Da patria del diritto a teatro delle utopie o peggio

di Guido Di Stefano

 

Fu patria del diritto l’Italia negli ormai lontani tempi che furono! Lo fu quando i “poteri” forti o deboli che fossero, elettivi o meno, laici o religiosi, civili o economici   avevano  autonomia  e identità proprie, più o meno “marcate”! Lo fu quando ai popoli erano consentiti cultura e pensiero propri, nel rispetto dell’ordine costituito e della pacifica convivenza. Lo fu finché  non cominciò a incubarsi e replicarsi in qualche ambiente il devastante virus del “pensiero unico universale e obbligatorio” in nome della presuntuosa auto-attribuzione di  perfezione e superiore delega per la “custodia” di ogni bene e la “blasfema” cancellazione del libero arbitrio.

Lo fu e tramandò tesori, purtroppo incompresi o addirittura sgraditi sui nostri suoli: effetto del virus, forse. Quello stesso virus che ha trovato propizio “habitat” in occidente, dove “diritto e giustizia” oscillano pericolosamente appesi a un pendolo di lunghezza variabile ad arbitrio!

Tanto per fare un esempio: la Sicilia è la “vittima” prediletta di questo aritmico e asincrono “pendolismo”: noi Siciliani siamo “rii” senza appello mentre per gli altri si “trovano” e si esaltano tutte le giustificazioni (reli o immaginarie), anche oltre i limiti della decenza. Tanto per chiarirci: per noi Siciliani si applicano le inoppugnabili sentenze  di  “barbarie e omertà”, per tutti gli  altri si applicano le assolutorie motivazioni  di “cultura e coerenza”.

Utopisticamente sogniamo di potere inventare una “macchina” capace di catturare e pubblicare tutti i documenti secretati, tombati e finanche inceneriti negli impenetrabili archivi di ogni tipo di potere (o regime). Sul periodo siamo incerti: l’ideale sarebbero almeno gli ultimi 7000 anni della storia umana; però al limite ci accontenteremmo di tutte le “conoscenze”, omogenee o eterogenee, provenienti da ogni dove e ogni tempo “agguantate” e  insabbiate (più o meno arbitrariamente) negli ultimi 100 anni, periodo in cui sembra (a noi) che sono cresciute troppo le “forze del male”. E il male, si sa, ama le  tenebre  dei segreti e delle menzogne.

Su una base puramente numerica l’Italia batte “tutto l’Occidente”! Per non tediarvi proponiamo uno schema lineare a tre:  Italia:Germania:Inghilterra = 150:5:3. Non gioiamo per il nostro numero.  Troppe leggi in più non implicano necessariamente  più diritto e più giustizia; anzi possono essere un impedimento.

Fosse solo questo il “neo”!

Tutti in Italia soffriamo per la smisurata “biblioteca” legislativa. E aggiungendo danno a danno soffriamo per altre ricorrenti violazioni di carattere “generale” con vittime eccellenti: Costituzione della Repubblica, Trattati in genere e, per noi Siciliani, Statuto Speciale della Regione Siciliana (1946) e Trattati di pace di Parigi (1947).

La totale incomprensione e il mancato rispetto delle “regole” (tutte le regole siano esse locali, nazionali, internazionali e generali) uniti alla sfrontata voglia di protagonismo hanno portato in pratica agli sfaceli sociali, umani, statutari, costituzionali, internazionali e comunque comuni a tutta l’umanità: con effetti più devastanti nella patria del diritto e sue componenti (anche se costrette  ad aderire “obtorto collo”).

E inebriati dalla “bramosia del potere” tanti protagonisti degli ultimi decenni, nell’utopico sogno di sedere “sine die” su un  dinastico trono “democratico” hanno massacrato le italiche genti e negato loro la reale possibilità di scelta con leggi elettorali dalle tendenze oligarchiche e totalitarie.

L’incostituzionalità  elettorale ha dilagato assoggettandoci a un parlamento di “nominati” (in virtù di liste bloccate), palesemente nominati. Parecchi si sono distinti per i loro “dire e fare” improntati alla morale dei due pesi e due misure.  “Politically correct”, globalizzazione, nuovo ordine mondiale, pensiero unico universale, livellamento e/o annullamento di ogni identità e cultura, buoni tutti i servi, malvagi tutti i liberi pensanti e conseguenti direttive di vita: queste le loro dottrine da accettare acriticamente e servire “in toto”  pena la marchiatura “a fuoco”  come populisti e “xxx-fobi” (cultori di ogni tipo di presunta “fobia” in contrasto con la correlata “filia” dei potenti di turno).

E mentre i “confini” tra i poteri visibili (e invisibili) diventano sempre più eterei, mentre le carriere “discendono” dai capricci di pochi, mentre noi (e con noi tutto l’occidente) sentiamo e vediamo su di noi il “tallone” dello strapotere plutocratico, mentre il mondo intero rischia l’olocausto per il vacuo soddisfacimento degli assurdi sogni di potere di “genie” molto diffuse, da sempre contro qualcuno e da tempo disposte a ridurre il pianeta a un deserto cimitero (questo racconta la storia) pur di comandare, cosa fanno i nostri “nuovi nobili” (anche i vecchi venivano nominati)?

Se ne stanno a cincischiare e ad arzigogolare su “leggi elettorali” (quasi impossibili o chissà)  in nome di una aleatoria “presunzione” di stabilità di governo!

Ma c’è una vera cultura di “governo” nelle nostre terre? C’è una sentita cultura della nazione? C’è una solida cultura dello Stato o, per dirla aulicamente, della “Res Publica”?

Ma si accorgono e/o capiscono che nelle democrazie d’occidente i governi molto spesso debbono puntellarsi sulle “coalizioni di governo” oppure nei casi estremi invocare il “senso della nazione” e il senso dello stato”?

Ma considerano che tutto è perfettibile se “illuminato  e diretto” da verità, giustizia, intelletto, dignità, comprensione, rispetto, umiltà, pacatezza, temperanza, speranza, amore  e ricerca del bene comune?

A meno che  il loro vero traguardo non  sia  proprio il “pensiero unico” espresso e imposto da un unico schieramento, qualunque esso sia!

Forse il vero problema, per i contemporanei ”attori”, sta nella perfetta comprensione e nell’esatta applicazione della semplice parola latina “publica”, in tutte le sue accezioni semantiche e legali che trascendono il semplice significato di “pubblica” per estendersi al bene comune e agli assetti politico-militari: la Sicilia per esempio era “provincia pubblica”  ossia uno stato identitario annesso (o conquistato) smilitarizzato.

Altri tempi quando il diritto era “diritto” e la buona amministrazione una virtù obbligatoria!

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