Sicilia al centro delle strategie belliche USA

di Salvo Barbagallo

Sarà per incompetenza, sarà perché Rosario Crocetta si ritiene (?) un fedele “suddito” italo-americano, ma la Regione (in quanto “entità” non astratta ma responsabile della collettività Siciliana) non mostra alcun interesse a ciò che “militarmente” accade nell’Isola e attorno all’Isola. Questo è un dato di fatto. L’unico Presidente della Regione che si è interessato di “questioni” internazionali è stato il non dimenticato Rino Nicolosi, quando con il vicino leader Muammar Gheddafi nei primi Anni Ottanta instaurò un rapporto privilegiato, tendente a definire rapporti diretti Libia-Sicilia. E mal gliene incolse perché così facendo decretò la sua fine. In verità Rosario Crocetta mantiene contatti con qualche Paese del Mediterraneo (vedi l’ultimo viaggio, di alcuni giorni addietro in Tunisia), ma certo non per discutere di situazioni che vanno oltre il limite di rapporti commerciali e culturali (eventuali, presunti?). Non mettendo da parte (cioè, volendole considerare) le prerogative che lo Statuto Speciale Autonomistico dà al Presidente della Regione (di sedere al tavolo del Consiglio dei ministri con eguale ruolo quando si trattano questioni che riguardano la Sicilia), ci si chiede perché questo Presidente della Regione Siciliana (così, purtroppo, come hanno fatto i suoi predecessori) non è minimamente intervenuto nell’attuale grave situazione che vede la Sicilia al centro di strategie belliche che la coinvolgono direttamente. In una situazione grave come quella che si presenta e che è sotto gli occhi di tutti, la Regione (quale “entità” non astratta…) non è mai intervenuta, non ha mai chiesto conto e ragione di ciò che sul suo territorio si consuma quotidianamente.

Paura, disinteresse, interesse, ricatti? Quali sono i motivi che stanno “imponendo” alla Regione Siciliana un immobilismo che, ai più, appare “irresponsabile”? L’interrogativo quasi sicuramente non avrà risposta e l’atteggiamento dei governanti l’Isola apparirà maggiormente irresponsabile. Si tengono in continuazione esercitazioni militari aeronavali e terrestri (NATO o non NATO, poco importa l’etichetta) di grande imponenza partecipativa che hanno la Sicilia come punto focale (di partenza, di arrivo, di “residenza”), quasi sicuramente come conseguenza della presenza di agguerrite e sofisticate installazioni USA (dalla Naval Air Station di Sigonella, al MUOS di Niscemi, da Augusta a Trapani). Su queste “manovre”, che potrebbero preludere a qualcosa di diverso, nessun commento, nessuna voce proviene dalla Regione Siciliana: c’è il silenzio più completo. E dovrebbe essere al contrario, quantomeno mostrare un minimo di interesse tenendo nel debito conto le notizie allarmanti che provengono sia dai Paesi dell’area del Mediterraneo che hanno la guerra in casa, sia d’oltre Oceano, dagli Stati Uniti in particolare dove si sta discutendo sull’opportunità di spostare le proprie truppe più vicine alla prima linea in Iraq e in Siria, così come riferisce il Washington Post, citando alti consiglieri della sicurezza nazionale che negli ultimi giorni avrebbero aumentato il loro pressing sulla Casa Bianca, motivandolo con i mancati progressi nella lotta al Califfato jihadista.

I governanti siciliani troppo affaccendati nelle loro beghe interne (di basso profilo, poi) per occuparsi “anche” di queste faccende? E’ possibile che non si rendano conto che la Sicilia assume un ruolo sempre più centrale in tutti i possibili sviluppi bellici che ruotano attorno a quest’area del Mediterraneo? Come evidenzia ancora il Washington Post, le intenzioni USA sono quelle di mantenere “la capacità di condurre operazioni limitate con i partner se le opportunità lo consentono”: Come dire, gli USA potrebbero utilizzare le forze della NATO. Forse quelle stesse forze di “pronto intervento” che hanno in corso (con punto focale Trapani) l’esercitazione più imponente dalla fine della guerra fredda, la Trident Juncture, che vede schierati 36.000 uomini, 140 aerei e 60 navi? L’ipotesi non è campata in aria dal momento che i comandanti sul campo (Siria, Iraq) hanno formulato una lista di opzioni che è giunta sul tavolo degli alti consiglieri di Obama, tra cui lo stesso Carter e il segretario di Stato John Kerry, che si sono concentrati sull’idea di spostare le truppe più vicine ai fronti “caldi”. Su questa “materia” nulla specificano gli stessi governanti il Paese, lo stesso premier è lontano da questi argomenti, fin troppo impegnato nel suo tour in America Latina, tra Cile e Cuba, pronto però a elargire sorrisi e promesse agli imprenditori che lo seguono.

La Sicilia? Ma chi se ne frega della Sicilia e dei suoi abitanti!

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