Cara Italia ti scrivo…

burocraziaIn Italia il fisco è il laccio al collo di ogni individuo che si azzardi a intraprendere una qualsiasi attività in proprio.

Dal momento in cui decisi di diventare imprenditore fu come se nello stesso attimo divenissi subito evasore, visto che come tale si è trattati.

Il primo ostacolo: bisogna fare i conti con la burocrazia. In teoria, basta andare negli uffici giusti dove trovi un esercito di servitori dello Stato pronti a darti una mano, ma in realtà spesso ti ritrovi a chiedere informazioni a un giornale sportivo, sospeso in aria trattenuto solo da due dita, dove se chiedi un informazione, dall’altra parte ti appare un uomo con il volto visibilmente stanco, afflitto, quasi con gli occhi semi chiusi, che ti risponde con tono vagamente annoiato: “se lei ha bisogno di informazioni non deve parlare con me ma deve rivolgersi all’Ufficio informazioni”.

Il secondo ostacolo è la concorrenza dei negozi cinesi, che nell’ultimo decennio ha devastato il nostro commercio con prodotti a bassissimo costo (prodotti, si badi bene, più o meno fuori legge).

Di ostacoli se ne possono elencare tanti e tanti, e una volta che li abbiamo elencati facciamo bene ciò che sappiamo fare: lamentarci! Ci lamentiamo non avendo il coraggio di ribellarci e dimenticando che chi non ha la forza di ribellarsi non ha il diritto di lamentarsi!

Agobon

Cara Italia, ti scrivo: magari mi leggerai e capirai un poco.

 

Di Guido Di Stefano

Leggi, Decreti legislativi originari-riveduti-corretti, Decreti legge convertiti-non convertiti-reiterati, circolari esplicative-correttive-veritiere, direttive varie e con loro i rituali allegati-stampati-facsimili: riempiono diverse centinaia di migliaia (o forse un milione) di “pagine” di cui ogni “civis” dovrebbe avere “scienza e coscienza”, onde scongiurare il pericolo di cadere in errori e sviste (possibili) che, all’uopo (uscendo dal gregge senza “santi” e sfidando l’immobilismo)),  lo trasferirebbero nell’italico girone dei criminali irrecuperabili o genetici.  Grazie a quanto elencato che spesso si presta ad essere utilizzato non come strumento di difesa ma piuttosto come arma di offesa  contro il “civis”.

  Ho detto e ribadito “civis”, cioè il cittadino, l’uomo che crea e dà vita alla “civitas” , la città, la comunità, la nazione, lo stato: perché l’essere umano, il cittadino è tutto mentre l’elettore è un’appendice. E’ forse quasi impossibile  fare comprendere agli eletti ed alle loro emanazioni che debbono stare al servizio e rendere conto ai “cives omnes”  (cittadini tutti) senza assecondare la partigianeria insita nella definizione “elettore”.

   Cara Italia, ascoltami: ora  ti racconto il “casus belli” che mi induce a dialogare con te.

   Sono le parole del “cittadino” ed amico Agostino che mi spingono. Lui non affronta i temi dei massimi sistemi  universali  ma si concentra sul quotidiano  ed in particolare sull’imprenditoria commerciale.

   Senza allontanarsi troppo dal vero esordisce con le  amare e tragiche parole che seguono: ” In Italia il fisco è il laccio al collo di ogni individuo che si azzardi a intraprendere una qualsiasi attività in proprio.  Dal momento in cui decidi di diventare imprenditore, è come se nello stesso attimo divenissi subito evasore, visto che come tale sei trattato.”.

   E continua illustrando i comportamenti degli addetti ai lavori, variamente condizionati dai nostri bizantinismi legislativi e normativi.

   “… bisogna fare i conti con la burocrazia…” : a te  cittadino  può capitare di “andare negli uffici giusti, dove trovi  un esercito di (fedeli) servitori dello stato pronti a darti una mano”  , se la fortuna ti assiste e ti accompagna; e può capitare invece che “ti ritrovi a chiedere informazioni a un giornale sportivo, sospeso in aria trattenuto solo da due dita”, giornale che, alla richiesta di informazioni, si abbassa e lascia apparire “un uomo con il volto visibilmente stanco, afflitto, quasi con gli occhi semi chiusi, che ti risponde con tono vagamente annoiato  “se lei ha bisogno di informazioni non deve parlare con me ma dirigersi all’ufficio informazioni”.

   Chiude Agostino lamentando gli effetti devastanti della irresistibile concorrenza  dei negozi  “etnici” e forse  interrogandosi   chi-come-quando-perché  ha sbagliato e se saranno mai adottate idonee misure e soluzioni  conciliative.

   Cara Italia, rispondimi:

“Non è cosa buona e giusta lavorare e lasciare lavorare?”

“E’ iniquo perseguitare aprioristicamente il cittadino che vuole dare alla società il suo contributo. Non sarebbe meglio elevarlo (diciamo dalle “origini) culturalmente al suo irrinunciabile rango di “civis” co-edificatore e  contitolare della “res publica”?”

“Perché da noi la verità e la giustizia diventano sempre più lontane, evanescenti, quasi dei miraggi?”

    “Forse dobbiamo continuare a fare l’unica cosa che sappiamo fare bene e cioè lamentarci? Dobbiamo ridurci ad un popolo di lamentosi piagnoni?”

     “Oppure saremo privati anche del “piacere” di lamentarci? Già, poiché,  come dice Agostino,   chi non ha la forza di ribellarsi, non ha il diritto di lamentarsi!”

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