Tripoli, situazione fuori controllo? C’è chi alimenta il caos in Libia?

di Salvo Barbagallo

 

Grazia Longo su “Top News” del quotidiano on line de La Stampa, in merito alla grave situazione a Tripoli  ci informa che “L’Italia non sta a guardare. Pronta una task Force per difendere il premier. Una task force italiana in difesa di Fayez al Sarraj, sempre più accerchiato dalle milizie rivali a sostegno di Khalifa Haftar, grazie alla collaborazione tra il ministero della Difesa, quello degli Esteri e l’Aise, l’agenzia dei servizi segreti esteri. Al momento i nostri soldati dei gruppi speciali non sono schierati in Libia e l’attività principale per monitorare il pericolo di un rovesciamento del governo di unità nazionale di Al Sarraj, sostenuto dall’Onu, viene svolta dalla nostra intelligence (…). E Lorenzo Cremonesi su Il Corriere della Sera tranquillizza (con cautela) dopo il colpo di mortaio che ha colpito l’Hotel Al Waddan a un centinaio di metri dall’Ambasciata Italiana a Tripoli: Ufficialmente l’ambasciata italiana non chiude, ma la situazione a Tripoli si è fatta talmente critica che una parte del personale viene evacuata assieme ad altri concittadini che lavorano in Libia. «Siamo pronti ad ogni evenienza. Reagiamo in modo flessibile», spiegano cauti i portavoce della Farnesina. Tale «flessibilità» ha implicazioni già molto tangibili. Ieri pomeriggio una nave dell’Eni che fa regolarmente la spola con il porto di Tripoli, dove stazionano anche le unità della marina militare italiana che assistono i guardiacoste libici, ha evacuato un numero considerevole di tecnici italiani impiegati a terminali e pozzi che fanno capo al complesso di Mellitah, nell’ovest del Paese. Con loro sono stati evacuati anche otto dipendenti dell’ambasciata (…). Ed è ancora da Il Corriere della Sera che si apprende che non si avrà Nessun intervento delle forze speciali italiane in Libia. Lo sottolinea Palazzo Chigi che replica così alle notizie diffuse nelle scorse ore su un possibile invio di corpi speciali a Tripoli, dove è in corso l’assalto delle milizie ribelli e il premier Fayez al Sarraj è sotto assedio. E la conferma arriva anche da Matteo Salvini: «Escludo interventi militari che non risolvono nulla. E questo dovrebbero capirlo anche altri», afferma il vicepresidente lasciando Palazzo Chigi. «L’Italia – deve essere la protagonista della pacificazione in Libia. Le incursioni di altri che hanno altri interessi non devono prevalere sul bene comune che è la pace». Non solo. Salvini si dice «preoccupato». E il riferimento, implicito, è al presidente francese Macron: «Penso che dietro ci sia qualcuno. Qualcuno – che ha fatto una guerra che non si doveva fare, che convoca elezioni senza sentire gli alleati e le fazioni locali, qualcuno che è andato a fare forzature, a esportare la democrazia, cose che non funzionano mai. Spero che il cessate il fuoco arrivi subito» (…).

Forze armate a Tripoli

Insomma, dai mass media trapela sì la preoccupazione, ma anche uno scenario difficile da capire o da interpretare. Legittimo l’interrogativo: a Tripoli la situazione è fuori controllo? E l’Italia fino a che punto può rimanere coinvolta in quella che si presenta (probabilmente) come una “guerra civile”? Ancora dal Corriere della Sera: Sono 350 al momento i militari italiani impegnati in Libia, dove dal 1 gennaio è in corso la Missione bilaterale di assistenza e supporto nata per «fornire assistenza al governo di Accordo nazionale libico». Una missione con l’intento di sostenere le autorità locali e il governo di Al Sarraj nell’«azione di pacificazione e stabilizzazione del Paese e nel rafforzamento delle attività di controllo e contrasto dell’immigrazione illegale, dei traffici illegali e delle minacce alla sicurezza, in armonia con le linee di intervento decise dalle Nazioni Unite» (…).

Ufficialmente in otto giorni di combattimenti è di 47 morti e 129 feriti l’ultimo bilancio diffuso dal ministero della Salute libico, Il dato delle vittime è stato fornito dalla Missione dell’Onu in Libia, Unsmil, preannunciando una riunione d’urgenza in una località non resa nota. Le Nazioni Unite provano a mediare ma a Tripoli si continua a combattere. Il Consiglio Presidenziale del premier Fayez al Sarraj ha dato mandato alla milizia Forza Anti Terrorismo di Misurata, guidata dal generale Mohammed Al Zain, di entrare nella capitale per organizzare un nuovo cessate il fuoco e far terminare le violenze nella periferia a sud della capitale. E intanto si registra la fuga di 400 detenuti che hanno approfittato della confusione dovuta agli scontri tra milizie rivali.

Appare retorica, se non campata in aria, visto il susseguirsi degli eventi, la richiesta dell’Unione Europea a tutte le parti in causa “di cessare immediatamente tutte le ostilità” in Libia, in quanto (come dichiarato dal portavoce della Commissione europea, Carlos Martin Ruiz De Gordejuela) “l’escalation a Tripoli di violenza mina una situazione già fragile. La violenza porterà altra violenza a detrimento dei cittadini libici (…)Non c’è soluzione militare alla crisi in Libia, solo una politica (…).

Un tweet dell’emittente Al Ahrar, che cita una “fonte della sicurezza” sostiene che violenti combattimenti sono in corso fra la 7/a Brigata e la sicurezza centrale, ed una milizia denominata Ghenewa nell’area Abu Salim, una zona a meno di 6 km in linea d’aria dal centro della capitale libica. La 7/a Brigata, capofila delle forze “ribelli” contro Fayez al Sarraj, è ritenuta “vicina” al generale Khalifa Haftar, capo militare del governo di Tobruk, sostenuto dalla Francia.

Il secondo interrogativo del nostro titolo: C’è chi alimenta il caos in Libia? Una risposta la fornisce Andrea Margelletti, presidente del Centro Studi Internazionali (Cesi): C’è la Francia dietro il caos della Libia, ancora una volta. Margelletti lo afferma in un’intervista al Fatto quotidiano. Il presidente francese Emmanuel Macron, sostenendo l’avanzata su Tripoli delle milizie ribelli vicine al generale Khalifa Haftar, persegue il proprio interesse personale, cioè mettere le mani sul petrolio libico. Anche a costo di andare contro, come in questo caso, a quelli della coalizione di cui fa parte. “Un atteggiamento più spregiudicato che l’Italia – sottolinea Margelletti -, invece, non ha mai avuto”. E come nel 2011 con la caduta di Muhammar Gheddafi, a farne le spese potrebbe essere ancora una volta il nostro Paese.

Ora c’è da chiedersi se sia soltanto la presunta Francia a generare caos in Libia, o anche altri Paesi che non scoprono le loro effettive intenzioni.

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