Uno la scrive, l’altro la canta. All’unisono: “Dobbiamo fare luce”

di Giuseppe Stefano Proiti

 

“Marcovaldo” è una fiaba contemporanea, è un uomo sensibile, creativo, ingenuo, che sfotte la realtà al punto giusto da farci scappare sempre un sorriso. Nel caos della città spesso non lo trova, e allora per non cedere alla malinconia non gli resta che evadere dalla routine asfissiante, cercando un po’ di aria pulita in mezzo alla natura.
Perché l’Italia, si sa, è quella commedia tragicomica dove i vecchi ci fanno piangere e i giovani ci fanno sorridere. Ma per fortuna c’è ancora in giro qualche “vecchio ragazzino” che ama i Beatles e i Rolling Stones, che vuole colorare di sole il grigiore di quelle ciminiere che offuscano il mondo.
Loro sono la perfetta incarnazione di quel “re” delle tragicomiche calviniane, che cerca con perseveranza uno strumento di evasione incondizionato.
Da celebri musicisti, non potevano che incontrarsi con la musica … nella musica.
Uno la scrive, l’altro la canta … ecco che spunta un’altra realtà: “Dobbiamo fare luce”. Comincia con questo abbagliante singolo il nuovo album dell’inossidabile Gianni Morandi. Una canzone che suona come un regalo da parte dell’umile Luciano Ligabue verso colui che – scherzosamente o sommessamente parlando – definisce come un alieno. “Eh già … è proprio un alieno: la sua anima – scriverebbe Nikos Kazantzakisviene da mondi migliori, e ha un’inguaribile nostalgia delle stelle“.

Dopo il lancio ufficiale del videoclip dal “bancone” più famoso d’Italia, Striscia La Notizia, questa “luminosa” scommessa dei due artisti è già in cima alle classifiche dei click, dei like, delle views, e spalanca le porte dei palazzetti e dei teatri di tutta Italia in cui a breve farà tappa il “D’Amore e d’Autore” tour.
“Dobbiamo fare luce” è un ritornello semplice che ti rimane in mente, ma al contempo comunica qualcosa d’impegnativo: un appello alla costruzione. Bisogna trovare la strada giusta per raggiungere quell’amore o quel futuro successo personale, senza badare alle fatiche che s’incontrano lungo il percorso.
Nella vita c’è sempre un aereo che atterra in ritardo, un treno che non arriviamo a prendere, un taxi che per troppi minuti non ci possiamo permettere, e “un po’ come all’asilo” ci troviamo con la cacca nel pannolino senza che ci sia la mamma a levarcela di dosso.
Ebbene … la mamma, sia in presenza che in assenza, è la grande lezione di vita, è la grande metafora della salvezza. Paradossalmente, neanche la campagna ci salva, ma la sola presa di coscienza di poter fare qualcosa di diverso per il cambiamento di una concezione consolidata del “vivere” … si fa per dire!
Anche il luogo di ambientazione del videoclip – prodotto dalla Lux Vide per Sony Music e trasmesso in anteprima su Canale 5 – è emblematico: gli attori protagonisti (Matteo Martari e Alessandra Mastronardi) si aggirano nel centro delle città di Viterbo e Roma assieme al cantante di Monghidoro.Dunque: la salvezza dell’uomo di città non sta nella fuga dalla città. Perché per Calvino non esistono mai strade facili. La perdita del contatto e della conoscenza della natura è ironica, desolante e paradossale: « Papà – dissero i bambini, – le mucche sono come i tram? Fanno le fermate? Dov’è il capolinea delle mucche? ». E così, nel bellissimo capitolo “Luna e Gnac” quando Marcovaldo spiega ai suoi figli che le insegne luminose che affollano i tetti della città sono installate dalle ditte commerciali, i figli non possono far altro che chiedergli: « E la luna che ditta l’ha messa? ».

Purtroppo con la realtà bisogna farci i conti: è sempre andata a finire male. Gli scrittori si son dovuti aggrappare alle ali dell’immaginazione e poi si sono addormentati piegati sulle pagine dei loro libri. Ma qui c’è qualcuno che vuole mettere mano nella storia … quantomeno per scrivere il titolo di un bizzarro romanzo. Parlo degli artisti di una nazione, di quei padroni di carte e di note che passano da una nuvola all’altra per cercare l’uccello a cui strappare la penna. La penna da intingere nell’unico mare di colore nero.

Il romanzo vive nella dimensione della storia […] È sul ‘fare storia’ che deve puntare lo scrittore, pur sempre partendo dalla realtà del paese che più ama e conosce: e la storia […] è sempre storia contemporanea, è intervento attivo nella storia futura”.

(Italo Calvino, dal saggio Il midollo del leone)

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