Sono della Trident le navi militari italiane in acque libiche?

di Salvo Barbagallo

Le tre navi della Marina militare italiana in acque libiche fanno parte della flotta che ha in corso nel Mediterraneo l’esercitazione “Trident Juncture”? L’interrogativo è più che lecito e segue una serie di altri punti interrogativi che ha suscitato (e suscita) l’operazione aeronavale e terrestre internazionale che ha preso il via ufficialmente il 2 ottobre scorso e che si dovrebbe (?) concludere sabato prossimo.

In queste ore e da quando le navi italiane si sono poste a poca distanza dalle coste di Bengasi a una cinquantina di chilometri a est della città? Già ieri il governo di Tobruk, infatti, con un comunicato diramato attraverso Facebook e Twitter, ha condannato “con fermezza la violazione delle proprie acque territoriali”. Il governo libico ha affermato che “non esiterà a ricorrere a tutti i mezzi che gli consentano di proteggere le sue frontiere e la sua sovranità territoriale“. Tobruk ha sollecitato l’Italia “a rispettare i trattati firmati tra i due Paesi” e condanna “l’ingresso delle navi italiane come un atto contrario a tutti gli accordi internazionali ratificati dall’Onu”. Il capo di Stato maggiore libico, Saqr Geroushi ha dichiarato che l’aviazione libica ha fatto decollare in tarda serata i suoi caccia militari per “monitorare l’attività delle navi da guerra italiane”.

All’esercitazione “Tridente Juncture” partecipano i 28 Paesi dell’Alleanza Atlantica, nove Paesi partner e 18 nazioni osservatrici. Prendono parte alle manovre, l’Australia, l’Ucraina, l’Austria, la Svezia, la Finlandia, la Bosnia Erzegovina e la Macedonia con un dispiegamento di 36.000 militari, 230 reparti, oltre 60 navi, 7 sottomarini e 140 aerei da guerra. A dirigere le attività operative è il Generale Hans-Lothar Domröse, Capo del Comando Interforze Alleato (JFC) di Brunssum. Scopo dichiarato (ufficialmente) della “Trident Juncture” è quello di constatare sul “campo” la capacità di coordinamento tra varie forze della Nato e la capacità di reazione e di rapidità d’azione di fronte a situazioni ritenute d’emergenza. In poche parole, per mettere alla prova la Forza di Reazione Rapida (NRF) della Nato, al fine di proteggere i partner e i loro interessi e fronteggiare sfide provenienti da Sud e da Est. Nonostante la finalità sia stata messa in evidenza, non pochi analisti hanno considerato “eccezionale” questa esercitazione che vede un così notevole raggruppamento di forze aeronavali e terrestri in uno scacchiere così delicato quale è quello del Mediterraneo, tenuto conto che nella settimana precedente si era conclusa, nello stesso scacchiere, l’operazione “Manta” con un notevole dispiegamento di forze navali, soprattutto mezzi subacquei.

Iniziative si sono animate da nord a sud, in Sardegna e ieri in Sicilia a Marsala, dove un migliaio di persone provenienti da diverse città dell’Isola hanno partecipato alla manifestazione organizzata dal Coordinamento provinciale “No guerra, no Nato” e da “No Muos” per protestare contro le esercitazioni della Nato & Company. Tra gli slogan del corteo, seguito dalle forze dell’ordine in assetto antisommossa,“La Sicilia non è laboratorio di guerra” e “Ci tolgono le scuole, ci tolgono gli ospedali, ci lasciano solo le basi militari”. Francesco Ingianni, del “Il coordinamento provinciale contro la guerra e la Nato – ha dichiarato: “I 5 mila militari impegnati nelle esercitazioni affollano alberghi e ristoranti? Io non ne ho visto neanche uno…”. E’ questo un altro aspetto di questa esercitazione tanto “affollata” quanto “discreta”, per quanto attiene la Sicilia: non si vedono militari sparsi sul territorio. Solo qualche episodio “inconsueto”, come quello verificatosi venerdì della settimana scorsa (e segnalato dal quotidiano “Repubblica”) di due elicotteri in un’area normalmente adibita a pascolo fra i templi del parco archeologico di Selinunte. Giuseppe Scuderi, dirigente del parco, accorso sul luogo dell’atterraggio, ha affermato: “I militari cercavano la base di Sigonella…”.

Per dovere di cronaca: il governo italiano ha smentito la presenza di mezzi navali italiani al largo di Bengasi.

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