Sicilia da lasciare e dimenticare?

di Carlo Barbagallo

 

Secondo i dati del C.E.M.-Coercive Engineered Migration riportano che 750.000 Siciliani hanno costituito il terzo ciclo migratorio della Sicilia. In meno di dieci anni, dal 2001 al 2014 sono stati 526 mila i giovani Siciliani che sono emigrati dall’Isola, 205 mila i laureati. Generazioni perdute per sempre.

È una scelta giusta questa che migliaia di giovani hanno fatto? Giudicare dall’esterno è troppo facile, bisognerebbe conoscere singolarmente le loro vite prima d’aver preso l’irreversibile decisione di abbandonare famiglie e amici e il loro ambiente “naturale”. Noi sappiamo che è stata (e continua ad essere) la mancanza di lavoro la spinta principale a determinare la scelta di lasciare questo territorio per trasferirsi “avventurosamente” in altre località nazionali o all’estero. Ovunque si siano “ricollocati” questi giovani Siciliani hanno trovato quello che la Sicilia a loro non è riuscita a dare.

Nonostante le scuse “postume”, non si riescono a cancellare le parole del ministro del Lavoro Giuliano Poletti “Bene così: conosco gente che è andata via e che è bene che stia dove è andata, perché sicuramente questo Paese non soffrirà a non averli più fra i piedi…”. I “numeri ufficiali” periodicamente ci vengono sbattuti in faccia, come riportano i mass media quando gli Istituti di analisi presentano i loro rapporti: Nel 2015, a fronte di un Centro-Nord con oltre 300 mila occupati in più rispetto al 1977, il Sud si presenta con 600 mila occupati in meno. A ciò si aggiunga il forte depauperamento di capitale umano determinato dalla fuoriuscita di numerosi giovani e adulti trasferitisi nel Centro-Nord. Una migrazione di cui poco si è parlato. Si continua a sostenere che la sfida è grande, che  si tratta non solo di riavvicinare il Sud al Nord, riducendo le distanze, attraverso l’aumento dell’occupazione in entrambe le zone del Paese, ma anche puntare alla riduzione delle disuguaglianze interne al Sud, ma queste sono parole e frasi che si sentono pronunciare da decenni, senza che poi e alla fine cambi qualcosa.

Ma quel che ci deve chiedere è anche: è una scelta “giusta” rompere i ponti (come quelli promessi ma mai realizzati) e non rimanere per lottare veramente con tutte le proprie forze nell’intento di riuscire a voltare pagina? Difficile dare una risposta all’interrogativo, soprattutto quando a darla è chi ha un lavoro o un’occupazione che gli consente una vita dignitosa.

Oggi (come ieri o l’altro ieri) c’è chi sostiene che la Sicilia possiede tutte le risorse per potere affrontare il suo futuro: è vero, come è altrettanto vero che queste “risorse” sono rimaste (nel tempo) soltanto “risorse potenziali” che chi ha governato e governa l’Isola non è mai stato in grado di trasformarle in realtà produttive. Constatazioni sui fatti lo dimostrano. Allora? Unica via di scampo per i giovani quella di dire addio alla Sicilia e dimenticarla? La risposta dovrebbe essere affermativa, viste le condizioni in cui versa la regione e tenuto conto che la prospettiva rimane quella di sempre: un muro di gomma. E pur tuttavia non è possibile rassegnarsi a un ruolo passivo, rimanendo inerti e senza reagire nei confronti di una “classe” politica che spadroneggia nei concetti (dettati dall’opportunismo) della “solidarietà” verso gli “altri” (comunque e in ogni modo da dare a chi ne ha realmente bisogno) ma che tralascia tutto il resto, operando nell’ambiguità del “solito” e conosciuto clientelismo.

Ai giovani obbligati a scegliere il percorso del “fuori casa” occorre dimostrare da una parte che non esistono solo i “Poletti”, in ques’Italia del camuffato Renzi/bis; dall’altra parte occorre ricordare che le difficoltà si possono superare solo se si è uniti nel contrastare il lato oscuro di questo Paese. E quindi rimanendo seguendo l’imperativo/necessità che occorre cambiare. E non si può contribuire a un cambiamento “effettivo” stando a migliaia di chilometri dalla propria Terra.

 

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