Le notizie di questi giorni, anzi di mesi ormai, raccontano un’escalation di rabbia, violenza e sopraffazione, in cui il limite della dignità umana viene continuamente superato senza più alcun pudore. Non si sa se indignarsi di più per la dignità calpestata o per la capacità, sempre più diffusa, di assistere a tutto ciò con indifferenza: senza stupore, senza scandalo, senza quella reazione di ribellione necessaria a sovvertire l’ordine delle cose. Sembra quasi che ci si stia abituando, con un’inquietante rassegnazione, al degrado di ogni valore e diritto nella nostra società.
Se non fosse per la grande partecipazione al corteo del 3 settembre per la Palestina, guarderemmo a Catania senza alcuna speranza.
La notizia dell’omicidio di Alessandro Indurre si inserisce tra le tante che sentiamo sempre più spesso, tra le ultime e più recenti sparatorie che hanno sconvolto molti quartieri di Catania.
A queste notizie seguono gli immancabili commenti dei residenti, portavoce di gruppi più ampi o rappresentanti politici che denunciano il degrado della città e chiedono maggiore sicurezza. Così, il giorno dopo l’accaduto, si vedono più pattuglie per strada, controlli a tappeto nel territorio. In questi mesi abbiamo assistito persino alla richiesta allo Stato da parte del nostro sindaco di inviare l’esercito. In questo modo, alla violenza si risponde con la violenza. Dopo l’approvazione del cosiddetto decreto sicurezza e delle norme anti-rave anche a Catania, che arrivano a colpire anche forme di aggregazione spontanea negli spazi pubblici, quest’anno si è toccato davvero il fondo.
È la risposta più rapida, quella che dà ai cittadini un’immediata sensazione di sicurezza e perciò viene spacciata come la strategia migliore.
Peccato che, nei fatti, non sembra che risolva nulla. Anzi, in alcune situazioni finisce per far regredire le condizioni a un livello di degrado sempre peggiore. Opprimendo i diritti non si eliminano i problemi, si creano nuovi bisogni. E la responsabilità di rispondervi ricade, paradossalmente, proprio sulle stesse persone che vivono quelle condizioni estreme. Manca del tutto una visione di responsabilità collettiva: invece di guardare alla città nel suo insieme, si preferisce puntare il dito contro i più fragili, stigmatizzarli a gran voce, intervenire sul singolo caso piuttosto che affrontare con coraggio l’intero fenomeno.
La prospettiva di San Berillo su tali questioni rende tutto piuttosto evidente. Ce lo dimostra la storia. La retata del 2000 e le innumerevoli e continue operazioni di polizia cosa hanno prodotto? Basta guardare lo stato del quartiere oggi per capire a cosa sono servite le azioni di repressione condotte per anni, e ancora oggi sotto i nostri stessi occhi.
Accanto a un contesto segnato da episodi di violenza, la progettualità sulla città – o per lo meno quella che emerge dalle dichiarazioni dei rappresentanti politici e alla scelta di investimenti dei fondi pubblici – sembra muoversi su tutt’altri immaginari.
A Catania, infatti, le narrazioni sono sempre più divergenti, viaggiando su due piani paralleli. Da un lato, c’è il racconto della città che cambia: si esaltano bellezza, cultura e vivibilità (addirittura candidiamo Catania Capitale della Cultura!); si inaugurano aree pedonali e piste ciclabili “creative”; si progettano waterfront, cittadella giudiziaria sul mare e torri tecnologiche nZEB a Ognina. È una visione quasi futuristica che sembra descrivere un’altra città, completamente diversa da quella attraversata da accoltellamenti e sparatorie.
Ma la quotidianità raccontata dai residenti è ben diversa. Chi vive in centro, ad esempio, denuncia ogni sera vetri rotti delle auto, rumori assordanti e musica che impedisce di dormire. In zone più lontane dal centro si lamenta invece l’assenza dei servizi, le condizioni fatiscenti degli edifici, la mobilità su cui non si può fare affidamento. In molti quartieri, gli abitanti lamentano condizioni di sporcizia, una gestione inefficace della raccolta differenziata, cestini insufficienti, marciapiedi invasi da cicche e strade trasformate in discariche a cielo aperto, la totale assenza di spazi verdi o di alberi anche nelle nuove piazze della città.
Solo in alcune aree “vetrina” Catania fa bella figura apparendo pulita, mentre basta spostarsi dai circuiti più centrali per accorgersi che altri residenti (non tutti, ma molti) sono costretti a convivere con cumuli di rifiuti, cattivi odori amplificati dal caldo e condizioni che rendono la vita urbana di un residente un’esperienza quotidianamente sfidante.
Di tutto questo, però, si parla poco e si fa ancora meno! Il problema non è soltanto la situazione in sé, ma anche l’incertezza, l’assenza di risposte e, ancor di più, la mancanza di una volontà politica e di un intervento concreto e tempestivo.
