Confine tra Polonia ed Ucraina, un muro difficile da valicare

L’Europa sembra essere governata da due leitmotiv. Il primo, fissato nelle varie Costituzioni del Vecchio Continente e ribadito in ogni vertice UE – ma ben lungi dall’essere attuato – e “uniti nella diversità”. Il secondo, invece, potrebbe suonare così: “chi si trova più a est e sempre svantaggiato”. Il condizionale è d’obbligo dal momento in cui questo secondo motivo è una regola non scritta in nessuna carta ufficiale UE che, tuttavia, viene applicata con estremo rigore in ogni fase della storia dell’integrazione europea.

Per verificare con mano questa cruda realtà basta recarsi alla frontiera di Medyka-Shehyni. Ubicata a pochi minuti di minibus dalla stazione ferroviaria di Przemysl, essa divide la Polonia dall’Ucraina, e deve la sua paternità al dittatore sovietico Stalin, che agli sgoccioli della Seconda Guerra Mondiale, durante la Conferenza di Teheran, ha imposto ai Leader di USA e Gran Bretagna, Theodore Roosevelt e Wiston Churchill, l’attribuzione all’Unione Sovietica di territori storicamente multiculturali, prevalentemente abitati da ucraini e polacchi.

Oggi la frontiera di Medyka-Shehyni non è solo il confine tra i due Paesi che di recente hanno ospitato il campionato europeo di calcio, ma è anche il limes che divide l’Unione Europea (la Polonia) dagli Stati extra-Shengen (l’Ucraina). Un muro difficile da valicare, che, tuttavia, ogni giorno è attraversato da migliaia di persone: turisti in cerca di riposo sui monti Carpazi o di compere a buon mercato a Leopoli, ma anche pazienti di dentisti ucraini – oltre Shengen l’odontoiatria costa meno – e, dall’Ucraina alla Polonia, gente comune in cerca di lavoro nell’Unione Europea, pronta ad affrontare 4 ore di fila sotto il sole per mettere piede nell’UE.

Durante Euro 2012 tutto andava meglio – racconta Karolina, studentessa polacca di cultura ucraina pronta per una quindicina di giorni di full immersion linguistica tra Leopoli e i luoghi natii di Shevchenko sulle Rive del Dnipro (Taras, il poeta nazionale ucraino) – al controllo polacco per entrare in Ucraina c’erano tre file di poliziotti: una più celere per i tifosi con biglietto, una altrettanto veloce per i turisti, e un’altra lenta per i lavoratori”.

Tutta un’altra storia rispetto alla situazione che Karolina, come un altro centinaio di persone in attesa di entrare in Ucraina, è costretta a sopportare in un caldo pomeriggio di metà Luglio: finita la kermesse sportiva, e spenti i riflettori dei media, la frontiera polacca di Medyka ha ripreso la regolare attività. Al controllo passaporti c’è un solo poliziotto, e i viaggiatori sono costretti ad attendere circa due minuti per ciascuna persona chiamata dal doganiere presso il gabbiotto di vetro del piccolo edificio nero per l’esibizione dei documenti.

Sono così lenti perché non sono soddisfatti della paga che ricevono – ci spiega Oxana, badante ucraina in Italia abituata a valicare il muro di Shengen almeno due volte l’anno per tornare dalla famiglia rimasta in Ucraina- eppure per molti non c’è scelta: in autobus il viaggio è più costoso, per questo è meglio in treno fino a Przemysl, frontiera a piedi, e marshrutka per Leopoli fino alla stazione ferroviaria. L’attesa val bene il risparmio”.

In effetti, i lavori all’interno della stazione di frontiera di Medyka procedono a rilento. Due sono i gabbiotti per il controllo dei passaporti, ma ad essere aperta è solo quello riservato a “tutti i passaporti”: quello per i cittadini UE resta chiuso, e pazienza se esso e dedicato ai cittadini dell’Unione Europea che chiedono di uscire dall’Area Schengen.

A lavorare con estrema attività è invece la sezione adiacente a quella per il controllo passaporti, isolata dal resto del piccolo edificio da un muro. Di tanto in tanto, la porticciola si apre per consentire a un poliziotto polacco di condurre fuori dal perimetro qualche ucraino sprovvisto delle carte necessarie per approdare in Europa. “Gli manca il timbro, la riporto di la” dice un alto e robusto poliziotto polacco con una signora anziana ucraina nei confronti dell’unico collega impegnato nel controllo passaporti, costretto ad arrestare le già lente procedure per aprire la porta di sicurezza.

