“Le cose belle”: una meraviglia

Le cose belleDi Elena Atalmi

Gli occhi dei bambini sono le cose belle, quando ti guardano grandi, curiosi e rotondi. S’aspettano qualcosa dal futuro che li intriga e non li ripaga. Occhi che sfuggono e s’agitano tra le folle asettiche, di estranei concittadini, in quartieri lontani che preferisci non nominare.

Nel ventre di Napoli, dove l’esistenza è condanna, tutto si svolge ripetutamente ed esattamente com’era e non dovrebbe. Quattro ragazzini in avanscoperta si macchiano d’accenni di cupa adolescenza, vivono la vita senza troppo pensare. Il quotidiano li sovrasta, l’infanzia infiora tutto, l’insicurezza la si scorge appena, dietro quegli occhi, vetri vuoti di finestre spalancate sul panorama preadolescenziale. Passano gli anni, stessa città, teatro dei pupi a tinte forti, stessi occhi, sguardi fatali, cinici, disarmati dal fatalismo, sempre di Enzo, Fabio, Silvana ed Adele, protagonisti del documentario “Intervista a mia madre” del ’99. Sono ancora qui che cercano d’arrabattarsi, la vita prosegue. Si fanno stanchi, assorbono crudeli il disincanto, si spengono, ed i registi Ferrente e Piperno sono tornati per filmarli. Credono che, oltre l’apparente immobilismo, vi sia un fermento, uno sforzo onesto di resistere a scorciatoie allettanti, una bellezza nascosta.

“Le cose belle”, prodotto documentaristico di straordinaria e toccante sensibilità, vincitore, fra l’altro, del “Premio Cariddi” al Taormina Film Festival, racchiude l’essenza stessa del fare documentario: è un susseguirsi, all’apparenza banale, di quattro vite raccontate dall’infanzia all’età adulta, saltando il capitolo dell’adolescenza, in una Napoli dei quartieri, dove tutto scorre veloce e a ritmo incalzante di tamburo, come il sangue nelle vene scroscia seguendo i battiti del cuore.

Tredici anni di riprese per un’ora e mezza di film.

Denso ed essenziale, evita la retorica e non specula sulla catastrofe. Non riprende Napoli con l’immondizia, la camorra e i luoghi comuni, seppur parlando di persone comuni. Accostare frammenti del ‘99 a quelli del 2009/12 crea un effetto poetico: come se i protagonisti -bambini- avessero già in sé stessi l’embrione del proprio destino.

Il film ha un occhio ed un cervello: l’occhio, vivace, inquadra, studia; il cervello, nostalgico, ricade preda dei ricordi, fa confronti col passato, che bussa, insistente, forse perché non ancora passato del tutto. Non siamo caduti vittime di retoriche femminili sulle guanciotte dei piccoli, non c’è voglia di tenerezze materne. I maschi hanno già 12 anni, lingue lunghe e sguardo acuto. Le femmine 14, delle sfrontate signorinelle, convinte che affronteranno la vita a testa alta e si conquisteranno un posto nel mondo. Quei fotogrammi del ’99 parlano con un’immediatezze sconvolgente: come in un atto di sincerità disarmante i ragazzini si mostrano, esattamente per quello che sono, rendendoci partecipi di un pezzo delle loro vite.

Adele che balla contorcendosi e sculettando, pimpante, sorride simpatica come una bimba senza incisivi, provocante come una comica nel buffo tentativo d’accelerare il processo di crescita e diventare subito maggiorenne. Nessun infantile abbandono invece, nella seconda serie di riprese, quelle contemporanee. La spilungona che s’aggrappava ai pali delle insegne per dondolarsi e fare la giravolta ora balla la pole dance in un night club. Silvana è diventata magra e smunta, occhi di foglia lucidi, un tempo spavaldi. Adele, dal risolino facile, giocherellava e scalpitava come un puledro, mentre Silvana organizzava la casa e la famiglia, con piglio da generale, che accompagnava ad un sorriso dolce e furbetto, in totale contrasto. La ragazza era già grande, attitudine pratica, pochi fronzoli, niente sogni. Ah, si, uno, fare la modella, ma era giusto per zuccherare le giornate, e ci rideva sopra anche lei. Fabio, che cambiamento! Taciturno ed apatico, non più il simpatico scavezzacollo dalla parlantina facile ed una certa aria di orgogliosa superiorità rispetto ai compagni. Ragazzone disoccupato, che chiede gli spiccioli a mamma per comperare il gelato alla fidanzata. Fisico asciutto, atletico, che ama esibire, testa confusa, vuota di passioni. La sigaretta in bocca: un fumo dove lascia che aleggino i dispiaceri. Solo il pallone, ancora, riesce a ravvivargli lo sguardo.

I bambini sono diventati grandi, visi rotondi si son fatti scarni, e diffidenti: vivono, necessariamente, di sovrastrutture. Abbattuti, contenuti e riservati, hanno già deciso quale immagine dare di sé, perché il mondo attacca e inquisisce l’adulto, il bambino è piccolo e sfugge. La morte spirituale è peggiore di quella fisica e, per tempi brevi o lunghi, ha colto i nostri protagonisti, che hanno anteposto le necessità quotidiane alla realizzazione personale. Fabio l’aveva detto: “Volere è mezzo potere”. Solo Enzo c’è riuscito. Nel suo piccolo, il bambino della posteggia, serio e gran lavoratore, c’è riuscito. Niente storia strappalacrime, Spielberg può darsi una calmata! Enzo non è diventato il nuovo Pavarotti, non fa concerti in giro per il mondo, però canta ancora, e caspita, è già tanto!

In fondo l’uomo comune è colui che lotta per arrivare a fine mese. Quanti, pur deprivati di sogni e speranze, sono rimasti onesti, determinati e coraggiosi? Sarà forse questa la bellezza cui si accennava, la preziosa diversità dei “fantastici quattro”?

“Le cose belle”, anche solo per il nome, suscita un irrinunciabile paragone con “La grande bellezza” di Sorrentino, vincitore del premio Oscar come Miglior Film Straniero 2014. La bellezza è il tema comune, e per la coppia registica Ferrente-Piperno non è grande ma piccola, non è una ma tante: nel secondo è spirituale, quasi filosofica, qui quotidiana e caleidoscopica. E’ solo questione della lente attraverso cui la si guarda, il taglio che si decide di darle. La bellezza è in effetti unica, impalpabile e coinvolgente: come un primitivo stupore, il primo amore, la straordinarietà della vita e dell’umanità in corsa verso una qualche felicità terrena e possibile.

Il trailer
 

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