Libia, terrorismo, profughi: tutto avanti con marcia indietro

di Salvo Barbagallo

 

ter3Non c’è da stupirsi che ciò che si ritiene valido oggi possa subito venire riconsiderato dopo qualche ora, e che ciò che sembra deciso invece ritorna nel limbo delle possibilità. Non c’è da meravigliarsi, dunque, se dopo la richiesta di aiuto all’Italia e alla Coalizione anti Isis/Daesh da parte del premier libico Fayez al-Sarraj è sembrato che tutti i Paesi interessati fossero già pronti per mandare la loro parte di contingenti militari in quel territorio e immediatamente dopo registrare una frenata brusca sotto l’etichetta della “cautela”. In uno scenario incerto come quello della Libia assumere decisioni (quali che siano) equivale ad assumere responsabilità: in questo delicato momento globale, è come camminare con scarponi chiodati su un terreno cosparso da uova e nessuno intende assumersi la responsabilità di trasformare uova fracassate in frittata. Così come è accaduto nel 2011 con l’eliminazione di Gheddafi. Pertanto: tutto avanti ma con marcia indietro e fermo d’attesa. In attesa di cosa, di chissà quale evento non si comprende bene.

ter2Si è smorzato l’entusiasmo del premier Matteo Renzi per la “conquistata” leadership di Coalizione d’intervento da parte italiana quando, evidentemente, si è accorto che la “leadership” può avere dei costi in materia di “responsabilità”: è comprensibile e, da questo punto di vista, come dargli torto?

D’altra parte sono fin troppe le cose che Matteo Renzi deve fronteggiare in “Casa Italy”: le diatribe con la magistratura rappresentata da Davigo, le “marachelle” (o leggerezze?) di dirigenti del PD che si trovano inguaiati in delicate inchieste, la nebulosità che presenta il Referendum sulla riforma della Costituzione, i problemi dell’economia nazionale sollevati da alti esponenti tedeschi, la questione della (mala) accoglienza dei migranti/profughi provenienti principalmente da quella Libia che si vorrebbe aiutare, e la minaccia del terrorismo, forse la questione più inquietante.

terCerto il nodo principale è la Libia, un nodo difficile da sciogliere. Francesco Grignetti ha scritto ieri sul quotidiano La Stampa: “Non sembra più all’ordine del giorno, il ritorno a Tripoli dei diplomatici delle Nazioni Unite. All’appello del Palazzo di Vetro, che chiedeva uno sforzo agli europei affinché permettessero una cornice di sicurezza ai suoi uomini, la Coalizione che studia da mesi le forme di un possibile intervento in Libia difficilmente dirà di sì. Per proteggere il compound delle Nazioni Unite occorrono dai 200 ai 300 militari e quasi nessuno dei governi europei – che ieri si sono consultati informalmente – accetta di far rischiare la pelle ai propri uomini in assenza di un accordo chiaro tra le fazioni”. E ciò a dimostrare che le decisioni che appaiono come tali, ora come ora, non possono essere definitive, ma solamente “fluide”. La “disponibilità” dell’Italia, conseguenzialmente, non poteva che essere fluida.

ter1Il terrorismo in casa nostra? L’allarme lo ha lanciato il direttore della National Intelligence americana, James R. Clapper e da funzionari dell’antiterrorismo in Europa, che affermano di avere informazioni provenienti da molteplici fonti secondo cui Gran Bretagna, Germania ed Italia sarebbero nel mirino delle reti europee dell’Isis. I servizi italiani commentano: “Non c’è nessun nuovo allarme né indicatori concreti di attacchi terroristici dell’Isis in Italia”. E lo stesso presidente del Copasir, Giacomo Stucchi, rincara: “Nessun riscontro sull’allarme terrorismo lanciato dai servizi Usa”. A chi prestare fede?

Come si può notare è il tempo delle incertezze, dei dubbi e delle preoccupazioni: stati d’animo degli italiani che il premier Matteo Renzi, con il suo eterno sorriso stampato in volto, non può cancellare.

 

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