Trattativa: udienza preliminare, atto terzo

Al via ieri mattina, sempre presso l’Aula bunker del carcere Ucciardone di Palermo, la terza seduta dell’udienza preliminare relativa al procedimento sulla presunta “Trattativa” Stato-mafia. Si sta procedendo nella celebrazione di quella che, secondo il codice di rito, è la fase-filtro a conclusione della quale il gup Piergiorgio Morosini deciderà se emettere il decreto che dispone il giudizio, e quindi consentire l’apertura della fase dibattimentale in cui si procederà alla dialettica costruzione della verità processuale concernente i retroscena della stagione stragista, oppure chiudere la parentesi processuale con una sentenza di non luogo a procedere che andrebbe a bloccare gli sviluppi accertativi dei fatti di causa.

Presenti in aula, oltre ai Pm Lia Sava e Antonino Di Matteo, gli imputati Bagarella, Cinà e l’ex ufficiale dei Ros De Donno. L’udienza proseguita a porte chiuse, in ossequio alle norme processuali, si è inaugurata con la presentazione delle istanze di costituzione di parte civile dell’Associazione Nazionale tra i familiari vittime delle mafie rappresentata per l’occasione da Sonia Alfano ( già europarlamentare e ora, anche, al vertice della speciale Commissione Europea di recente costituzione per l’uniformazione e il riavvicinamento delle legislazioni europee in materia di repressione del crimine organizzato), la Regione Sicilia in aula nella persona del neo-insediato Presidente Rosario Crocetta e del rispettivo collegio difensivo, e l’Assemblea Regionale Siciliana nella persona dell’ex Presidente Francesco Cascio, rappresentata dall’avv. Enrico Sanseverino che ha richiesto la costituzione di parte civile nei confronti di tutti gli imputati eccezion fatta per Nicola Mancino.

La dott.sa Lia Sava oppostasi alla richiesta di costituzione di parte civile da parte dell’Ars si è, invece, dichiarata favorevole alla medesima istanza presentata dall’Associazione Nazionale tra i familiari delle vittime di mafia e dalla Regione Siciliana. Esaminate le memorie di costituzione di parte civile presentate quest’oggi, il gup Morosini ha ritenuto di accogliere la linea di opposizione prospettata dall’accusa ammettendo solo la Regione Siciliana e l’Associazione di cui sopra nei confronti di tutti gli imputati escluso solo Nicola Mancino ( dato che, il capo d’accusa formulato a carico di quest’ultimo è, per così dire, meno grave rispetto a quello pendente sugli altri imputati, a vario titolo ritenuti responsabili di violenza o minaccia a corpo politico).

Nel corso dell’udienza si sono susseguite una sfilza di richieste di declaratoria di incompetenza, a cominciare da quella presentata dai legali di Totò Riina che hanno sostenuto la doppia incompetenza, territoriale e funzionale, contestando in toto l’impianto accusatorio e preannunciando il deposito di una memoria al fine di far valere nei confronti del loro assistito il principio del bis in idem, secondo il quale non si può processare due volte la stessa persona per lo stesso delitto. Alla pari della difesa di Bagarella hanno chiesto il trasferimento del processo a Firenze. A questo tipo di rilievi si è accodato anche il collegio difensivo del Cinà che ha indicato come sedi giudiziarie competenti a giudicare Roma e in subordine Firenze( luogo della strage in via dei Georgofili, ultima in ordine di tempo, che ha chiuso in maniera eclatante la sanguinosa stagione stragista) o Caltanissetta. Di contro, i legali di Ciancimino hanno ritenuto fondata la competenza e quindi l’incardinamento del procedimento a Palermo. Analoghe richieste sono state formulate dai legali degli altri imputati, precisamente Mannino e Mancino, che reputano consona la celebrazione del procedimento a Roma.

Tali eccezioni di incompetenza territoriale si affiancano a quella già sollevata lo scorso 20 novembre dai legali di Marcello Dell’Utri e su di esse il Gup si è riservato di decidere rinviando l’udienza al 27 novembre. La procura di Palermo si è opposta a tutte le richieste di trasferimento del procedimento presso altra sede giudiziaria, spetta ora al Dott. Morosini pronunciarsi sull’accoglimento o meno delle richieste formulate dalle varie difese.

