Le sovranità negate

di Guido Di Stefano

   L’esportazione “armata” di democrazia e libertà è attualmente il più collaudato sistema per annichilire (o meglio rubare) le sovranità locali. Fieri divulgatori sono in questo nostro secolo gli USA (intesi in tutte le accezioni di potere ad essi riconducibili), tenacemente supportati dai “sudditi” occidentali.

   Non è certamente loro invenzione il metodo. Non è necessario andare troppo indietro nel tempo.

   Già nel 1796 “libertà e democrazia”  viaggiavano instancabili sulla punta delle baionette francesi: necessità di difesa, brame mai sopite di imperialismo o un “mix” dei due sbilanciato verso il dominio universale?

   Sono sintomatici alcuni effetti collaterali delle armi francesi: fu cancellata la plurisecolare repubblica di Venezia (vecchia nemica del re sole nel contrasto all’oriente) e (piccola cosa ma di profondo significato) fu distrutto il monumento commemorativo della disfida di Barletta (piuttosto infausta e umiliante per i Francesi “dominatori”).

   La tecnica di diffusione  della democrazia raggiunse l’odierna perfezione con il regno di Sardegna, con famiglia regnante di origini (guarda caso!) francesi: il  supporto (o intervento) dell’esercito era sempre essenziale; non mancavano però i “movimenti” (o rivolte) popolari sapientemente creati e/o alimentati da idealisti e/o “pubblicitari” della bontà della casa sabauda, movimenti che potevano precedere e/o accompagnare la campagna militare (quale fu in Sicilia e dintorni); il tutto si concludeva e ratificava per gli effetti di referendum popolari, il cui “elastico” quesito veniva poi reinterpretato in fase attuativa.

   Già tutti parlano dei referendum o plebisciti per l’annessione al regno d’Italia  (inizialmente regno di Sardegna) ma pochi hanno letto il quesito referendario sottoposto alle varie popolazioni e il “conseguente Regio Decreto di Annessione.

    Premettiamo che la Sicilia votò separatamente dal  “Regno di Napoli”; il che è da solo motivo di  riflessione.

    Per non dilungarci troppo ci limitiamo a citare i dati elettorali del Veneto e della Sicilia.

   VENETO – Iniziamo dal Veneto anche se la sua annessione fu successiva a quella della Sicilia. Plebiscito del 21-22 ottobre 1866 – Quesito (?) referendario: “Dichiariamo la nostra unione al Regno d’Italia sotto il Governo monarchico-costituzionale del re Vittorio Emanuele II e de’ suoi successori. “ – Voti validi 647.495 – Favorevoli 647.426 – Contrari 69 – Schede nulle 567 – Decreto di Annessione: Regio Decreto del 4 novembre del 1866 n. 3300: “Le provincie Venete e quella di Mantova fanno parte del Regno d’Italia”.

     Non sappiamo: quale era la composizione dei seggi; se erano presenti alle operazioni di voto i rappresentanti del “no”; se erano presenti “osservatori internazionali”.

    Di contro sappiamo (grazie agli studiosi Veneti): che il quesito prospettava UNIONE e non ANNESSIONE; che il decreto sembra più interessato al territorio che al popolo;  che i contatti diplomatici a monte contemplavano la costituzione di uno stato sovrano (quale il Lussemburgo) che fungesse da cuscinetto tra i Franco-piemontesi e gli Austro-ungarici; che probabilmente il clima elettorale non fu “sereno” atteso che in Europa qualcuno la voleva uno stato sovrano federato all’Italia, la Gazzetta del popolo di Firenze, espressione ufficiosa del governo sabaudo, lanciava anatemi  contro i non annessionisti (infatti minacciava “ Supponiamo un momento che i Veneti si pronunziassero per un regno separato. Potrebbe l’Italia permettere codesta diserzione? O non dovrebbe invece ritenere per forza d’armi una provincia che è necessaria alla politica esistente della nazione?”), il Metternich auspicava “l’indipendenza della Venezia  … come era la vecchia repubblica”, e per finire  il “regime entrante” offendeva i Veneti con il seguente manifesto: “SI vuol dire essere italiano ed adempiere al voto dell’Italia: NO vuol dire restare veneto e contraddire al voto dell’Italia”.  Alla faccia della libertà e della democrazia!

Sono tanti i veneti che denunciano di avere subito l’annessione e denunciano il plebiscito come una grande truffa.

    SICILIA – Plebiscito del 21 ottobre 1860 – Quesito referendario: “Il popolo vuole l’Italia Una e Indivisibile con Vittorio Emanuele Re costituzionale e i suoi legittimi discendenti?” – Abitanti 2.232.000 – Votanti 432.720 –  Favorevoli 432.053  – Contrari 617 – Decreto di Annessione: Regio Decreto 17 dicembre 1860 n. 4499: “Le province siciliane fanno parte del Regno d’Italia”. Già nell’annessione della Sicilia era chiara la volontà degli occupanti, poi riconfermata in Veneto: lo stato sabaudo non privilegiava certo l’unione dei popoli italici. Non offrì certo UNIONE riconoscendo ai popoli pari dignità, nel rispetto di identità, origini, cultura, lingua, tradizioni: pose in atto l’annessione brutale delle province (si badi bene) intese come terre di occupazione (forse ci sbagliamo). Sulla costituzione dei seggi non abbiamo dubbi: in Sicilia gli oppositori erano briganti; gli osservatori internazionali sarebbero dovuti venire dallo spazio, stanti la bramosia e l’odio dell’occidente nei suoi confronti.

   Due “nazioni” , agli estremi dell’Italia, ricche di storia e gloria, beffate e praticamente “schiavizzate” da un potere centrale non definibile lungimirante.

   Quanto valgono la Sicilia e il Veneto? Crediamo che nessun “potente” italico-romano lo abbia mai capito veramente.

    Hanno annesso le province! Solo le province! Con dei quesiti plebiscitari che non “collimano” esattamente  con lo spirito e il corpo dei decreti di annessione!

   Magari un’equa corte internazionale dichiarerebbe l’illegittimità delle annessioni.

   In Sicilia poi potrebbe verificarsi un succedersi di “indipendenze”.

   Perché esisteva la ducea di Bronte-Maniace di inquadramento “ibrido”: “frutto” di donazione borbonica a Orazio Nelson (in caso di attacco “alleato” del re), popolata da Siciliani godeva dei diritti dell’extra-territorialità; forse anche Luigi Pirandello ne sapeva qualcosa! La ducea non era provincia e come tale non ha votato nessun plebiscito.

    Ed esisteva anche un principe di Maletto (ecc.) che “governava” già dall’inizio del quattordicesimo secolo (inizialmente non da principe ma poteva tenere aemati ed esigere tributi in oro)) le terre di Maletto e Roccella Valdemone: per voi ricordiamo che il principe (Spadafora) nel diciannovesimo secolo nominava i giudici civili nella sua terra di Roccella. Neanche Roccella era provincia.

   I fratelli Veneti si sentono truffati e noi pure e forse di più: perché oltre alle disgrazie comuni su di noi pesano i molti morti “misteriosamente” ammazzati (da Rosolino Pilo ad Antonio Canepa ed ancora oltre), le continue e reiterate umiliazioni, gli oltraggi allo Statuto speciale, l’invadenza romana, l’ininterrotta  e crescente occupazione militare, le coercizioni anche economiche e finanziarie, la dilagante complicità di tanti figli di Sicilia, gli ostacoli allo sviluppo.

   Ci sbagliamo?  Lo vorremmo tanto!

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