Se la situazione è molto critica per chi dall’Unione Europea intende abbandonare l’Area Schengen, di gran lunga peggiore è il trattamento riservato ai malcapitati che dall’Ucraina desiderano rientrare in Polonia. Le persone in fila superano le mille unità: lungo il corridoio a cielo aperto che conduce al solito nero edificio della polizia di frontiera polacca esse si dispongono in una lunga fila, intervallata di tanto in tanto da una manciata di metri di spazio vuoto, realizzata per evitare il sovraffollamento.

A mantenere l’ordine sono gli habitué della frontiera: ucraini in perenne viaggio da Shehyni a Medyka, che durante le ore di attesa si trasformano in forze di polizia locale attenta a mantenere il rispetto della distanza tra i blocchi nella fila avvalendosi dei carrelli posati in terra come una sorta di dissuasore mobile.

Oltrepassare la lunga coda è un’impresa al limite dell’impossibile. I primi a ribellarsi alla persona che ha fretta di passare il confine per non perdere il treno a Przemysl – di cui ha spesso già acquistato il biglietto – sono gli stessi “poliziotti” della coda ucraini. Si può passare, ma solo se si paga un obolo per il pedaggio.

Superato questo primo ostacolo, per il viaggiatore intento a non perdere il convoglio ferroviario le peripezie non sono ancora terminate. I “blocchi” della fila si possono oltrepassare con la forza del denaro, ma una volta giunti alla sbarra che delimita la fine del corridoio con l’ingresso nella dogana polacca – un edificio nero a forma di parallelepipedo – le speranze di convincere i poliziotti si rivelano essere vane.

Forse bisogna pagare anche loro – sostiene, visibilmente arrabbiato, Andrzej, che ha appena accompagnato la fidanzata in Ucraina dal dentista – è sempre la solita storia: si entra quando lo vogliono i doganieri, e guai a protestare. Loro possono prendersela comoda, non importa se hai fretta”.

La climax della tragica situazione la si raggiunge quando la sbarra posta alla fine del corridoio viene sollevata, e ciascun blocco umano è autorizzato ad entrare nel territorio della dogana polacca. Una fiumana di persone si riversa con una forza inaudita verso l’ingresso con spintoni e mosse di ogni tipo. La poliziotta polacca incaricata di regolare il traffico riceve sostegno dal suo robusto collega: il muratore Oleh – fisico da pugile e sguardo glaciale – è l’ultimo autorizzato ad entrare, mentre la signora Olena, visibilmente sulla cinquantina, resta in terra lamentando lividi e la sparizione del suo bagaglio, che poco dopo le viene restituito dalla doganiera. Spinta dalla forza umana, la valigia, a differenza della sua proprietaria, era riuscita ad entrare al controllo passaporti.

Rispettata la fila, e superata l’onda umana, all’interno della frontiera polacca la situazione è la medesima rispetto a quella vissuta dai viaggiatori diretti oltre Schengen. L’unica differenza è la presenza di un secondo doganiere addetto al controllo bagagli per i soli turisti, costretti tuttavia ad assorbirsi l’intera coda assieme ai lavoratori e ai frontalieri. Lo stile con cui si lavora alla dogana di Medyka, come ci dicono, è tipico di chi non è soddisfatto del proprio mestiere ed approfitta di un margine minimo di potere posseduto per dimostrare tale disagio lavorativo. In polacco lo chiamano lo “sciopero italiano” e, a quanto pare, l’Italia e davvero molto popolare presso la frontiera di Medyka.

Italiano? Berlusconi e bunga bunga – si rivolge il doganiere al viaggiatore del BelPaese, sorpreso di notare un cittadino dell’Italia in un posto del Mondo così disperso e cercando, invano, di attirare la sua simpatia – vada vada, evviva il limoncello” si congeda al termine di un rapido controllo.

Il passaporto italiano, così come quello polacco e di altri Paesi dell’Area Schengen, in questi casi si rivela essere un privilegio per chi lo possiede: i controlli sono infatti nettamente più blandi rispetto a quelli a cui sono sottoposti gli ucraini, costretti, dopo la lunga attesa, a disfare e rifare la valigia più di una volta. I doganieri polacchi sembrano cercare sempre qualche prodotto irregolare, convinti che il muratore ucraino diretto a Varsavia per lavorare sia per forza un bandito o un malfattore. In realtà, il signor Danylo può essere anche una brava persona, ma se non convince il poliziotto di turno può anche vedersi negato l’ingresso in Europa per le più disparate ed incomprensibili ragioni.

Il comportamento della polizia polacca alla frontiera tra Polonia e Ucraina è un pessimo biglietto da visita che l’Unione Europea mostra a chi vede nell’UE una meta in cui realizzare i sogni di una vita o, più semplicemente, tentare l’avvio di una carriera dignitosa. Queste persone cercano una via d’uscita da un Paese colpito da una regresso della democrazia e del benessere sociale a causa delle politiche dell’Amministrazione Presidenziale di Yanukovych, e cronicamente devastato da una corruzione diffusa in quasi ogni ambito della società, che rende impossibile ogni forma di meritocrazia.

