Sicilia, la strada dell’indipendenza

di Salvo Barbagallo

La lezione della Catalogna dovrebbe insegnare qualcosa all’Italia (non soltanto all’Europa), dovrebbe insegnare qualcosa all’attuale premier Matteo Renzi: il troppo accentramento centrale dei “poteri” (soprattutto burocratici) può risvegliare sopite aspirazioni di “separazione”, aspirazioni rimaste fino ad oggi fin troppo addormentate. Dalla “Padania”, al Veneto, alla Sicilia potrebbero ripartire spinte impensabili fino a questo momento, spinte che potrebbero diventare, da un momento all’altro, possibili se apparissero sulla scena leader credibili e affidabili. Un pericolo o una speranza? A seconda dei punti di vista, ma poiché non giungono alle “periferie” regionali concrete risposte politiche centrali alle crescenti esigenze, ma solo abusi e segnali di perenni corruzioni (a tutti i livelli), la strada della secessione prima o poi sarà imboccata. Un fatto inevitabile, se chi governa il Paese Italia non prende consapevolezza dei rischi che si corrono e non operi (in fretta) per riequilibrare gli scompensi esistenziali che ha provocato nella collettività nazionale.

indi1Non solo la lezione offerta dalla Catalogna domenica scorsa (27 settembre 2015), ma l’esempio della storia passata e presente della Sicilia (cioè Terra nostra) dovrebbe costituire un campanello d’allarme costante per chi governa l’Italia. Forse il quarantenne fiorentino Matteo Renzi la “storia” della Sicilia non la conosce (e chi avrebbe dovuta insegnargliela, d’altro canto?), ma il settantaquattrenne Presidente della Repubblica Sergio Mattarella (Siciliano di Palermo) la storia di Casa sua dovrebbe conoscerla fino in fondo e dovrebbe tenerla sempre in mente. Il Capo dello Stato dovrebbe ben rammentare cosa è stato il Movimento Indipendentista Siciliano, nato nei primi Anni Quaranta come spinta contraria al Regime di Mussolini, e quale forza avesse prima di essere “eliminato” scientificamente, agli albori della nuova Repubblica Italiana, con il compromesso-truffa dell’Autonomia Speciale. Il Capo dello Stato Sergio Mattarella sa bene che i proconsoli di Roma, i presidenti della Regione Siciliana a Statuto Speciale che si sono succeduti nei decenni, non hanno mai applicato le norme dell’Autonomia perché quello era il “patto” non scritto dallo Stato con i politici di quel tempo e di quelli che sono venuti dopo.

indi2E allora, se non si vuole parlare di “pericolo” secessionista, bisogna quantomeno considerare che esiste la “possibilità” che qualche regione in Italia (o in qualche altro Paese d’Europa) si esalti a seguito del risultato elettorale della Catalogna e segua questo esempio, anche se strumentalmente. Certo la Sicilia avrebbe, da questo punto di vista, tutte le carte in regola. Basti ricordare le recenti analisi del politologo americano Edward Luttwak che, quale soluzione per i siciliani, “proponeva”, senza peli sulla lingua, la sua ricetta: “E’ semplice: Rialzando con orgoglio il loro vessillo indipendentista sanguinante, i siciliani si riuniscono in assemblea e dichiarano la loro separazione da Roma. Non vogliono più un soldo da chi li ha asserviti e distrutti. Il loro capo – che vedrei bene con un elmetto – prima di tutto dichiara che in ogni caso non vorrà essere rieletto, poi procede al licenziamento di tutti i dipendenti pubblici della Regione. Sarà riassunto solo chi ha intenzione di lavorare. Viene dato spazio all’iniziativa privata, al commrcio, al turismo, alla cultura. Viene incoraggiato il co-investimento. Vengono ristrutturati i porti eliminando la burocrazia. L’isola non sarà più governata dalla mafia, dalla politica, dai Calogero Sedara, ma dai siciliani veri, compresi i suoi nobili, come ai tempi di Federico II. E di nuovo stupirà il mondo…”.

indi3Una bella “ricetta”, quella di Luttwak ma fantascientifica nella fase attuale che vive la Sicilia: innanzitutto – come detto – perché al presente non si riconoscono leader (con “elmetto” o senza) che possano essere in grado di aggregare quei Siciliani (che in realtà sono tanti e tanti e tanti) che nutrono nel loro animo il sentimento indipendentista; in secondo luogo perché la classe politica e dirigente che domina oggi la Sicilia è talmente radicata (grazie agli strumenti che possiede, clientelismo e corruzione) che non può essere spazzata via d’un sol colpo (tranne che si verifichino eventi veramente eccezionali); in terzo luogo (argomento non meno importante, anzi) gli Stati Uniti d’America (che hanno “occupato” da tempo militarmente la Sicilia) non consentirebbero un “cambiamento” radicale della situazione esistente nella regione in quanto agli USA sta bene mantenere la Sicilia nelle condizioni in cui si trova.

indi4In ogni modo, c’è da dire, che può giocare un ruolo importante la destabilizzazione esistente e costante nell’area europea e in quella del Mediterraneo: eventi (imprevisti o previsti) di portata particolare, esterna ed internazionale, potrebbero sconvolgere il quadro geo-politico-militare che conosciamo e seguiamo oggi: il discorso “indipendenza”, dunque, costituisce in questo momento un’incognita, un pericolo, una possibilità. Gli analisti conoscono bene questi fattori. E quindi consequenziale affermare che tutto, o il contrario di tutto, può accadere. In Sicilia, come in Veneto o in Scozia. La strada imboccata dalla Catalogna, insomma, può essere uno stimolo per tante e tante “nuove” prospettive.

 

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