Dopo i Forconi, cosa resterà?

di Marco Di Salvo

 

Premessa d’obbligo: non amo i forconi, neanche come simbolo di protesta. Li amo ancora meno nella loro pretesa di essere uno strumento di minaccia, vagamente (e forse vanamente) usato per intimidire il prossimo.

Fatta la premessa non posso non notare come, tranne uno sparuto episodio, le manifestazioni in Sicilia degli ultimi giorni si sono caratterizzate per un rigido autocontrollo da parte di chi le ha oorganizzate e vissute. E questo non può che essere benvenuto e sottolineato da chi, come me, fa delle lotte nonviolente lo strumento principe di dialogo con il potere. La notizia che Morsello (fondatore del Movimento) ha anche iniziato uno sciopero della fame fa ben sperare sulle reali motivazioni di chi promuove la mobilitazione.

Viste dalla Lombardia (terra di spoloquiatori armati di kalashikov ed erezioni verbali) però le cose assumono una prospettiva tutta diversa. Intanto per come sono state (o, meglio, non state) raccontate. Il primo dato è che l’attenzione a fatica conquistata sui giornali e sulle tv(mentre in rete c’è ) racconta la cosa più o meno che come una subburra, manovrata da fascistelli e uomini d’onore. Ora, se è indubbia la presenza di queste figure all’interno di un movimento più che variegato, è altrettanto indubbio che, forse, solo loro sono a fianco dei manifestanti perché solo loro sono stati in grado di “sentire” l’onda che montava (e un piccolo giornale come il nostro che da tempo, sia nella versione cartacea che in quella web, segnalava quanto puntualmente avvenuto. A differenza delle grandi testate locali affette da sempre di strabismo nei confronti dei poteri costituiti). E anche il rapporto tendenzialmente due a uno tra rappresentanti del potere variamente costituito e promotori della protesta, quand osi tratta di commentare la cosa, non fa ben sperare per la comprensibilità dei veri motivi della protesta al di là dell Stretto.

Tornando alle manifestazioni, ci sono delle assenze che fanno pensare. Dove sono infatti i partiti di sinistra, gli esponenti dell’autonomismo lombardiano, i grillini vari?  I primi due a spartirsi le briciole di ciò che resta del potere (soprattutto economico) della Regione, gli altri a vivere la loro vita politica in maniera sempre più virtuale, comodamente seduti a casa loro. Di Pietro pensa alle tv (dove è più presente del Pippo Baudo dei tempi migliori) e anche il poeta Vendola sembra più interessato alle alchimie coalizionali che gli interessi della tanto declamata “ggente”. Un ennesimo esempio di scollamento della politica dal paese reale, che lascia ad altri il compito o di governare (vedi Monti) o di contrapporsi al Governo (vedi i tassisti, i movimenti stile “Occupy” e ben ultimi i “forconi”.

Tutto bene quindi? Non proprio perché esattamente come i movimenti giovanili del 2011, il rischio per le  proteste messe in campo dai “forconi” in questi giorni è quello di essere legati ad una spinta più meramente ribellista, di sfogo più che di proposta di alternativa. Dove, tanto per fare un esempio, nei paesi del Mediterraneo che lo scorso anno si sono inscenate proteste (con alterni risultati) con obiettivi precisi come la caduta di dittatori pluridecennali, in Sicilia sembra siano talmente tanti i nemici con cui prendersela (e neanche tutti giusti, per la realtà) da rischiare di far finire le proteste in un nulla di fatto che porterà solo disagi ai cittadini (quelli si vittime, che sia dei governi o dei manifestanti).

A noi resta il compito di raccontarle, cercando, come finora riteniamo  di aver fatto, di non cadere vittima della fascinazione nei confronti di chi pare aver risvegliato per un attimo l’Isola dal suo torpore decennale, ma scrutando l’orizzonte per capire se, dopo i Forconi, c’è un futuro davvero migliore per la nostra terra o si finirà in mano degli ascari del XXI secolo.

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