Catania, il portale della chiesa di Sant'Agata al Carcere

È veramente suggestivo lo scorcio della facciata della chiesa di Sant’Agata al carcere, in cima a via del Colosseo a Catania. L’architettura del prospetto si può ammirare salendo a piedi da via Manzoni ma la particolarità (forse unica) del progetto è quella di avere incastonato, nel suo ambito, un portale realizzato circa ottocento anni fa, e cioè in pieno medioevo. La chiesa è poggiata in alto e fa da sfondo come in una scenografia teatrale, preceduta da un’ampia scalinata.
Sant’Agata al carcere, così come la vediamo oggi, fu costruita a metà del ‘700. In realtà il luogo era, prima del disastroso terremoto del 1693, già meta di pellegrinaggio dei devoti della giovane martire, in quanto la tradizione catanese, da sempre, ha individuato in quegli antichi ambiti il luogo della prigionia di Agata, della sua miracolosa guarigione ad opera di San Pietro (le erano state strappate le mammelle) e della morte della martire.
L’accesso alla cappella del Santo carcere, che fino alla metà del ‘700 continuò ad essere dallo stretto vicolo che costeggia il lato sud dell’attuale chiesa, nella sistemazione settecentescaadopera dell’architetto Francesco Battaglia, fu “rivolto” verso est con una nuova facciata costruita a ridosso del bastione cinquecentesco che difendeva l’altura della chiesa di Sant’Agata la vetera (la vecchia) e la vicina Porta del re.
In questa occasione il prezioso portale romanico “approdò” alla chiesa di San’Agata al carcere.
Si tratta di una delle opere più interessanti ed enigmatiche dell’architettura medievale catanese.
Questo portale, che ha un chiaro stile romanico-pugliese, probabilmente sostituì il portale originale fatto costruire (intorno al 1091) appositamente per la sua Ecclesia munita dall’abate normanno Angerio, e danneggiato dopo il sisma che distrusse la città il 4 febbraio
Fino ai primi anni del ‘700 il portale occupò quel prestigioso posto all’ingresso del Duomo fino a quando l’architetto Giovanbattista Vaccarini lo fece rimuovere (1734) e fu donato alla Confraternita del Santo Carcere la quale in quel periodo sosteneva le spese per la trasformazione della cappella in chiesa. Finalmente, nel 1762, il portale venne rimontato come ingresso della nuova facciata barocca della chiesa di Sant’Agata al carcere.
Come Siracusa, Augusta ed altre città, Catania era stata inserita nel piano generale di fortificazione dell’Isola voluto da Federico II di Svevia. Ma la feroce avversione della curia vescovile catanese alla quale Federico, dopo le Costituzioni di Melfi, aveva tolto la città dalla giurisdizione feudale del vescovo-conte e l’aveva inserita fra le città del regio demanio, alimentò, nei secoli successivi, tutta una serie di leggende anti-Federico tendenti a denigrare la figura dell’imperatore scomunicato e il potere temporale dei suoi successori.
Un leggendario episodio della storia catanese, raccontato dagli eruditi del ‘600, si riferisce ad una incerta ribellione dei catanesi avvenuta nel 1232 (peraltro documentata per Messina) ed estesasi anche a Siracusa, Troina, Nicosia e Centuripe, vuole che nel 1232 apparvero a Federico II di Svevia le famose parole: “Noli offendere Patriam Agathae, quia ultrix iniuriarum est” (Non offendere la Patria di Agata perché è vendicatrice delle offese). Queste fiammeggianti parole, apparse durante la celebrazione eucaristica in Cattedrale avrebbero distolto l’imperatore dal suo intento di distruggere la città e di giustiziare i catanesi colpevoli di essersi ribellati al suo potere.
Ovviamente non ha nessun fondamento la distruzione della città perpetrata ad opera di Federico. Così come non ha nessun fondamento l’attribuzione alla volontà federiciana di costruire nel 1239 (sette anni dopo) a Catania il castello Ursino non a difesa della città ma a monito, punizione e controllo dei catanesi.
Questa, a dir poco dubbia, tradizione ha fatto immaginare che il portale romanico del Duomo di Catania (visto che tra l’altro non presenta nessun simbolo cristiano esplicito) sia stato voluto da Federico II per autocelebrarsi oppure che la simbologia messa in mostra da quest’opera architettonica sia celebrativa dell’avvenimento del 1232. Ancora oggi si legge, su scritti che trattano della storia di Catania o su guide della città, questa fantasiosa ricostruzione storica che ha anche ingenerato controverse interpretazioni della simbologia che appare scolpita sul portale romanico.
Il portale che decora la facciata del Santo Carcere è realizzato in marmo bianco con arco strombato a tutto sesto. È contornato da una riquadratura rettangolare anch’essa in marmo bianco e impreziosita da sei formelle, due circolari e quattro quadrate. La bicromia del marmo bianco e dei conci lavici neri, di cui era rivestita la cattedrale normanna a cui apparteneva, doveva essere di grande effetto anche se il ricollocamento nella nuova sede sembra essere stato eseguito in maniera arbitraria.
Sui due pilastrini che fungono da stipiti del portone poggia l’arco d’ingresso decorato da 15 formelle a rosoni. Lo strombo del portale consiste in quattro ordini di stipiti a cui corrispondono quattro ordini di archi di cui tre sostenuti da sei colonnine (tre per lato). I fusti delle colonnine sono decorati simmetricamente a coppia con tre motivi geometrici diversi (a quadri, a chevron e a quadretti con decoro verticale), il cui motivo prosegue lungo le strombature dell’arco stesso.
I due stipiti sono impreziositi dal cosiddetto albero della vita (decorazioni con volute di tralci vegetali che si intrecciano con figure umane e animali secondo simbologie bibliche)
I capitelli delle colonnine sono decorati con foglie d’acanto e alternati anche con volti di scimmie che sono la personificazione della lussuria e del peccato.
Ma la simbologia più interessante e controversa è quella che poggia sugli abachi. Si tratta di sette (otto in origine) sculture modellate di figure umane e zoomorfe. È probabile però che la collocazione attuale non sia quella che esse avevano in origine quando il portale era collocato sulla soglia sacra del Duomo normanno.
Leggendo questa simbologia in primo piano da sinistra si vede una figura maschile assisa sul faldistorio nell’atto di accarezzarsi la lunga barba. In corrispondenza a destra si vede un gruppo scultoreo che sembra rappresentare una figura femminile nell’atto di offrire un toro e un agnello, i tipici animali sacrificali (il pezzo mancante è stato individuato nel 1928 fra i reperti conservati a museo civico di Castello Ursino).

