Sicilia, madre vedova di figli unici

ulivoDi Michele Cannavò

Invitiamo a questa riflessione quanti qualificando il “Caso Sicilia” come un qualcosa “che è stato, è e sarà così”, riconducono il tutto, di fatto, ad una causa terza, quasi naturale.
Una terra vasta oltre 25.000 Km quadrati, espressione naturale della coesistenza di culture millenarie profondamente diverse, naturalmente predisposta ad essere economia di frontiera, centro commerciale mediterraneo, elemento fondante ed essenziale dell’Italia, dell’Europa.
Nonostante tutto, nonostante “il tutto”, è fondamentale convergere sulla constatazione dei fatti: la Sicilia non cresce, Lei tende.
Il tempo è sempre quello del “potrebbe essere”, ma non lo è mai di fatto.
Intanto il tempo passa, certe aree si sviluppano ed altre meno, quasi che tutto ciò fosse l’espressione di un’azione lucida, causa ed effetto di una gestione perfetta.
Scrivendo queste righe viene in mente il groviglio di “mafiocrazia”, “mafie”, “antimafie” ed alias, e quanti invece tutti i giorni con i loro visi afflitti e pensierosi sono confinati nel dilemma quotidiano: vivo, vivo per lavorare o lavoro per vivere?
Considerazioni che trovano un amaro riscontro anche con l’ausilio di alcuni dati recentemente pubblicati, che fotografano per certi versi la vita produttiva ed economica, quindi sociale, nell’isola:
1) la Bilancia commerciale è ostaggio dei prodotti petroliferi e dei suoi derivati, quasi a dire “vendiamo petrolio” e “compriamo benzina”;
2) il settore immobiliare e dell’edilizia, strettamente collegati e dipendenti dal sistema bancario già particolarmente esposto (diversamente dagli altri settori, a “stecchetto”), vivono giorni tumultuosi e, seppur a margini ridotti ed in crescita perpetua, costituiscono un’opportunità solo per quanti ricercano “investimenti di lungo periodo”;
3) il turismo, che dovrebbe rappresentare il fiore all’occhiello di un’economia di frontiera, raggiunge una quota di mercato marginale rispetto al potenziale (sulla base delle presenze giornaliere straniere annuali in Italia nel 2012, stimabili intorno ai 180 milioni, circa 6 milioni sono registrate in Sicilia e oltre i 40 (?) orbitano nel Veneto: da ciò è facile desumere l’enorme potenziale inespresso dall’Isola in termini di opportunità);
4) la disoccupazione giovanile maschile (tra i 15 e i 29 anni) in Sicilia ha avuto un’impennata, passando dal 25% del 2007 al 42% nel 2013, superato per drammaticità dal tasso di disoccupazione fra le giovani donne che è da sempre altissimo attestandosi all’ 87%. Numeri, quest’ultimi, riflesso o dell’incapacità o della troppa capacità a fare sistema in una visione transgenerazionale.
Dati che vanno contestualizzati nel periodo e nell’area geografica di riferimento e, naturalmente, all’interno della architettura istituzionale “La Sicilia è Italia, quindi Europa, ed è punto di raccordo tra occidente ed oriente”.
In questo senso, l’Autonomia può e deve essere sostanziale non solo concettuale, il “diritto” non sia più “delitto”.
Il “tutto” non può ridursi alla sola questione di modificare o non modificare le prerogative garantite da questo o quello statuto.
Ancor più oggi, in questi giorni di fermento, in questa Sicilia camaleontica, dove la cultura, la comunità ed il sociale sembrano al centro di tutti gli intendimenti trasversalmente: la valorizzazione della diversità partendo dall’identità.
Tema che riaccende da un lato i frammenti autonomistici sparpagliati nell’Isola, e, dall’altro, le attenzioni di quanti per ambizione di tale sentimento vogliono servirsene, magari con la declinazione confederativa.
Ai “Veri” suggeriamo un’operatività che trovi nella condivisione il superamento della concertazione.
L’uno deve sentirsi e soprattutto essere parte dell’insieme.

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