La tragedia di Marcinelle e la memoria cancellata

Mi è capitato di leggere e di recensire un paio d’anni addietro un libro di Paolo Di Stefano: “Nel cuore che ti cerca”, un libro che prendeva spunto da uno scabroso fatto di cronaca,  la storia di Natasha Kampusch, la ragazza scomparsa a Vienna nel ’98, seviziata e tenuta sequestrata per otto anni. Un libro finalista al Campiello. Ero rimasto molto colpito dalle capacità di Paolo nel trattare un argomento così delicato con una profondità e un pudore tale da rendere il linguaggio molto poetico.

Ci sono giornalisti d’assalto, che urlano e sgomitano per farsi sentire. E ci sono giornalisti come Paolo Di Stefano che bussano prima di entrare. La classe non è acqua. Anche qui una vicenda scabrosa, una catastrofe, anzi una catastròfa di proporzioni più vaste avvenuta a Marcinelle, in Belgio, l’8 agosto 1956, nel distretto carbonifero di Charleroi. Le condizioni di insicurezza e abbandono là sotto trasformarono un semplice equivoco in una delle stragi più gravi della storia mineraria. Dei 274 lavoratori scesi per iniziare il turno del mattino, 262 (di cui 136 immigrati italiani) caddero vittime di un banale incidente che provocò un incendio alla profondità di 975 metri. Erano in gran parte meridionali: abruzzesi, pugliesi, siciliani, uomini del sud con il cuore grande e le tasche vuote, capaci di spartirsi un pezzo di formaggio con il compagno che non aveva nulla da mangiare. Persone barattate con una manciata di carbone di cui francamente, a parte i familiari e gli amici, non importava niente a nessuno. Operai, gente umile cancellata dalla memoria con un moto di fastidio. Lo Stato italiano per primo che non si degnò minimamente di inviare un rappresentante sul luogo della tragedia, la giustizia e le autorità belghe che avevano fretta di chiudere l’incidente di percorso, evitando polveroni dannosi all’immagine del Paese.

Eppure la catastròfa aveva reciso vite di lavoratori, distrutto famiglie, infranto i sogni e l’avvenire di quanti avevano lasciato la propria terra per un pezzo di pane. Le scene descritte da Paolo, con le mogli dei minatori che piangono e si disperano davanti ai cancelli della miniera in fiamme, sono sintomatiche e strappano al lettore una fitta lancinante di dolore. Ci si sente impotenti di fronte a quegli esseri umani e alla loro tragedia, si sente il dovere di cingerli in un abbraccio ideale, ci riportano a un senso di fratellanza tra gli uomini, che sempre dovrebbe essere la nostra stella polare.

Le testimonianze che il giornalista fa emergere sono di rabbia, rassegnazione, sconforto, risentimento. Ognuno reagisce a modo suo ma sempre con grande dignità, caratteristica della gente umile, abituata a cadere e a risorgere con le proprie forze. Molti erano bambini allora e si ritrovarono orfani in terra straniera. La bellezza e il fascino di questo libro consiste nel fatto di portare all’indietro le lancette dell’orologio, riparare a un gravissimo torto, ridare vita e identità a quanti frettolosamente e colpevolmente sono stati destinati all’oblìo. Erano esseri umani con una sola esistenza da spendere, non anelli di una catena di montaggio.

Paolo a distanza di anni è ridisceso in quella miniera, tra le fiamme dell’inferno, li ha scossi quei cadaveri, li ha riportati in vita, dato loro una nuova dignità, una nuova veste, una nuova voce per raccontare al mondo il loro strazio. A questo punto che importa di chi furono le responsabilità maggiori, se di Iannetta che provocò l’incidente o di qualche altro che aveva responsabilità maggiori delle sue.

Il cronista ha raccolto le sue testimonianze, si è documentato, ha tastato con mano le ferite ancora aperte, ci ha messo dentro tutto il suo talento di scrittore, la delicatezza e la sensibilità che lo contraddistinguono, le ha offerte al lettore affinché si faccia la sua opinione e, soprattutto, conservi nella memoria il ricordo di tante vite spezzate, fratelli, emigranti che hanno contribuito alla crescita del nostro Paese- Emigranti come quelli che arrivano da noi e spesso ci dimentichiamo di trattare come esseri umani.

Paolo Di Stefano è nato ad Avola (Siracusa) nel 1956. È inviato del «Corriere della Sera». Ha pubblicato inchieste e romanzi, tra cui Baci da non ripetere (1994, Premio Comisso), Tutti contenti (2003, Superpremio Vittorini e Flaiano), Nel cuore che ti cerca (2008, Premio Campiello e Brancati).

Salvo Zappulla

 

 

                                                         La catastròfa

                                                                                             di Paolo Di Stefano
Sellerio editore Palermo

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