Basi militari USA in Sicilia: c’è chi le vuole

Di Salvo Barbagallo

Una divergenza d’opinioni fra Paolo Messa fondatore del giornale“Formiche” e Sergio Romano (nella rubrica “Lettere” del “Corriere della Sera” di ieri mercoledì 14 ottobre) riporta all’attenzione la questione delle basi militari USA in Sicilia, argomento trattato in più circostanze da “La Voce dell’Isola”.

siggSostiene Paolo Messa, rivolgendosi a Sergio Romano: “Nella sua rubrica lei ha citato un intervento del generale Tricarico pubblicato su Formiche.net <http://formiche.net/> per sostenere che «le basi americane in Italia rappresentano un duplice problema» e che «è giunta l’ora di rivedere gli accordi sulle basi» in quanto superate le ragioni della loro strategicità per il nostro Paese. La posizione della nostra testata è diversa. Le ambizioni geopolitiche dell’Italia e le responsabilità che ne derivano non possono prescindere da alcuni punti fermi. A maggior ragione dopo i poderosi tagli al budget nazionale della difesa, è evidente che le basi degli Alleati rappresentano un asso rilevantissimo nella manica del governo. La rivendicazione di un ruolo in Libia e nel Mediterraneo sarebbe molto più debole se il nostro Paese non ospitasse una infrastruttura così vitale per gli interessi transatlantici. Il tema quindi, per Formiche, non è quello di mettere in discussione il patrimonio di asset militari presenti nel Paese, ma anzi valorizzarlo e semmai evitare di dover essere imbarazzati per una vicenda come quella del Muos di Niscemi (una base che ospita un impianto cruciale per la sicurezza delle comunicazioni satellitari militari) che a tutt’oggi è bloccato per intoppi politici e burocratici incomprensibili e inspiegabili.”.

sigg2Risponde Sergio Romano: “Caro Messa, Negli anni Ottanta, quando il presidente del Consiglio era Bettino Craxi e il ministro degli Esteri Giulio Andreotti, la maggiore preoccupazione del governo italiano era di evitare che le basi americane in Italia venissero usate per colpire la Libia: un Paese con cui l’Italia cercava faticosamente di dialogare. Negli anni Novanta la base di Aviano fu usata anche da aerei italiani per colpire la Serbia: una operazione di cui non è facile andare orgogliosi. Dopo l’inizio del nuovo Millennio sembra più difficile immaginare che gli Stati Uniti abbiano bisogno di un pezzo di territorio italiano per colpire i loro nemici medio-orientali. La flotta è una base galleggiante che sembra rispondere pienamente alle strategie del Pentagono. Ma le basi non hanno perso la loro utilità e sono sempre, insieme a quelle di cui l’America dispone altrove, l’indispensabile retroterra logistico di tutte le sue operazioni militari. La gestione di queste operazioni è interamente americana. La Nato, quando è chiamata in causa, serve tuttalpiù a rendere apparentemente «internazionale » ciò che è, in effetti, strettamente americano. Le ricadute, invece, sono per tutti. (…) l’Italia, caro Messa, è il Paese maggiormente esposto alle tempeste nord-africane e medio-orientali. Sono queste le ragioni per cui il problema delle basi e delle loro funzioni dovrebbe essere quanto meno rivisto.”.

La grande esperienza in diplomazia rende molto chiaramente il pensiero di Sergio Romano, e la risposta che offre al fondatore di “Formiche” Paolo Messa ne è una prova. Indubbiamente Sergio Romano non poteva spingersi oltre: non poteva, di certo, sostenere che le basi statunitensi in Italia e, soprattutto, in Sicilia costituiscono una vera “occupazione militare” di una potenza straniera in un territorio “alleato”. Di sfuggita ricordiamo che questa “occupazione” statunitense del territorio nazionale dovrebbe essere paragonata a quella che negli anni dell’ultimo conflitto mondiale venne effettuata dagli “alleati” tedeschi che, dopo l’8 settembre del 1943, vennero trasformati in “nemici”. Ma non è soltanto questo aspetto “storico” che vale la pena di mettere in luce: quel che è più importante è, a nostro avviso (ma possiamo sbagliarci) la preponderanza del “materiale” bellico “made in USA” su quello italiano, e del suo uso “autonomo” che né governo, né militari italiani (sempre a nostro avviso, ma possiamo sbagliare…) sono in grado di controllare, nonostante quanto possa essere sostenuto e sottoscritto nei Trattati bilaterali Italia USA. Questo è soltanto uno degli elementi di “pericolosità” che comportano le basi “autonome” statunitensi in Italia. Un esempio è offerto dalla presenza dei droni Global Hakws nella “Naval Air Station” di Sigonella ormai da anni (con tutti i mezzi di supporto a corollario) che operano in missioni sconosciute (cioè al di fuori di presunti o possibili interessi italiani) essendo la loro attività di esclusiva competenza americana. Ricordiamo, se occorresse appunto, che i Global Hakws sono droni USA e non NATO!

C’è l’altro aspetto, probabilmente più inquietante e pericoloso, forse perché “a conoscenza” del governo italiano: la presenza sul nostro territorio di un numero imprecisato di ordigni nucleari (sempre di esclusiva competenza USA), là dove l’Italia (fortunatamente?) non è “potenza” nucleare. E’ poco convincente, poco credibile, pertanto, quanto afferma Paolo Messa “… sembra più difficile immaginare che gli Stati Uniti abbiano bisogno di un pezzo di territorio italiano per colpire i loro nemici…”. A smentire tale presa di posizione basti considerare i miliardi e miliardi di dollari che gli Stati Uniti d’America continuano a “investire” in “attrezzature” belliche in Sicilia, da Augusta (e zone limitrofe), a Sigonella (e zone limitrofe) a Niscemi con il MUOS costato agli yankèe fino ad ora ben 62 miliardi di dollari. Se questa non è “occupazione militare”, come potrebbe essere definita altrimenti?

