Migranti, come previsto flusso per la Sicilia “non stop”

di Salvo Barbagallo

 

Come previsto (appare come un’agenda ben programmata…) non si ferma (e non si fermerà) il flusso dei migranti che partono dalla Libia sui gommoni diretti in Sicilia e salvati dalle navi umanitarie a poche miglia marittime dal Paese africano. Solo pochi giorni addietro (il 3 marzo scorso) sono stati complessivamente 1.264 i fuggitivi giunti in Sicilia su tre navi, dopo essere stati soccorsi in mare. Sono 515 quelli sbarcati a Pozzallo dalla nave Acquarius, 505 sbarcati a Catania dalla nave Siem Pilot e 246 a Messina dalla nave Fiorillo, 55 sono stati raccolti dalla nave Golfo Azzurro. Una situazione che non trova una conclusione: non si prevedono, infatti, soluzioni a breve termine nonostante gli accordi che il Governo italiano ha sottoscritto con il Governo di Al Serraj riconosciuto dall’Onu.

Migranti sbarcati ad Augusta

È proprio la condizione in cui versa oggi la Libia che difficilmente può portare a una via d’uscita per quanto concerne la questione migranti. Alessandro Mauceri su “La Voce di New York” ha posto in risalto un’intervista rilasciata ad un giornale tedesco da Fabrice Leggeri, responsabile di Frontex, che ha affermato che la collaborazione delle ONG impegnate in operazioni di soccorso e assistenza nel Mediterraneo al fianco di agenzie di sicurezza e contro i trafficanti di esseri umani è “inefficace”, e ha accusato le Organizzazioni non governative di incoraggiare i trafficanti. Leggeri ha sostenuto che il fatto che il 40% delle operazioni di salvataggio in mare al largo della Libia siano state effettuate dalle ONG rende impossibile verificare l’origine dei migranti o le loro rotte di contrabbando. Le stesse Nazioni Unite hanno sottolineato la pericolosità derivante dalla crescita del numero di migranti che cercano di raggiungere l’Italia anche in pieno inverno. Una situazione che, nonostante le promesse fatte all’Italia e agli accordi più volte sottoscritti da tutti i Paesi europei (l’ultimo negli incontri informali a Malta solo poche settimane fa) non fa che peggiorare mese dopo mese, anno dopo anno.

Migranti sbarcati a Catania

È l’instabilità che si registra in Libia dalla fine di Gheddafi che non fa presagire un possibile cambiamento, quantomeno in tempi accettabili. Il governo di Tripoli riconosciuto  dalle Nazioni Unite, dagli USA e dall’Unione Europea in realtà non ha poteri. È un esecutivo che può considerarsi “virtuale” che amministra meno di un terzo del Paese che deve rendere conto ai cartelli islamici fortemente penetrati dal fondamentalismo. Per poter sopravvivere Al Sarraj deve rispondere alla Fratellanza Musulmana, blocco predominante della galassia islamica che attualmente domina in Tripolitania col beneplacito di Stati Uniti e Gran Bretagna. Non tutto il territorio è sotto controllo. Oltre all’area berbera di Zintan, alleata della prima ora del Parlamento di Tobruk, le regioni verso il Niger e quelle a ridosso dei confini con Tunisia e Algeria sono un’autostrada di traffici di armi destinate al Sahel e di essere umani destinati all’Europa. Nelle stesse aree è fortissima la presenza islamista. La Cirenaica a sua volta prosegue il cammino indipendente da Tripoli, col generale Haftar sempre più legato all’Egitto di Al Sisi e dalla fine dello scorso anno, ufficialmente riconosciuto come interlocutore da Mosca. Sono queste frammentazioni che rendono, di fatto, impossibili gli accordi con una delle parti in causa, per il semplice motivo che una parte rappresenta solo “una parte”.

Come fa ben notare Gianpiero Ventura su “Difesa Online”, La mancanza di uno Stato nazionale credibile e l’incomunicabilità fra la Tripolitania “angloislamica” e la Cirenaica filo egiziana, hanno creato un vuoto all’interno del quale continua l’esportazione clandestina di idrocarburi e il dominio incontrastato di milizie locali. La situazione di stallo costellato da conflitti continui, può essere sbloccata dall’unico interlocutore potenzialmente in grado di parlare a Tripoli e Tobruk, cioè Mosca (…) Altro aspetto che potrebbe beneficiarne è sicuramente quello del traffico di “profughi” in mano a bande armate islamiste e alle criminalità organizzate locali e italiane. Fra i tanti motivi che finora hanno impedito alla Libia di tornare ad una parvenza di normalità c’è il fatto che a molti non conviene. Basti pensare che oggi il Paese è il terminale africano della compravendita di “migranti” mentre dalla blindatissima Libia di Gheddafi non usciva nemmeno una mosca (…).

 

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