Siria, problema anche nostro

di Salvo Barbagallo

Migranti. Se sono da considerare valide le analisi del Pentagono statunitense, cioè che l’esodo di migranti e rifugiati dalla Siria e dal Nordafrica verso l’Europa è “una emergenza enorme, una crisi reale” che si protrarrà per non meno di 20 anni; e se è vero che la fuga dei disperati è provocata dalle guerre che infiammano quell’area, allora è altrettanto vera la previsione che queste guerre non avranno la parola “fine” prima dei vent’anni indicati. La “previsione” dei vent’anni di “crisi” è stata fatta dal generale Martin Dempsey, capo di stato maggiore delle forze armate Usa che, in una intervista esclusiva alla Abc, commentando la fotografia di Aylan, il bimbo siriano di tre anni morto su una spiaggia della Turchia, ha auspicato che quella immagine “abbia un simile effetto a quella del 1995 del mortale attacco con i mortai alla piazza del mercato di Sarajevo, che spinse verso l’intervento della Nato in Bosnia”. Insomma, gira e rigira, l’intervento armato (cioè aggiunta di “guerra”, ma con la partecipazione della Nato) è quello che gli Stati Uniti d’America prediligono.

sirE’ retorico chiedersi chi abbia determinato l’instabilità della Siria e dell’area nordafricana; è retorico chiedersi dove siano andate a sbattere le esultanze per le cosiddette “Primavere arabe”; è retorico chiedersi chi abbia generato (direttamente o indirettamente) la nascita del Califfato nero dell’Isis; è retorico chiedersi chi abbia voluto la fine di Gheddafi in Libia, determinando in quel Paese lo stato di caos che ormai tutti conoscono. Non c’era proprio bisogno delle parole del generale USA Martin Dempsey per avere consapevolezza che il problema fuggitivi sia “una emergenza enorme, una crisi reale”. Tutti oggi si rendono conto che i fuggitivi costituiscono  un “problema” che sta cadendo sulle spalle dell’Europa, un problema che ha origini in “crisi” che di certo l’Europa non ha provocato, ma nelle quali è stata coinvolta (in diversi casi) anche militarmente.

sir1In Siria gli armati USA ci stanno, e ora incominciano a starci (da qualche parte) anche i Russi. Come scrive Il “Corriere della Sera”, “La Russia è assieme all’Iran un alleato chiave di Assad nell’ambito del conflitto che devasta la Siria da quattro anni e mezzo ed è costato la vita a circa 250.000 persone. Mosca ha detto chiaramente di essere contraria al rovesciamento di Assad, e ha fatto leva sulle conquista dell’Isis in Siria e Iraq per spingere Paesi come Stati Uniti e Arabia Saudita a lavorare con Damasco contro un nemico comune”. E’ questo uno dei punti chiave della questione siriana: gli Stati Uniti non vogliono Assad. Alessandra Benignetti evidenzia sul quotidiano “Il Giornale” quanto ha affermato Gumer Isaev, ricercatore dell’Università di San Pietroburgo ed esperto di Medio Oriente: “La crescita del coinvolgimento russo nella crisi siriana è legato a diverse ragioni, ed è prima di tutto una risposta alla crescita dell’attivismo degli Stati Uniti e dei loro alleati, in particolare la Turchia, nella lotta allo Stato Islamico in Siria. La Russia teme infatti che il reale obbiettivo dei raid turco-americani non sia combattere l’Isis, ma rovesciare Assad”.

sir2Putin in più circostanze ha messo in guardia l’Europa sostenendo che avrebbe dovuto affrontare, in conseguenza delle politiche occidentali in Medio Oriente e Nord Africa e del terrorismo jihadista, la crisi dei migranti, affermando “Non è una sorpresa: penso che la crisi fosse assolutamente prevista. Noi in Russia, e io personalmente qualche anno fa, abbiamo detto chiaramente che sarebbero emersi tali gravi problemi se i nostri cosiddetti partner occidentali continuano a mantenere la loro politica estera sbagliata, soprattutto nelle regioni del mondo musulmano, Medio Oriente, Nord Africa”.

sir3Una questione, quella dei migranti-fuggitivi, già messa in conto, ma che le nostre autorità governative non hanno considerato nella effettiva realtà evolutiva. Ancora oggi si discute sull’accoglienza dei disperati, senza peraltro mettere in campo suluzioni adeguate, ma disconoscendo nel modo più completo l’origine del problema. A conclusione, bisognerebbe dare ragione a Putin quando sostiene che “… il difetto principale della politica estera occidentale è l’imposizione di proprie norme in tutto il mondo, senza tener conto delle caratteristiche storiche, religiose, nazionali e culturali di particolari regioni. L’unico modo per invertire il flusso di rifugiati in Europa è quello di aiutare le persone a risolvere i problemi a casa loro e il primo passo dovrebbe essere la creazione di un fronte comune e unito contro i gruppi jihadisti come l’Isis. Il problema di ricostruire le economie locali e le sfere sociali per convincere le persone terrorizzate a tornare sorgerebbe solo dopo che il terrorismo fosse sradicato…”.

sir4E poi, c’è un altro aspetto della questione, come ieri Giovanni Masini ha fatto notare sul quotidiano “Il Giornale”: “… Eppure, c’è un eppure. Perché milioni di persone in movimento significano milioni e miliardi di euro che si spostano e la lista di chi è pronto a lucrarci sopra è lunga. (…) se i trafficanti rappresentano il soggetto attivo che facilita e promuove gli ingressi clandestini, anche i governi dei vari Paesi non si limitano a guardare inerti. A partire da quello turco: nel mare di fronte a Bodrum la polizia pattuglia le acque fino all’una di notte. Poi più nulla. Gli scafisti aspettano le due e poi agiscono indisturbati, quasi come in una perversa staffetta….”.

Il problema, dunque, presenta tante facce, e dalla Siria alla Libia è un problema anche nostro.

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