Il MUOS di Niscemi – dice Paolo Messa – a tutt’oggi è bloccato per intoppi politici e burocratici incomprensibili e inspiegabili? Ma chi lo può dimostrare, semmai è facile il contrario. Basti andare sul luogo per rendersi conto che non solo il MUOS è stato completato, ma le sue enormi antenne paraboliche sono in funzione da tempo! Chi si vuole prendere in giro?

Non vorremmo aggiungere altro, se non rammaricarci nel notare che ancora c’è chi non abbia a cuore la “sovranità” vera del nostro Paese: la parola “alleato” non equivale a quella di “padrone”.

Vorremmo riportare all’attenzione quanto scritto qualche giorno addietro in merito allo stesso argomento su questo giornale:

sigg1Sicilia militarizzata: cancellare i trattati USA-Italia

Sicilia militarizzata in mano Yankée, piattaforma per le prossime guerre: è ora di cancellare i Trattati bilaterali USA-Italia che hanno apertamente violato il Trattato di Pace internazionale firmato a Parigi nell’ottobre del 1947. E’ ora perché la crisi nei Paesi dell’area del Mediterraneo può, da un momento all’altro, travolgere la Sicilia, trasformandola in campo di battaglia. E’ ora che la Sicilia riacquisti la sua sovranità e torni ad essere, come nel passato, Terra di pace, Terra del dialogo fra le genti e le religioni.

Sergio Romano (giornalista, ex diplomatico, storico e scrittore) rispondendo ad un lettore, ieri sul “Corriere della Sera”, ha affermato: “Le basi americane in Italia rappresentano un duplice problema. In primo luogo sono regolate da accordi largamente superati dalle condizioni e circostanze in cui stanno operando dopo la fine della Guerra fredda. Gli accordi garantiscono la continuità della sovranità italiana, ma dubito che il Dipartimento della Difesa, a Washington, presti a quelle intese una particolare attenzione (…) Quando furono create, all’inizio degli anni Cinquanta, vi era per i tutti membri della Nato uno stesso potenziale nemico; e le circostanze potevano giustificare qualche eccezione alla regola. Oggi, a meno che non si vogliano risvegliare le passioni della Guerra fredda, il nemico comune, dopo l’intervento dell’Isis in Iraq e in Siria, non è quello di allora. Ma gli Stati Uniti continuano a usare le loro basi, soprattutto nel Mediterraneo, come se i loro obiettivi fossero necessariamente quelli dell’Alleanza. Lo fecero contro la Libia di Gheddafi negli anni Ottanta (…) È giunta l’ora di rivedere gli accordi sulle basi. Non credo che l’Italia possa continuare a ospitare sul proprio territorio senza qualche necessario aggiornamento alcune enclave militari americane, strumento di una politica che non è sempre quella del suo governo”.

L’autorevole opinione di Sergio Romano rispecchia (purtroppo in difetto) la pesante situazione che si vive in Sicilia, dove la progressiva ed eccessiva proliferazione di installazioni militari statunitensi sembra fuori qualsiasi controllo, anche se non crediamo che chi governa attualmente il Paese e la Regione Siciliana possa essere all’oscuro di quanto accade nell’Isola. Risulta equivoco e ambiguo, infatti, il silenzio del premier Matteo Renzi e del governatore Rosario Crocetta sullo stato militare della Sicilia, da Sigonella al MUOS di Niscemi, da Augusta a Trapani, con un continuo potenziamento delle strutture esistenti, tenuto talmente riservato che potrebbe considerarsi segreto. Nessuno chiede una Commissione d’inchiesta, nessuno si domanda il perché Sigonella, Augusta e Trapani sono il punto focale di tutte le più importanti esercitazioni aeronavali e terrestri, solo pochi addetti ai lavori possono conoscere se in queste basi esistono depositi di ordigni atomici, mentre è noto il potenziale bellico costituito dai droni Global Hawks stanziati stabilmente a Sigonella, e il potenziale dei sottomarini nucleari USA che fanno regolarmente sosta ad Augusta, anche se poi resta ignoto il “vero” uso del MUOS di Niscemi.

Se Matteo Renzi e Rosario Crocetta tacciono sui pericoli che incombono sulla Sicilia, il Siciliano Presidente della Repubblica Sergio Mattarella sembra ignorare la questione (almeno da quel che si può sapere) e quindi anche Lui resta in silenzio. Di conseguenza, chi dovrebbe parlare? Un parlamentare, un politico, un prete? E che potrebbero dire? Più che parlare, dovrebbero urlare, i Siciliani, ma prima dovrebbero risvegliarsi dal loro lungo torpore, riconquistare la loro dignità e – come dice il politologo Edward Luttwak – essere capaci di mandare tutti a casa e fare piazza pulita del lerciume che ha sommerso ogni cosa.

La questione di “rivedere” gli abusivi Trattati bilaterali USA-Italia (come sostiene Sergio Romano) s’impone, e noi diremmo s’impone con urgenza. Ma chi se ne farà carico?

 

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One Thought to “Basi militari USA in Sicilia: c’è chi le vuole”

  1. Palmiro

    Tutto quello che gli altri non vogliono o rigettano lo scaricano a noi

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