Si attendono ancora le costituzioni di parte civile del Comune di Firenze, in quanto parte offesa, per l’attentato di via dei Georgofili e dell’Associazione tra i familiari delle vittime di tale strage presieduta da Giovanna Maggiani Chelli, la quale ha già reso noto che la relativa istanza verrà presentata in occasione della prima udienza dibattimentale ( termine ultimo per poter utilmente e validamente costituirsi parte civile a norma del codice di procedura penale), il procedimento che si sta celebrando a Palermo rimane l’ultimo baluardo per capire cosa accadde in quegli anni e per corroborare di fondamento la base delle indagini sulla “trattativa” condotte in totale solitudine dal compianto Dott. Gabriele Chelazzi.

L’udienza celebratasi si colloca all’indomani di due importanti sviluppi sui filoni di indagine condotti dalla Procura di Caltanissetta concernenti fatti che si collocano quasi come il prius logico rispetto alla stagione stragista portata avanti per tutto il 1992-93.

Le indagini sul fallito attentato a Giovanni Falcone all’ Addaura, che potrebbe vedere coinvolti servizi deviati, sembravano a un punto di svolta per poi subire una repentina quanto pesante battuta d’arresto a causa della contaminazione di un reperto: un brandello del polsino di una muta da sub ritrovato accanto alla borsa con l’esplosivo che avrebbe dovuto fare saltare in aria il giudice il 21 giugno di 23 anni fa. Secondo quanto raccontato dal pentito Fontana quel giorno l’esplosivo venne portato sul luogo in cui, poi, venne ritrovato da alcuni mafiosi via terra; secondo un altro pentito, Lo Forte, invece, quel giorno uomini dei servizi segreti arrivarono dal mare. Il reperto in questione, durante gli accertamenti in laboratorio, è stato contaminato, divenendo quindi inutilizzabile, a causa del contatto con una pinzetta non disinfettata, non è stato, pertanto, possibile analizzare correttamente il corredo genetico che era stata individuato e isolato. Trattandosi di un accertamento irripetibile, rimane come magra consolazione quella di avere ottenuto la sovrapposizione delle tracce del Dna presenti con quelle di un feto, altrimenti oltre alla beffa un danno inevitabile poteva consistere nell’accusa mossa a carico di un innocente costruita su una controversa quanto inconfutabile prova scientifica.

Nel contempo, la Procura di Caltanissetta ha dichiarato concluse le indagini sulla strage di Via D’ Amelio, in cui trovarono la morte il giudice Paolo Borsellino e cinque agenti della sua scorta, Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Claudio Traina, Eddie Walter Cusina. I magistrati hanno trovato riscontro alle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza che, col suo contributo dichiarativo ritenuto attendibile, ha consentito di ridisegnare il quadro delle responsabilità. Attraverso la notificazione dell’avviso di conclusione delle indagini è stato reso noto l’intento di chiedere il rinvio a giudizio per sette persone. Si tratta del capomafia palermitano Salvatore Madonia, di Vittorio Tutino e dei collaboratori di giustizia Gaspare Spatuzza, Vincenzo Scarantino, Salvatore Candura, Francesco Andriotta e Calogero Pulci. Il capo di imputazione formulato a carico di Madonia, Tutino e Spatuzza concerne il delitto di strage mentre gli altri rispondono di calunnia aggravata. Salvatore Madonia, detto Salvuccio, è considerato uno dei mandanti della strage mentre esce di scena il meccanico che avrebbe sistemato le ganasce del Fiat 126, Maurizio Costa, per la cui posizione è stata chiesta l’archiviazione. Tutino è accusato di aver effettuato, assieme a Spatuzza, il furto della Fiat 126 da utilizzare per la strage. Avrebbe anche procurato due batterie e un’antenna, necessari per alimentare e collegare i dispositivi di innesco dell’esplosivo collocato nella Fiat 126 parcheggiata in via D’Amelio. Pulci, risponde solo di calunnia aggravata perchè nel processo “Borsellino Bis”, in appello, incolpò falsamente Gaetano Murana, di aver partecipato alle fasi esecutive dell’attentato di via D’Amelio, determinandone la condanna all’ergastolo.

Le due Procure “calde” siciliane stanno portando avanti, e progressivamente a termine, un lavoro determinante quanto complesso nel tentativo di fare luce sull’intricato sistema dei rapporti tra massimi vertici delle istituzioni statali e cosche mafiose che ha fatto da sfondo della lunga stagione stragista segnando una delle pagine più buie della storia repubblicana. Smascherare i volti corrispondenti a quelle “menti raffinatissime” che hanno diffuso il “puzzo del compromesso” non appare più una meta così irraggiungibile; un filo di luce, in grado di irradiare il sentiero della Verità, pare profilarsi all’orizzonte e sebbene non potrà cancellare le brutture del passato quantomeno potrà restituire fiducia nel prossimo futuro.

Luciana Cusimano

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