Obama, Libia, Sicilia e Mediterraneo: la guerra che non si vede

di Salvo Barbagallo

Non c’è chi non veda nel quadro delle “non“ decisioni sulla questione Libia e sul caos che sta regnando in diversi territori dell’area del Mediterraneo, lo specchio delle situazioni in cui si trovano i soggetti europei e, soprattutto, gli Stati Uniti d’America. E non c’è chi non comprenda che molte delle situazioni “interne” ai Paesi protagonisti delle attuali vicende abbiano strette connessioni con gli avvenimenti geo-politico-militari di quei territori del sud del Mediterraneo dilaniato da lotte interne e dalla progressiva avanzata del Califfato jihadista. Sono avvenimenti che dovrebbero riguardare tutti, ma che nella realtà trovano poco riscontro nella complessiva opinione pubblica. Osserviamo con attenzione da quel che normalmente viene considerato un “microcosmo poco significativo”, cioè dalla Sicilia, quanto accade attorno e vicino a questa Isola mediterranea perché siamo convinti che molte prospezioni da questa Isola si stanno diramando e avranno peso sull’imminente futuro. Almeno questa è la nostra opinione alla luce di come si muovono i protagonisti internazionali che sono (in un modo o in un altro) responsabili del “futuro”.

Barack ObamaIl presidente (a fine carica) degli Stati Uniti, Barack Obama ha ripensamenti sull’operato bellico degli USA di cinque anni addietro quando venne demolito il regime di Gheddafi, rendendosi conto (solo oggi) che quella partecipazione statunitense ha contribuito non esclusivamente a togliere di mezzo un personaggio scomodo, ma contemporaneamente a demolire un Paese, provocando o, per meglio dire ”favorendo” (direttamente o indirettamente) il proliferare dell’Isis e del caos portato dal terrorismo jihadista. I “pentimenti” postumi, lo sanno tutti, non servono a nulla e non cambiano ciò che è stato. Ma quell’esperienza ora fa dire a Barack Obama che non manderà più uomini armati americani in terra straniera. Anche questa determinazione appare piuttosto ambigua, tenendo conto che di “uomini armati” in terre straniere gli USA ne hanno fin troppi, e tenendo conto che all’elemento umano da tempo sopperisce la presenza invasiva della tecnologia. È questo il caso della presenza USA in Sicilia dei micidiali impianti bellici “autonomi e stabili” sparsi nel territorio isolano, da Sigonella a Niscemi ad Augusta e altrove, che agli USA sono costati e costano miliardi di dollari. Affermare, pertanto, una sorta di disimpegno in termini di unità “umane” suona come una nota stonata. Un drone Global Hawks o un Predator lanciato da Sigonella (a due passi dai Paesi mediterranei) ha più efficacia d’avere diecimila uomini sul campo. La tecnologia avanzata del MUOS di Niscemi (già in funzione?) può permettere un controllo delle informazioni più capillare di quanto possano fare centinaia di agenti di intelligence sul posto operativo. È per questi motivi che riteniamo la Sicilia un target “sensibile”, con tutte le ripercussioni che possono immaginarsi, nonostante il disinteresse di chi governa la Regione Siciliana e di chi governa l’Italia nel suo insieme.

Drone in attaccoIn Italia per principio sancito dalla Costituzione si rifugge dalla guerra, ma la guerra è in atto e il “nemico” è alle porte, anche se negli italiani manca effettivamente la percezione del pericolo. Tante le problematiche che ruotano attorno a questo nodo, una, fra le principali, è la “sovranità” che si perde delegando altri a risolvere problemi propri, o facendosi coinvolgere in iniziative estranee. L’area del Mediterraneo appare sotto predominio multiplo, predominio di quei Paesi che hanno interessi variegati da difendere. Ma anche l’Italia ha “interessi” da difendere in suolo libico, anche quelle che riguardano le risorse energetiche. Parole come “intervento diretto” o “intervento partecipato”, le marce in avanti (leggasi la richiesta, poi “cestinata”, di leadership di Coalizione) a conti fatti, sono ambigue e potrebbero dimostrare l’assenza totale di una linea guida da parte di chi governa il Paese. Come qualcuno ha sottolineato, la posizione di Ponzio Pilato, quella del “me ne lavo le mani”, non funziona perché, fra l’altro, non risolve.

Per noi Siciliani il punto cruciale resta la Sicilia: l’uso “militare” che di questa Terra si sta facendo e dell’ulteriore uso che se ne vorrà fare. Il “nemico” alle porte c’è, non è una invenzione: è il terrorismo jihadista che avanza in Libia, che bussa alla frontiera della Tunisia. Di certo un pericolo che non potrà essere eliminato soltanto con le bombe dei droni che possono partire da Sigonella. Quelli saranno ordigni “made in USA” e non italiani, mentre la Sicilia (almeno fino ad ora) è parte integrante e vitale dell’Italia. Oppure non è così e, forse, noi non abbiamo capito nulla…

Mediterraneo

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