In Sicilia gli USA applicano la “strategia del controllo armato”

di Salvo Barbagallo

 

Romano Prodi in un suo intervento pubblicato ieri (11 giugno) sul quotidiano il Messaggero, si pone interrogativi interessanti. Scrive Prodi:  (…). Vi è ancora qualcuno che ama parlare del Mediterraneo come “mare nostrum” ma quasi nessuno si pone l’ovvia conseguente domanda: “nostrum di chi”? Eppure la risposta a questa elementare domanda dovrebbe interessare molto agli italiani e, soprattutto, agli italiani del nostro Sud, che mai potranno intraprendere una strategia di sviluppo se non con uno stretto legame politico, economico, commerciale e culturale con una sponda sud prospera e amica. E questo, purtroppo, non è il caso. (…).

Il MUOS di Niscemi

Premessa condivisibile, con un seguito tutto da leggere e commentare, poi, a seconda dei punti di vista. Per noi italiani del nostro Sud la questione dovrebbe essere affrontata in termini diversi, osservando e subendo una situazione del tutto particolare in un’Isola, la Sicilia, che da decenni serve agli interessi di altri, più che a quelli dei suoi abitanti, dei Siciliani cioè. Difficile, se non quasi impossibile intraprendere una strategia di sviluppo nelle attuali condizioni e, ovviamente, qualora esistesse la volontà di chi governa il territorio di cambiare lo stato delle cose.

La Sicilia è un territorio dipendente dalle decisioni che prende il Governo nazionale, la Sicilia è un territorio asservito a Potenza straniera (gli USA) che lo utilizza per fini militari oggi per controllare il Mediterraneo, domani probabilmente per dominarlo. In queste condizioni gli italiani del nostro Sud, come veniamo definiti da Romano Prodi non possono avere alcuna prospettiva (altro che strategia!) e neanche ipotizzare uno stretto legame politico, economico, commerciale e culturale con una sponda sud prospera e amica. Qualche Presidente della Regione (Silvio Milazzo, Rino Nicolosi) in passato ci ha provato e mal gliene incolse, come la storia e la cronaca hanno ampiamente dimostrato.

Predator di stanza a Sigonella

Non può esserci in Sicilia una strategia di sviluppo là dove, da anni, da decenni anzi, è in funzione la strategia del controllo armato operato da componenti belliche di uno Stato straniero, quale è quello a stelle e strisce, che non consente (ovviamente non “ufficialmente”, ma nella “pratica” di certo sì) un’apertura politico, economico, commerciale e culturale con Paesi vicini, nell’altra sponda del Mediterraneo. La dimostrazione (sono sempre i fatti inconfutabili a mostrare ciò che accade) è il fallimento del Trattato di Barcellona stipulato il 27 e 28 novembre 1995 dai quindici ministri degli Esteri degli Stati membri dell’UE e quelli dei Paesi terzi mediterranei (PTM): Algeria, Cipro, Egitto, Israele, Giordania, Libano, Malta, Marocco, Siria, Tunisia, Turchia e Autorità palestinese. L’obbiettivo di quel Trattato era quello di istituire un partenariato euromediterraneo al fine di trasformare il Mediterraneo in uno spazio comune di pace, di stabilità e di prosperità attraverso il rafforzamento del dialogo politico e sulla sicurezza, un partenariato economico e finanziario e un partenariato sociale, culturale ed umano. Il risultato è stato ed è sotto gli occhi di tutti: il mare nostrum trasformato in un cimitero senza croci, vittime molti di coloro che hanno cercato di fuggire da quei Paesi dove imperversa la guerra.

La Sicilia, dunque, location ideale del Mediterraneo dove quotidianamente viene applicata dagli USA la strategia del controllo armato in attesa dell’azione: Muos, Sigonella, Augusta e le altre basi militari statunitensi, più o meno note, sparse nell’Isola insegnano qualcosa ai Siciliani? In quale sviluppo i Siciliani devono sperare?

Gli interrogativi sono senza risposta.

 

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