La relatività dei proclami del non (eletto) governo italiano

Quando l’immaginario trionfa sulla verità

di Guido Di Stefano

Nell’universo tutto è relativo: anche la “costante” uomo.

   Come teoria non ha “genitori” italiani la relatività; ma nella pratica trova in Italia la massima espressione. Qui da noi i valori assoluti della libertà e della democrazia sono decaduti al rango del più relativistico relativismo: ormai da tempo tutti i cittadini italiani sono liberissimi di nominare quali loro rappresentanti (di ogni livello e rango) i nominati dai vari “centri” di potere, che si presentano con sigle partitiche o meno “partitiche”, spesso unite per la bisogna in amplessi contro-natura, e che traggono forza e vigore dall’astensionismo, verso cui sono “liberamente e democraticamente” spinti i cittadini sfiduciati e disgustati.

 E sì: tutto è relativo, anche e soprattutto l’esercizio del diritto di voto dei cittadini, di fatto declassati al rango di numeri.

    Già i numeri, quei numeri, per lo più mai oggetto di verifiche e controverifiche, con cui  tutti i governi  non eletti hanno letteralmente “ubriacato” i cittadini, vittime (incolpevoli o meno) messe alla loro mercè dai soliti lupi “tenebrosi”, abili nel “giostrare” simulacri di candidi agnelli.

Quei numeri a cui si attribuisce erroneamente un valore assoluto, estrapolandoli dai contesti della vita, componendoli e scomponendoli ad arbitrio.

    Eppure godono di una meritata “relatività”: positivi o negativi, reali o immaginari, interi o decimali, razionali o irrazionali sono sempre loro i numeri e spaziano indisturbati negli infiniti positivi e negativi in un incommensurabile “continuum” spazio temporale.

Raccontano la verità o la menzogna? Liberano o schiavizzano? Costruiscono o distruggono? Sono la vita o la morte? No, sono i numeri: il loro uso determina la differenza.

    I comuni mortali con essi lavorano, producono, costruiscono, dialogano, si confrontano, vivono; i potenti, tanto “innominati” quanto “nominati”, pianificano, devastano, dettano, opprimono, uccidono e, come nel nostro caso, ci giocano e con essi decorano e rendono veritiere e realistiche anche le favole più incredibili.

   “ L’Italia è in netta ripresa! L’occupazione cresce velocemente! Lo confermano i dati rilevati! Stiamo uscendo dal tunnel! Diamo certezze agli Italiani: il lavoro duraturo cresce”:  c’è una continuità governativa (degna di migliori cause) nelle dichiarazioni dei non (eletti) governi italici. Quest’anno addirittura a momenti si celebrava il trionfo della vittoria che le scelte politiche “avrebbero assicurato” al popolo contro la devastante disoccupazione.

 Abbiamo quindi cercato qualche numero per verificare quelli proclamati nella gloria di  sonanti squilli di tromba e   di scroscianti applausi di plaudenti sostenitori (e/o complici?).

    Dal sito del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali abbiamo tratto la Nota flash del 25 Agosto 2015 titolata “La dinamica dei contratti di lavoro – Luglio 2015 _ Prime evidenze ricavate dal Sistema Informativo delle Comunicazioni Obbligatorie”.

    Ben otto tabelle inquadrano tutto il mondo del lavoro, senza troppe spiegazione sulle tipologie:

  • Tempo indeterminato: lo comprendiamo tutti il significato; e lo trattiamo come dato principale;
  • Tempo determinato: quanto determinato? Un giorno? Un mese? Un anno? Di più? Sine die?
  • Apprendistato: per quanti anni? E per quanti mesi/anno?
  • Collaborazioni: in virtù di quali meriti e regole? Per quanto tempo e per quante volte? Non sarà come vincere una lotteria?
  • Altro: il generico e indefinito altro che di tutto può comprendere.

 

   Non vogliamo prendere in considerazione le percentuali riportate nelle predette otto tabelle, essendo percentuali riferite ai numeri delle tabelle che non inglobano i milioni di lavoratori italiani e i milioni di disoccupati: per dirla in breve sono relativamente relative ai numeri esposti in tabella e quindi ove fossero riferite ai milioni di Italiani, comunque in attesa, potrebbero crollare ai livelli dei prefissi telefonici.

   Siamo per le certezze (degli Italiani) e quindi abbiamo voluto comparare la tabella n. 1 (Attivazione di nuovi contratti di lavoro. Luglio 2015 e luglio 2014 …) e la tabella n. 3 (Cessazione di contratti di lavoro. Luglio 2015 e luglio 2014 …) dalle quali abbiamo appreso  (quale dato principale) che nel luglio 2015 sono stati stipulati 137.826 nuovi contratti di lavoro a tempo indeterminato   mentre sono cessati 137.779 contratti dello stesso tipo: saldo (mensile) nuovi posti di lavoro continuativo (o certo) + 47 persone con lavoro garantito. Certamente, da questo punto di vista, la più recente azione “politico-economica” non ha avuto poi tanto successo: insomma noi non andremmo in giro ad autocelebrarci.

    Abbiamo quindi esplorato la “ tabella n. 8 – Attivazioni, Cessazioni (escluso lavoro Domestico e Pubblica Amministrazione) e trasformazioni per tipologia contrattuale gennaio-luglio 2015 e 2014 …”. Non ci sono dubbi che la tabella n. 8 non considerando “sic et simpliciter” la “perdita” di lavoro nei settori “domestico e P.A.” vizia la tabella riepilogativa e ne vanifica i contenuti. Tuttavia estraiamo i numeri relativi al periodo gennaio-luglio 2015,  soffermandoci  come prima sul “tempo indeterminato”. Risultano stipulati 1.074.740 contratti a tempo indeterminato contro cessazioni pari a 957.242 : saldo attivo 117.498 lavoratori. Per completezza precisiamo che 210.260 beneficiati con il lavoro continuativo provengono dal tempo determinato (o precariato).

    Se questi sono i “numeri” dei nostri grandi esperti e statisti “nominati” per governare (?) e salvare (???) l’Italia siamo proprio “persi”.

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