In secondo piano a sinistra vi è la raffigurazione di quella che sembra essere una Fenice (la cui testa non è originale) che è il simbolo della resurrezione di Cristo, mentre a destra manca totalmente la scultura che secondo una descrizione della metà del seicento avrebbe dovuto essere un uccello.
In terzo piano a sinistra si vede una scimmia che sembra avere il corpo di un uomo nell’atteggiamento di portare qualcosa in bocca col braccio sinistro. L’uomo con la testa di scimmia poteva simboleggiare la trasformazione dell’uomo in animale a causa del peccato, cioè il prevalere dell’istinto bestiale sulla spiritualità. Mentre a destra vi è la figura di un animale stante sulle zampe posteriori che, sempre secondo un descrizione seicentesca, doveva stare sul lato opposto al posto della scimmia.
In quarto piano, sugli stipiti, a sinistra c’è un leone che ghermisce un agnello e a destra c’è un altro leone che tiene fra le zampe un cucciolo.Nel primo caso il leone che aggredisce simboleggia la punizione del peccatore e dell’eretico, mentre l’altro testimonia la protezione che viene accordata all’innocente.
Alcuni studiosi sostengono che il portale è di periodo normanno e che le sculture furono realizzate nel periodo svevo.
In merito alla sua datazione lo stile architettonico ci indica il periodo del romanico-pugliese che va dall’11° secolo alla prima metà del 13° secolo. Ma potremmo restringere tale arco di tempo considerando che la costruzione del portale è probabilmente successiva al terremoto del 1169. Inoltre, quando Federico, nel 1240, fa costruire Castel Maniace a Siracusa il portale svevo ad arco acuto strombato di quest’ultimo è ormai notevolmente diverso (in stile e simbologia) dal portale posto all’ingresso del Duomo di Catania come del resto lo saranno tutti gli altri portali successivi delle architetture sveve. Quindi un’ipotesi di datazione potrebbe formularsi all’interno dei sessant’anni che vanno pressappoco dal 1170 al 1230.

05/09/2011 – Corrado Rubino

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