L’arroganza del potere

Louis XIVdi Guido Di Stefano

   L’arroganza del potere è racchiusa in due semplici frasi, diventate ormai due “leit-motiv” di tanti residenti nelle stanze del potere, di cui (forse) chi le pronuncia non ne comprende le più profonde implicazioni. Forse, scriviamo: perché il “sorrisino” canzonatorio stampato sul loro bronzeo viso (mentre noi cittadini ci sentiamo offesi, oltraggiati, schiaffeggiati e trattati da schiavi ebeti) sembra indicare che vogliono trasmetterci il loro vero pensiero tramite messaggi che nemmeno dittatori e tiranni hanno mai pronunciato o reiterato. Si dice, e forse è vero,  che Luigi XIV abbia affermato “L’état c’est moi!” (Lo Stato sono io): ma era una manifestazione non di arroganza ma di potenza e coscienza della centralità del potere. In ogni caso mai il Re Sole giustificò  i suoi errori ed insuccessi imputandone le origini ai predecessori, come d’altra parte, mai condivise il suo splendore con chi era esistito prima. Altri tempi e, duole ammetterlo, altri uomini: non coprivano le nudità con la classica “foglia di fico” e se qualcuno alzava il dito verso l’alto guardavano oltre, verso il firmamento.

   “Tanto gli altri prima di noi facevano le stesse cose!” è la risposta automaticamente urlata a chi osa lamentarsi che, a dispetto di tutte le promesse e i proclami, i nuovi musicanti suonano sempre la vecchia musica, che sempre imperano sprechi, inefficienze, non trasparenza, sacche di illegittimità (se non peggio), gli stessi ingiustificati-inamovibili-irrinunciabili personaggi nelle stanze dei bottoni, l’applicazione troppo disinvolta dello “intuitus personae”, caos, macerie vecchie e nuove, disperazione, miseria, fame…

Il postulato dell’accusa è un clichè, una norma indelebilmente incisa nella mente di tanti rivoluzionari, moralisti, legalisti, riformisti, progressisti dichiarati e professionisti, i cui risultati pratici sembrano tendere alla “coventrizzazione” dell’isola. Con quale faccia  può provare a demonizzare gli avversari ed i critici chi (chiunque egli sia)  fa suo il devastante e diabolico concetto contenuto in quelle poche parole? E’ come se rinnegasse e disprezzasse se stesso, le idee professate (o sbandierate), la parola data, il proprio io; come se non avesse rispetto alcuno per le persone, per quell’umanità che dice di rappresentare e difendere; come se gli esseri umani fossero degli oggetti “usa e getta”; come se fosse un dio (non certo del bene crediamo). Non è una sola persona ma sono tanti che da qualche decennio seguono la stessa linea di pensiero (o ideologia di presunta superiorità): loro i perfetti, gli altri gli impuri.

    Ne avessimo il potere li faremmo ritornare ai tempi di prima, magari a quarant’anni fa. Quando in Sicilia, in Italia, in Occidente c’erano  politici che possedevano le doti di statisti: ve li immaginate loro, che si auto referenziano (complici tanti altri), in mezzo ai giganti!  Quando molte cariche ed incarichi pubblici non erano retribuiti! Quando i più credevano nella missione dell’impegno politico! Quando l’essere umano era al centro! Forse capirebbero e crescerebbero. Forse! Ed ancora se avessimo più potere riempiremmo i parlamenti di donne vere: non quelle con il grosso conto in banca, non le figlie dei papà, non le pupille dei partiti non quelle che vogliono sempre e solo apparire ma quelle (di ogni ordine e grado di istruzione, di ogni età, casalinghe o lavoratrici) che ad ogni istante si attivano per compiere tutti i miracoli della vita quotidiana, che ogni giorno lottano per se stesse, per i figli, per i nipoti, per le persone care, per la vita, per la pace, per la giustizia, per il bene ed anche per  tutti gli indegni  millantatori senza trincerarsi dietro i se, i ma, quelli di prima e quelli di dopo. Le donne di Niscemi insegnano.

   “La legge me lo consente quindi lo faccio!”  è l’altra autoritaria risposta (se ci fate caso sembra la parafrasi di espressioni care a chi calpesta le vite altrui) con cui gli “accaparratori” di cariche, incarichi e prebende zittiscono i cittadini che chiedono se è lecito se è giusto che alcuni stiano “all’ingrasso” (con tre, cinque o indefinite possibilità di compensi e/o spese)  mentre altri muoiono di fame. Bella intelligenza la loro! Il legislatore non poteva prevedere che il genero umano venisse contaminato dalla vorace e insaziabile specie “tenia saginata” bipede. Tuttavia muoviamo un appunto al legislatore di ieri, di oggi e di domani: sarebbe opportuno  imporre l’obbligo dell’impegno effettivo e documentato di 36 ore (tanto nel pubblico quanto nel privato) per ogni incarico  ricevuto. Inoltre sarebbe bene valutare la eventuale sussistenza del conflitto di interessi tra i vari incarichi. Sapete, sembra che sia successo che un poveraccio che non superava i due milioni di Euro annui si sia trovato a dovere  sostenere (nella stessa commedia) il ruolo di creditore e debitore insieme. Che distratti gli elargitori di incarichi! Se noi però chiedessimo agli interessati conto e ragione di tutto magari ci risponderebbero che se il legislatore non ha previsto tutta la casistica: quindi il loro operato è tutto buono, giusto  ed equo. Che bello avere gli amici giusti!

    Noi vogliamo continuare a sperare.

    Tanto più che ci sembra che uno o più giudici si possono trovare a “Palermo” e non solamente a “Berlino”.

    Chissà quanto dista il  “suono” del loro martello  dalle orecchie di tanti bravi personaggi! Chissà quando il “suono” sovrasterà il fragore dell’arroganza.

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