Si torna a parlare di Libia e di armi nucleari sparse in Europa

di Salvo Barbagallo

Si torna a parlare della Libia e poco importa se la gente comune conosce poco (o, per meglio dire, quasi nulla) di ciò che sta accadendo in quel territorio dove, a conti fatti, non si riesce a insediare un governo che possa rappresentare quel Paese in maniera credibile.

Obama e RenziSi torna a parlare di Libia  in occasione della visita negli USA del presidente del Consiglio Matteo Renzi e, come annota Fabio Martini sul quotidiano La Stampa, Renzi sa già tutto. Sa che Barack Obama vorrebbe chiudere in gloria una stagione presidenziale considerata neo-isolazionista, riconquistando Raqqa e stroncando l’Isis in Libia. E dunque il presidente del Consiglio sa che da Washington, in occasione della conferenza sul nucleare, il pressing della Casa Bianca sull’Italia si intensificherà. Renzi sa bene che i francesi e soprattutto gli inglesi sono pronti ad appoggiare Obama in ogni sua istanza e dunque se, come pare, il presidente americano promuoverà a Washington un confronto a tema, le vie di «fuga» rischiano di farsi complicate. Anche perché nelle principali cancellerie della coalizione anti-Califfo si è diffusa la sensazione che l’Isis – in difficoltà in Siria e in Iraq – potrebbe intensificare sia l’attività terroristica in Europa, sia accelerare il «trasloco» verso Sirte.

dep2Una situazione non certo facile per il premier italiano, le cui decisioni, in un modo o in un altro, avranno pesante influenza di ricaduta in italia e…in Sicilia. Sì, anche e soprattutto per la Sicilia quando verrà stabilito oltre Oceano avrà alta valenza, a partire dall’utilizzo delle basi militari (italo)statunitensi nell’isola, all’accelerazione dei flussi migratori di quanti tentano di fuggire dalla guerra in atto che proprio dalla Libia si dipartono verso le coste siciliane (e non “italiane”, come i mass media continuano a ripetere, cancellando la parola “Sicilia”). E ricordando i profughi vanno ricordati i “numeri”: già oltre tremilasettecento salvati e portati in Sicilia negli ultimi giorni. Migliaia di altri fuggitivi si avventureranno nelle acque del Mediterraneo grazie alle migliorate condizioni atmosferiche. Cosa accadrà nel caso di un “intervento” militare della Coalizione in Libia, “guida” o non guida italiana? L’imprevedibilità la fa da padrone.

E in termini di “imprevedibilità” che viene “prevista”, c’è un allarme in più per quanto attiene il terrorismo jihadista in Europa, cioè a “casa nostra”: il rischio delle bombe atomiche USA depositate da anni in diversi Paesi, compresa l’Italia.

dep1L’allarme viene lanciato, come riferisce Il Corriere della Sera, da Jeffrey Lewis, uno dei più importanti esperti di armi atomiche al mondo. Ed è un allarme non di poco conto, che si riassume così: la strategia americana di tenere in Europa alcune delle sue testate nucleari aumenta il rischio di un’apocalisse firmata dai terroristi(….) In particolare, l’attenzione di Lewis si appunta, in un articolo su Foreign Policy, sul caso del Belgio. Che — lo si è visto, tragicamente, nel corso degli ultimi giorni — mostra di avere apparati di sicurezza esposti a gravi, e ripetuti, errori. È già accaduto in Belgio che i siti dove sono custoditi gli ordigni nucleari siano stati “visitati” da pacifisti che sono riusciti ad avvicinarsi ai silos che li contengono, registrando una inefficienza preoccupante nei sistemi di vigilanza. La descrizione fatta da Il Corriere della Sera di quegli episodi dovrebbe far riflettere: In Europa ci sono —spiega Lewis— circa 180 armi nucleari B61 bell’e pronte: sono quelle che gli Stati Uniti hanno affidato ai Paesi europei, in un piano tattico che data ai tempi della Guerra fredda e che, di quei tempi, è un relitto. Ora: alcune di quelle 180 bombe atomiche sono in Belgio. E il luogo di stoccaggio di quelle testate — la base aerea nota come Kleine Brogel, a un’ora da Bruxelles — ha standard di sicurezza che Lewis definisce, senza mezzi termini, «terribili». A dimostrarlo sono state, negli anni scorsi, non una ma ben due incursioni di attivisti anti-nucleari: la prima, nel 2010, che non hanno neppure dovuto scavalcare i cancelli (erano aperti), sono arrivati all’interno delle «casseforti» dove sono ospitati i silos contenenti le armi nucleari, hanno girato dei video. Il tutto per un periodo «tra i 40 e i 60 minuti», prima che la sicurezza si presentasse, nelle vesti di un «un soldato belga, molto annoiato e con un fucile scarico». Alcuni mesi dopo, quegli stessi manifestanti lo hanno rifatto: la sicurezza del sito non si presentò nemmeno, (non si presentò nemmeno un cane da guardia: il costo per l’addestratore era stato ritenuto eccessivo) e fece poi sapere che «le armi non erano nel silo dove gli attivisti si erano infiltrati, ma nell’altro» (!). In nessuno dei due casi ci furono fermi, arresti o allarmi (…).

Ebbene, riflettiamo su tutto ciò che non si conosce degli apparati militari statunitensi in Sicilia: non sappiamo se nei depositi di Sigonella, o di Augusta o di qualsiasi sito ignoto, vi siano ordigni di quella natura. Presumere non vuol dire avere certezze, e quindi allarmarsi per quanto si “sconosce” è inutile e controproducente. Sostenere, dall’altra parte, che le numerose basi “autonome” USA non giovano alla Sicilia è, invece, una realtà che andrebbe affrontata e dovrebbe essere affrontata. Ma, a chi rivolgersi per porre sul tappeto una simile questione?…

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