A San Berillo, ad esempio, da oltre due mesi ci troviamo davanti a un cumulo di circa 7 metri cubi di rifiuti abbandonati proprio su una delle strade appena riqualificate con i fondi dei Piani Urbani Integrati del PNRR, che dovrebbero servire a ridurre la marginalità sociale. All’indomani della fine dei lavori, già un cumulo di immondizia a cielo aperto. Questa sarebbe la “rigenerazione urbana”? Bella, anzi geniale, verrebbe da dire. Ma proviamo a immaginare: se quello stesso cumulo fosse comparso sotto il Palazzo degli Elefanti o in un quartiere più “decoroso”, sarebbero davvero passati più di due mesi senza che nessuno muovesse un dito? Probabilmente, anzi sicuramente, no.
In Via Maraffino, invece, non vive nessuno “che conta”. Così si resta in attesa. In attesa che i proprietari di uno stabile abbandonato da decenni, che in data 4 luglio ha preso fuoco, rimuovano il cumulo di rifiuti, così come pare abbia richiesto il Comune. Ma il paradosso è che proprio da quello stesso androne, oggi ridotto a discarica, si accede anche a una proprietà comunale. Quindi, di fatto, il Comune, oltre a chiedere conto ai privati, dovrebbe intimare anche a sé stesso di rimuovere i rifiuti?
Tra le 12 unità che hanno accesso al cortile ‘incriminato’, ci sono 3 unità sono di proprietà del Comune di Catania e le restanti unità sono di circa 9 proprietari. Per rimuovere i rifiuti cosa conviene di più, avere speranza nel Comune o in qualcuno dei 9 proprietari?
Bizzarro, no?
Fa sorridere forse, ma la situazione è disastrosa.
È questa la fotografia di una città divisa in due: da un lato l’immagine patinata della rigenerazione e dei grandi progetti, dall’altro la realtà concreta di quartieri lasciati in stato di abbandono, dove il disagio e la povertà non solo non vengono presi in carico, ma vengono criminalizzati. E non viene neanche data risposta a chi prova a farsi sentire, a richiedere e a pretendere che anche qui vengano garantiti diritti e dignità.
Da quando sono iniziati i lavori di “riqualificazione” a San Berillo la situazione è diventata ancor più insostenibile. Gli accessi sono stati bloccati, siamo barricati dentro da quasi un anno. Talvolta sembra di trovarsi nel cuore di una retata permanente dove l’isolamento e l’abbandono non hanno fatto altro che aumentare il malessere. Le ditte hanno incontrato numerose difficoltà nell’esecuzione dei lavori e, a oggi, la fine sembra ancora lontana.
Giusto qualche giorno fa, a seguito dell’omicidio di Alessandro, si è parlato a gran voce di un’azione della polizia condotta in quartiere che avrebbe “portato a termine un’imponente operazione antidegrado”. Da quanto si apprende, l’operazione è consistita nel controllo di documenti e nel sequestro di alcuni scooter rubati. E questo che cosa ha cambiato nella vita del quartiere? In che modo San Berillo oggi è un quartiere “meno degradato” di qualche giorno fa?
Abitare tra via Pistone e via delle Finanze è molto difficile. Eppure, da oltre dieci anni abbiamo scelto di portare avanti un percorso che ha permesso di recuperare e riaprire Palazzo De Gaetani, di crescere come individui e come gruppo. In questi anni abbiamo costruito relazioni, ascoltato e raccontato storie, e provato a costruire insieme un nuovo modo di rivivere i diversi spazi del palazzo, del quartiere e della città.
Così, vano dopo vano, Palazzo De Gaetani ha ripreso vita, trasformandosi in un luogo vivo e condiviso. Oggi ospita attività culturali e sociali, oltre a due appartamenti di housing che accolgono 13 persone escluse dal mercato abitativo catanese. È diventato uno spazio aperto, attraversato da chi abita il quartiere, da chi lo visita per curiosità, da appassionati, studiosi e semplici passanti, studenti, associazioni, persone di età e backgorund molto differenti. Ma soprattutto è diventato un luogo sicuro per chi ne ha bisogno, grazie anche agli sportelli settimanali resi possibili dal contributo di una rete di associazioni, enti e professionisti che operano sul territorio.
Palazzo De Gaetani è oggi un punto di riferimento per la città, il cuore in cui è nata e cresciuta la nostra esperienza di Trame di Quartiere. Qui, ogni giorno, si prova a tenere insieme memoria e futuro, relazioni sociali e nuove visioni, idee e confronti. Qui si costruisce una contronarrazione rispetto all’immagine che da decenni segna in maniera quasi indelebile San Berillo, con l’obiettivo di dare forma a un quartiere – e a una città – più inclusivi, giusti e sostenibili.
Negli anni una grande parte della città si è avvicinata al quartiere con il pretesto di entrare a Palazzo De Gaetani, entrando in contatto con uno spazio urbano che ha aiutato a superare stereotipi e pregiudizi. Tante persone si sono appassionate, trovando qui la possibilità di immaginare un mondo diverso, in cui non esiste il giudizio, ma uno spazio in cui ritrovarsi insieme, senza barriere di colore politico, genere, età o background culturale.