La Polonia è un grande Paese, a cui l’Europa deve moltissimo, soprattutto oggi. Dal punto di vista economico, la stabilità e la prosperità dell’economia di Varsavia è un toccasana per un Vecchio Continente devastato da una delle peggiori crisi monetarie degli ultimi secoli, mentre sul piano storico-culturale il popolo polacco è quello che, più di tutti, nel secolo XX ha combattuto contro ogni forma di totalitarismo, comunismo e nazismo.

Varsavia ha inoltre dimostrato come l’appartenenza alla comunità euro-atlantica non sia solo un’opportunità strategica, ma una scelta utile per costruire un’Europa più forte, sicura, e consapevole delle sue radice legate ai valori del liberalismo e della cristianità.

Per queste ragioni, la condotta della polizia di frontiera polacca non può che lasciare molto perplessi a riguardo dell’immagine che l’Europa da di se a chi desidera farne parte. Si tratta di un comportamento illogico, irragionevole, e se si vuole per certi versi anche razzista: chi non appartiene all’Area Schengen è predestinato ad un trattamento “di Serie B” rispetto a chi ha avuto il dono dal Signore di nascere nella benestante Europa.

La ratio del comportamento dei doganieri polacchi è legata a due motivazioni che, per certi versi, consentono di spezzare una lancia in favore dei poliziotti della frontiera di Medyka. La prima è la presenza di un alto numero di contrabbandieri che, ogni giorno, abilmente si mescola alla folla di viaggiatori per condurre attività illegale. Essi sono soprattutto ucraini che fanno la spola tra Ucraina e Polonia per esportare merci non dichiarate, ma ci sono anche venditori abusivi che, negli ultimi metri di territorio polacco, vendono prodotti alcolici, alimentari e vestiari di origine ucraina senza pagare le dovute imposte.

Circa il 30% delle persone in coda per il controllo dei passaporti presso l’edificio nero di Medyka la si rincontra al di là del confine dietro a banchetti improvvisati di vodka, scarpe, maglioni e tessuti. Come sia loro possibile portare la merce attraverso i controlli non è dato saperlo, ma la presenza di un così alto numero di furbetti giustifica la lentezza e la durezza con cui i doganieri polacchi sono portati a trattare ogni cittadino ucraino.

In secondo luogo, esiste una spiegazione psicologica: il comportamento alla frontiera con l’Ucraina dei polacchi è del tutto simile a quello adottato dai doganieri della Germania nei confronti dei viaggiatori provenienti dalla Polonia quando ancora Varsavia non apparteneva all’Unione Europea e all’area Schengen. Nello stile di controllo dei bagagli e nel cinismo adottato per espellere chi non è in regola, i doganieri polacchi hanno avuto modo di imparare bene dai colleghi tedeschi, che per molti anni nella seconda meta del Novecento hanno adottato il medesimo metro di giudizio nei confronti di chi da est della vecchia Cortina di Ferro, desiderava approdare in UE per migliorare la propria vita.

Quest’ultima riflessione suscita un auspicio positivo per il futuro delle relazioni tra Europa ed Ucraina. Oggi, infatti, la Polonia è pienamente integrata nell’Unione Europea, e, grazie all’operato di abili politici – come Bronislaw Geremek, Aleksander Kwasniewski, Donald Tusk e Radoslaw Sikorski – in ambito continentale è riuscita a cementare una solida alleanza con la Germania che vede spesso Varsavia e Berlino compatte in fronte ideologico comune in molti dei punti all’ordine del giorno del dibattito politico interno all’UE.

La normalizzazione delle relazioni polacco-tedesche ha richiesto tempo e ingenti sforzi, ma alla fine ha portato a buoni frutti, nonostante ingenti difficoltà e incomprensioni, come la condotta dei poliziotti di Berlino nei confronti degli emigranti da Varsavia. La speranza è che, un domani, lo stesso possa essere scritto a riguardo dei rapporti tra Polonia e Ucraina, e che gli ucraini siano finalmente liberi di valicare un frontiera solo simbolica, in nome della fratellanza e della comune appartenenza all’Europa.

Solo eliminando spiacevoli teatri come quello di Medyka, il Vecchio Continente potrà davvero dimostrarsi un’entità sovranazionale che include anziché escludere, e che, al pari degli Stati Uniti d’America, è davvero in grado di fornire a ciascun essere umano la possibilità di diventare un suo cittadino, e di contribuire alla benessere collettivo con il proprio mestiere egli sforzi lavorativi.

Matteo Cazzulani

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