Magistrati ignorano esistenza del braccialetto elettronico

Di Valter Vecellio

10.08.29-fuxfessel_290810ap726Braccialetto elettronico. In Italia, a differenza di altri Paesi, è una sorta di oggetto sconosciuto e misterioso. Si potrebbe parafrasare Pietro Metastasio: “Che vi sia ciascun lo dice, dove sia, nessun lo sa”.

Facciamone un po’, sia pure sommariamente, la storia: Il 6 novembre 2003 viene definito, in accordo con Telecom Italia, “una nuova modalità di erogazione di queste prestazioni, passando dal noleggio degli apparati alla fornitura diretta del servizio”. In sostanza, come avviene da tempo in altri paesi, “il braccialetto elettronico, viene collocato alla caviglia o al polso e invia impulsi radio a un’unità ricevente installata nell’abitazione del detenuto e, tramite linea telefonica, invia segnalazioni alla centrale operativa di Telecom Italia”. Un accordo, dice il ministro dell’Interno di allora Roberto Maroni che comporta “un impegno finanziario, una tantum, per l’attivazione del servizio, pari a circa 10 milioni e 369 mila euro, per il 2003, e un canone annuo di 10 milioni 899mila 600 euro, dal 2004 fino al 2011, per la realizzazione della rete, cosa che Telecom ha fatto”.

   Facendo qualche rapido calcolo, l’accordo comporta una spesa di 76 milioni 297mila 200 euro di canone; a questa cifra vanno sommati i costi di attivazione da oltre 10 milioni; si arriva così a 86 milioni 666mila 200 euro. Gianfilippo D’Agostino, ascoltato dalla Commissione Giustizia della Camera nella sua veste di direttore del public sector di Telecom Italia, l’11 maggio 2010 dice: “Il Viminale ci chiese di riorganizzare la sperimentazione, sempre con 400 braccialetti, ma allargandola a tutto il territorio nazionale. E la Telecom dispose un servizio attivo 24 ore al giorno, con una grande centrale di controllo installata a Oriolo Romano, ben protetta e collegata con tutte le questure d’Italia. L’allarme avrebbe suonato al più tardi dopo 90 secondi dalla fuga o dalla manomissione degli apparecchi. E dal 2003 a oggi non abbiamo rilevato alcun problema operativa”.

    Passa un giorno, passa l’altro, si arriva così a fine 2011. La commissione Giustizia del Senato ascolta il vice-capo della Polizia Francesco Cirillo, audizione che fa scalpore. Dice Cirillo: “Se fossimo andati da Bulgari avremmo speso meno”. Non solo: alla cifra stratosferica, corrisponde un uso assolutamente ridicolo del “braccialetto”: otto attivi in tutta Italia. Dice Cirillo che necessario “l’impiego di un nuovo modello che risulti maggiormente affidabile di quello precedente e che consenta la localizzazione e la “tracciabilità” del soggetto”.

    Scoppiano polemiche, e Maroni nel 2008 si chiama fuori: la decisione sull’impiego del “braccialetto”, fa sapere, non spetta al ministero dell’Interno, ma alla magistratura, che, dice, “può farlo, ma non lo fa. Stiamo valutando nuove tecnologie per attuare la rete che c’è, visto che in Francia, per esempio, l’uso del braccialetto è massiccio e le evasioni sono praticamente azzerate”. Non solo in Francia. Nel corso della settima conferenza sulla sorveglianza elettronica organizzata dal CEP (l’organizzazione europea per la condizionale) di tre anni dopo, viene sottolineato che il “braccialetto” è in vigore in numerosi paesi, anche di fresca costituzione come la repubblica Ceca, la Lituania, la Lettonia. Per quel che riguarda l’Italia “ha provato ad usare il braccialetto elettronico in passato, ma attualmente questo tentativo non è più in corso”.

   Dove il “braccialetto” viene usato, i risultati sono confortanti. In Francia, per esempio,  risulta che il 23% di coloro che sono stati condannati alla sorveglianza telematica è poi tornata in carcere e il 42% sono stati poi condannati in seguito. Chi è stato condannato al carcere, nel 61% dei casi è stato reincarcerato e nel 72% dei casi ha subito un’altra condanna. La sorveglianza telematica si diffonde. Nel Regno Unito si  passa dalle 18mila persone con braccialetto del 2008 alle 22mila del 2010. In Francia dalle tremila persone ai cinquemila. Per quel che riguarda i costi, si va dai tre euro al giorno spesi per costo di installazione e strumentazione spesi in Estonia ai 121 euro spesi per il costo di connessione con sistema Gps impiegati in Olanda.

   E in Italia? Come sappiamo, i detenuti sono oltre 67mila, “spalmati” in 206 penitenziari che ne potrebbero e dovrebbero ospitare 45mila; quasi la metà di chi è in carcere è in attesa di un giudizio definitivo. Il problema del sovraffollamento e delle condizioni di vita in carceri che sono una vergogna nazionale, e tantomeno l’emergenza giustizia, non si risolvono certamente con l’applicazione del “braccialetto”; ma certamente utilizzarlo aiuterebbe qualche detenuto a sopportare meglio la carcerazione (soprattutto se preventiva), e denaro pubblico non verrebbe, come di fatto accaduto finora, buttato dalla finestra. Perché non lo si fa, dunque? Perché questi “braccialetti” sono lasciati a far ruggine e polvere in qualche magazzino?

   Una spiegazione c’è; e l’hanno individuata due magistrati, Alessandra Bassi, GIP presso il tribunale di Torino; e Christine Von Borries, pubblico ministero presso la procura della Repubblica di Firenze e, a tempo perso, autrice di due storie “gialle” godibili. Bassi e Von Borries hanno scritto per il sito di “Magistratura Democratica” un lungo articolo che riproduciamo più sotto nella sua interezza. Ma ecco cosa si può leggere: “Lo scarso appeal registrato dai dispostivi elettronici – invece largamente utilizzati e con successo in diversi Paesi europei – pare riconducibile, più che ad una preconcetta diffidenza dei magistrati italiani, ad un colossale – quanto incomprensibile –  difetto di informazione: pochi di noi sono difatti a conoscenza della concreta possibilità di applicare i braccialetti elettronici  pur previsti dal codice di rito”.

   Dunque, un problema, letterale, di ignoranza. A noi, francamente appare una spiegazione che non sta né in cielo né in terra; ma è pur vero che trattandosi di questioni di giustizia – e di giustizia italiana – tutto può essere, perfino questa incredibile cosa. Per non lasciare quindi nulla di intentato, rivolgiamo un accorato e pressante appello al ministro della Giustizia: non dovrebbe essere difficile, e neppure complicato, mandare a tutte le procure una circolare in cui si informa che se si vuole e si ritiene, si può utilizzare il “braccialetto” e l’iter per poterlo fare. Così si risolve quello che Bassi e Von Borries definiscono “difetto di informazione”. Anche se, lo confessiamo, siamo piuttosto convinti che non si sa perché si preferisce non sapere.

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