Abbiamo rischiato e sperimentato molto, con la costante riflessione su ciò che noi stessi stiamo contribuendo a generare. Operare in un quartiere così abbandonato da proprietari e istituzioni non è semplice, ma ci abbiamo provato e continuiamo a farlo. Poco importa se, negli anni, c’è sempre stato qualcuno pronto a giudicare: da un lato chi ci accusa di “legittimare il degrado”, come se ci piacesse vivere tra rifiuti, assistere quotidianamente a scene di violenza o vedere giovani cadere nelle dipendenze; dall’altro, chi ci descrive come complici della gentrification che agiamo per profitto, nascosti dietro aperitivi culturali o eventi superficiali, come se non fosse necessario pagare le utenze, i materiali, i servizi e il lavoro delle persone.
In realtà, gestire un edificio e un’organizzazione così densa di attività in un quartiere fragile significa affrontare ogni giorno l’assenza di politiche sociali in questa città, chiedere interventi pubblici che raramente arrivano, ritrovarsi soli a fronteggiare le infinite richieste di chi non ha garantito il diritto di avere un posto dove dormire, di chi non sempre ha garantito un pasto, di chi non ha garantito il diritto alla salute, di chi non trova lavoro, di chi attende i documenti dai quali dipende la legittimità di essere considerati una persona o chi non ha piu’ la possibilità di “regolarizzare la posizione sul territorio” e resta in un limbo, sospeso, senza piu’ speranza né paura, o chi cerca una casa per mesi rischiando di perdere il lavoro, di chi si ritrova solo e disorientato, di chi non si fida piu’, di chi ha voglia di vivere e viene oppresso. È molto facile giudicare dall’esterno, senza avere idea di cosa significhi vivere quotidianamente immersi in queste condizioni. È comodo, così, non doversi ‘sporcare le mani’ e non entrare nelle contraddizioni che questa realtà impone.
Eppure, questa città continua a nascondere i problemi reali, cercare scorciatoie, inseguire iniziative facili che diano risonanza e consenso immediato. Ma quando si tratta di affrontare la complessità che certe dinamiche comportano e che richiederebbero coraggio, cura, responsabilità, costanza, e spesso e volentieri conflitto allora si scappa e tutto resta fermo. È certamente più facile non entrare nelle contraddizioni, stare seduti a guardare da fuori e a dire a chi vive quotidianamente quelle strade cosa si dovrebbe fare, senza organizzarsi per farlo.
Perché sì, non è facile continuare a dire che la polizia non è la soluzione e allo stesso tempo essere costretti a chiamarla quando le persone rischiano la vita con armi di fortuna.
Non è facile pretendere l’intervento pubblico perché crediamo in uno Stato che dovrebbe garantire servizi per tutti, e poi ritrovarci a sostituirlo con il nostro lavoro di “privato sociale”, che finisce per colmare, in emergenza, le voragini lasciate da un sistema di welfare assente.
Non è facile dover gestire tutto questo nel precariato assoluto, con forza, coraggio e sacrifici enormi da parte di chi è qui ogni giorno e lavora sul campo, e allo stesso tempo rispondere alle richieste di supporto del Comune negli interventi in quartiere, o mettersi a disposizione di chi vuole conoscere la storia del luogo e costruire nuovi progetti. Lo facciamo perché crediamo davvero che servano più energie e responsabilità collettive per contrastare l’abbandono delle istituzioni e, al tempo stesso, per continuare a pretendere che se ne assuma la responsabilità.
E tutto questo avviene senza alcun riconoscimento: né del valore del lavoro che portiamo avanti, né del tempo e della cura che investiamo, né dei rischi a cui ci esponiamo e della fatica che ogni giorno portiamo sulle nostre spalle, né della rabbia e della tristezza dovuti all’essere testimoni dell’ingiustizia ed essere spesso impotenti di fronte ai bisogni che si moltiplicano ogni giorno.
Siamo stanchi, ma resistiamo. Abbiamo voglia di vivere e di vivere bene collettivamente.
Crediamo che le soluzioni stiano nel lavoro delle politiche sociali, non nelle politiche oppressive sulla sicurezza. Crediamo che sia necessario costruire una visione collettiva della città, conoscerne le complessità e agire con misure integrate.
Non viviamo solo in una città povera economicamente e culturalmente, viviamo in una città in cui la povertà più grande è quella istituzionale.
Ma crediamo anche che, così come le istituzioni hanno il dovere di prendersi le proprie responsabilità, noi cittadini abbiamo il dovere di prenderci collettivamente le nostre responsabilità e non lasciare che l’oppressione ci renda passivi. Anzi, mai come adesso è necessario organizzarci per rivendicare insieme i diritti che ci vengono calpestati. Abitiamo tutti in questa città. Incontriamoci, parliamone, confrontiamoci e AGIAMO! Perché troppo spesso desideriamo le stesse cose, quindi anziché guardare a cosa ci divide, proviamo a guardare a cosa ci unisce!
Comitato “Trame di quartiere”
Alleghiamo qualche immagine sui cumuli di rifiuti e via delle finanze chiusa con cantiere in corso.





