Anche se in contrasto, i sistemi di potere comandano

di Salvo Barbagallo

 

Non c’è nulla da aggiungere su quanto si è detto o scritto, in poco più di 24 ore, sul risultato del Referendum/Trivelle: ha ragione Matteo Renzi che si auto attribuisce la “vittoria” (?). E un’altra “vittoria” probabilmente (il dubitativo, comunque rimane d’obbligo quale “speranza” per un futuro diverso) la otterrà con il Referendum successivo, quello sulle Riforme, e altra “vittoria” ancora avrà sulle consultazioni nazionali o regionale che si terranno. Al perché delle “vittorie” del premier “italiano” si può dare una risposta semplice: Renzi e quanti sono al “potere” di governo andranno avanti tranquillamente fino a quando non ci sarà un’alternativa credibile, fino a quando non ci sarà una opposizione che tale possa considerasi effettivamente.

Matteo RenziLe “vittorie” di Matteo Renzi saranno sempre più facili in quanto alle consultazioni (quali che siano) andranno a votare sempre meno “italiani”, ed era e rimane l’obbiettivo primario (fino ad ora raggiunto) che Renzi & Company intendevano raggiungere. L’invito ad astenersi dal voto sulle Trivelle è stato una sorta di prova, e non a caso, con questo identico indirizzo, è sceso in campo l’ex Capo dello Stato Giorgio Napolitano.

È il sistema di potere che comanda, e anche se in questo sistema esistono contrapposizioni che “sembrano” metterlo in crisi, i risultati alla fine non mutano granché: si tratta, pur sempre, di “lotte interne” allo stesso sistema, lotte per la leadership o lotte per riequilibrare gli assi che intendono predominare per rapportarli ad una pax comune. Poco più di un mese addietro (il 15 marzo) su questo giornale abbiamo scritto: “Se si dovesse andare a votare domani, il risultato della consultazione (prevedibilissimo) sarebbe l’assoluta vittoria dell’assenteismo. I politici conoscono la situazione e a loro sta bene in questo modo: meno votanti, più controllo (e indirizzo) da parte dell’apparato delle segreterie. La dissoluzione dei partiti di riferimento in campo nazionale, dalla sinistra alla destra, è sotto gli occhi di tutti: quanto è accaduto dall’avvento/fenomeno “Renzi” nel PD è la cartina di tornasole di una condizione di disagio (e “disagio” è dir poco) che si trascina da anni e anni, e che precede, da parte di chi dimostra di possedere un potere concreto, un controllo totale di ciò che rimane. Non si tratta di una questione di voler mettere il “nuovo” al posto del “vecchio”, ma di sovvertire ciò che è noto con quello che non si conosce, tenendo nel debito conto che chi riesce ad operare ha “naturalmente” qualche entità (non astratta) in grado di coprire opportunamente qualsiasi mossa, in qualsiasi direzione.”

Niente di inaspettato, dunque, ma forse qualche valutazione “poco esatta” l’abbiamo fatta, quando abbiamo sostenuto che “Quanto accade nel Continente influisce poco sulla Sicilia, che ha un “sistema” tutto suo, consolidato nel tempo. Al di là delle apparenti diatribe e dei non apparenti traslochi da una sigla “partitica” all’altra, per i politici di casa nostra (almeno quelli che “contano”) che sul territorio al di là dello Stretto e risalendo sempre più su, al nord, ci siano lotte spietate, tutto fa brodo: c’è sempre meno controllo per quanto si verifica all’estrema periferia insulare. Non solo: quei contrasti, quegli scontri quotidiani fra una fazione e l’altra, accrescono il potere e la capacità contrattuale dei professionisti e dei mestieranti della politica siciliana. I voti che provengono dalla Sicilia sono indispensabili sul piano nazionale, anche se subiscono progressiva riduzione per un’affluenza disertata delle urne”. Quanto scritto (che nel suo contesto complessivo rimane valido) necessiterebbe di “qualche” aggiustamento a seguito dei cosiddetti recenti scandali emersi dall’inchiesta di Potenza, che vede coinvolti personaggi “italiani” e “siciliani” d’alto bordo, e che ha fatto riemergere dalle nebbie un termine da tempo in disuso, il Clan: nulla può avvenire se non c’è un asse privilegiato che partendo dall’Isola/Sicilia raggiunge il Continente/Roma. Cose che abbiamo già scritto: Il “sistema Sicilia”, basato sull’efficienza delle segreterie, gioca (come ha costantemente fatto) sul forsennato e pilotato clientelismo, provocato dalle pressanti necessità che la collettività ha. Un posto di lavoro viene “concesso” solo quando chi è nelle condizioni di darlo, ne abbia una ricaduta di “consenso” accertabile e accertata. Qualsiasi emergenza torna utile ai professionisti e mestieranti della politica, che traggono il loro “potere” dalla poltrona che occupano, dal ruolo pubblico che ricoprono. Il serbatoio dal quale attingono linfa è costituito dagli enti pubblici e alla possibilità di collocarvi all’interno persone affidabili, pronte a dare un contraccambio. D’altra parte, c’è da ricordare che questo “sistema” è stato adottato pienamente dallo stesso premier Matteo Renzi che ha sistemato entità umane di sua fiducia nei posti chiave dell’apparato nazionale pubblico (e anche privato).

Quel che lascia perplessi è che pochi hanno posto in evidenza come diversi eventi verificatisi negli ultimi tempi (dall’avanzata di Matteo Renzi, alla questione dimenticata delle Banche) abbia avuto origine nel territorio fiorentino con Arezzo/capitale, per poi giungere (o itinerario inverso) in Sicilia con gli episodi che riguardano il vice presidente di Confindustria Ivan Lo Bello. Il 14 dicembre dello scorso anno ci chiedevamo nella circostanza della dipartita del Maestro Venerabile massonico più controverso d’Italia “Chi ha raccolto l’eredità di Licio Gelli?”. Forse rispondendo a questo interrogativo si potrebbe comprendere cosa stia accadendo in Italia da un paio d’anni a questa parte…

In conclusione: è il “Sistema di potere” (vecchio o nuovo che sia) che in Italia fa il bello e cattivo tempo. E le condizioni meteorologiche poco hanno a che vedere con quanto accade.

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