa”: L’Italia sembra voler imprimere una svolta, graduale ma significativa, nelle missioni militari all’estero. Meno truppe in Iraq e Afghanistan, dove il ruolo di Roma è soprattutto a supporto degli alleati statunitensi che hanno da sempre la leadership indiscussa delle operazioni, più militari alle porte di casa, in Niger, Libia e Tunisia da dove provengono la gran parte dei nostri problemi di sicurezza, dal terrorismo jihadista all’immigrazione illegale. Le nuove missioni confermano la volontà italiana di concentrare gli sforzi nel Mediterraneo, dove già schieriamo contingenti in Libano (Onu) e Kosovo (Nato) oltre a diverse operazioni navali nazionali, Ue e Nato. L’aspetto più rilevante riguarda il rafforzamento della presenza in Libia, richiesto da Tripoli (…) Addestrare e appoggiare le forze di sicurezza libiche significa fornire aiuti alle milizie che sostengono il governo di Fayez al-Sarraj che, come è noto, non dispone di un vero esercito ma solo di milizie tribali che lo sostengono e in cambio ricevono lo “status” di forze militari o di polizia. Alcune di queste milizie, come quelle di Misurata, potrebbero venire coinvolte in nuovi scontri con lo Stato Islamico la cui presenza nelle aree desertiche a sud di Sirte è stata confermata anche dai numerosi raid aerei statunitensi in quella regione (…).

Una strana Italia quella che trasforma la Sicilia in superfortezza militare statunitense, delegando all’alleato USA, del quale diffida del suo Presidente, il “potere” bellico dell’Isola contro presunti “nemici” dei quali si sconosce l’identità.

E poi: accanto a una strana Italia, una altrettanto strana Sicilia, i cui governanti si mostrano disponibili a tutte le possibili “accoglienze”…

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