Libia-Sicilia 30 minuti di volo…

siliDi Salvo Barbagallo

 

Libia-Sicilia poco meno di trenta minuti d volo, 471 chilometri di distanza Ragusa-Tripoli.

In Libia si combatte, la guerra civile sta divorando il Paese. in Libia c’è una situazione di caos, ma alla Sicilia (all’Italia, poi…) non sembra giungere alcun eco di quelle battaglie che vedono contrapposti due governi, quello del premier Thinni sostenuto dall’ex Sicilia, e soprattutto dall’Egitto, e quello di Tripoli del premier Omar Al Hassi, sostenuto dalla città di Misurata e dalla milizie islamiste.

Come riferisce il quotidiano “La Repubblica” (gli altri mass media, nella maggior parte dei casi, ignorano la delicata questione) da giorni “il più importante porto-terminale di carico del petrolio in Libia, quello di Es Sider, al confine fra Tripolitania e Cirenaica, è chiuso. Tutt’intorno infuria la battaglia fra i miliziani della Petroleum Protection Guard del capo-milizia Ibrahim Jadran e quelli della coalizione Misurata-Islamisti che da agosto controlla Tripoli e che da settimane è sottoposta agli attacchi aerei del governo che si è rifugiato a Tobruk”.

È una guerra per il controllo del petrolio: nessuna novità. La chiusura del gasdotto chi danneggerebbe? Innanzitutto l’Italia.

Poco più di tre anni addietro (il 20 ottobre del 2011) veniva tolto dalla scena Gheddafi: la fine del “dittatore” avrebbe dovuto aprire una “primavera” libica: così non è stato e quel Paese così vicino è precipitato nel caos. Non è il solo Paese, la Libia, che ha cancellato in breve tempo dal suo vocabolario il termine “primavera”, forse perché in quei luoghi “primavera” ha ancora un altro significato, sicuramente diverso da quello che l’Occidente gli dà, “politicamente” parlando. Gheddafi è un nome già dimenticato, ma negli Anni Settanta fino a metà degli Anni Ottanta la sua figura si identificava con il “salvatore della (sua) patria” e alla sua corte, e al petrolio del suo territorio al quale aspiravano, erano molti i giullari. In Sicilia c’era una linea aerea diretta con Tripoli, si pensava (e alcuni lo fecero) di costituire società miste, a Palermo c’era un Consolato libico che provvedeva a instaurare rapporti, a Catania c’era addirittura una fantomatica Camera di Commercio Siculo-Libica. In quel periodo i rapporti Sicilia-Libia erano talmente intensi che si ipotizzò che Ghedfdafi volesse annettersi l’Isola, aiutando economicamente movimenti separatisti.

Oggi i problemi sono di natura opposta: la vicina Libia non viene guardata come possibile partner in impresa, ma come un possibile pericolo di un invadente fanatismo islamico che può trovare facile terreno in una regione che non vede uno sviluppo o una soluzione alla crisi che l’attanaglia. In fondo, in passato, gli arabi sono stati di casa in Sicilia e c’era una convivenza accettata e accettabile. Questo “rischio”, a quanto pare, nessuno lo avverte: si discute solamente sull’enorme flusso di migranti che raggiungono (molti, defunti) le coste della Sicilia. Tutti non tengono in considerazione la distanza tra Libia e Sicilia, appena a 471 chilometri, meno di mezz’ora di volo…

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