Modi di dire, modi di fare, modi di essere

topicDi Guido Di Stefano

   L’albero si conosce dai frutti: sentenziavano i nostri padri, specialmente quando erano restii o ansiosi di esternare i loro “meditati” giudizi sui loro simili. Magari contestualmente allargavano le loro analisi anche alle piante non arboree, anteponendo le “nostre” specie alle altre o addirittura circoscrivendo l’elencazione solo alle “nostre”: grano (o meglio “frumento”), avena ed orzo venivano “dati” dalle omonime graminacee; olive (ed olio), uva (e vino), sorbe, mandorle, carrube, noci, nocciole, fichi  venivano rispettivamente da ulivo, vite, sorbo, mandorlo, carrubo, noce, nocciolo, fico; la gramigna dava gramigna e le spine davano spine.

   Così era per le piante, così era per gli uomini: in quanto connaturata la vera natura dell’essere vivente prima o poi (al momento “giusto”) dava i corrispondenti frutti di bene  o di  male. Ed erano pronte le opportune definizione: santo, demonio, delinquente, ladro, “scassapagghiari”, “fitusu”,  “mirdusu”, eccetera.

    Interessante sistema: il dire inquadrava le valutazioni del fare per scivolare poi alle definizioni dell’essere.

   Si può applicarlo ai giorni nostri? Valutiamolo un poco!

   Alcuni “esseri umani” (non tutti per fortuna) sospinti dagli eventi e personaggi straordinari si ritrovano sul carro della vittoria (immediatamente anzi forse “da prima” stipato da ossequiosi fedeli “collaboranti”) a manovrare le leve e gli strumenti del potere, per il bene e nell’interesse del popolo sovrano, che sogna sempre  qualche miracolo e con essa spande fango e letame (producendoli dal nulla) su tutto e su tutti (tutti quelli “esterni” al carro) ed all’occorrenza sbatte la pala sulle gengive di qualche isolato, insipiente, stolto e malvagio contestatore.

   Continuiamo con le citazioni. Tra i veri grandi del passato circolava il detto: “Non vi fu mai una cattiva pace, non vi fu mai una buona guerra!”.

   Erano persone con ideali “umani”. Capivano il  valore della pace quale “bene comune” a tutti e l’ipocrisia della guerra quale “tornaconto privato” per pochi.

   Ed erano anche molto realisti perché spesso e sottovoce aggiungevano: “D’altra parte, però, è più facile governare (comandare) in guerra che in pace”.

   Può capitare di dover belligerare  per difendersi; però all’origine ci sono sempre personaggi visibili o invisibili che con voci roboanti o “silenti” spingono comunità, nazioni, popoli nel precipizio delle guerre. Viviamo in un mondo di “guerra”: lotte sociali (guerre tra poveri artatamente montate), guerre di “genere”,  di religione,  di razza, di cultura, di “democrazia”, di “libertà”. Guerre di ogni tipo ed in ogni dove , “imbellettate” da chi le ha concepite ed aventi tutte come finalità primaria (ma occultata)  il trionfo degli dei denaro e potere.

   Ci chiediamo: “Ma il programma base di ogni governo non dovrebbe tendere al benessere, alla pace ed  alla prosperità del proprio popolo? Non dovrebbe anche puntare al superiore bene dell’umanità? Non dovrebbe proporre le priorità per il conseguimento delle citate finalità?”.

   Siamo perplessi ma per fortuna  non mancano le persone di fiducia!

   Oh, la grande novità e autorevolezza del rapporto fiduciario! In politica poi!

   Intanto nella sua “illimitata costituzione” noi ravvisiamo una negazione del sacrosanto principio della “pari opportunità” : solo chi condivide idonee frequentazioni con i potenti (a qualsiasi titolo) di turno può riscuoterne la fiducia e della fiducia raccogliere i frutti. E gli altri, i più, i conoscenti, gli amici, i fedeli, i parenti di “dei” minori o di nessuno?

   E poi, caspita, a noi non torna nuovo ‘sta storia del “rapporto” fiduciario! Non è forse quella storia che ha “originato” le eminenze grigie? Non fu con potenti  re e signorotti che si affermarono i grandi collaboratori e le potentissime menti occulte che, all’uopo,  travalicarono (o meglio circuirono, fregarono …) anche chi li aveva “fiduciati” .

   Ed allora qui in Sicilia, in questa terra per la quale anche un piemontese famoso (al secolo Cosimo D’Azeglio, in convento Luigi Taparelli, fratello dei più noti D’Azeglio) “reclamò”  il diritto  ad essere “nazione”  chiediamoci:  “A quali piante guardiamo nel piccolo, nel medio e nel grande ambito?  Abbiamo eminenze grigie, magari imperiture?”.

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