Libia, la guerra “snobbata” a due passi dalla Sicilia

di Salvo Barbagallo

 

Un doveroso replay: da due giorni su questo giornale abbiamo scritto che le grandi Potenze potrebbero giocare la loro “sfida globale” nelle acque del Mediterraneo, vista la consistente presenza di navi statunitensi, russe, e (addirittura) cinesi, oltre quelle (presenza consueta) della Nato (Turchia in testa, eccetera). L’attenzione dei mass media nazionali (almeno a quanto appare ufficialmente, ma pur sempre “superficialmente) è puntata sulla questione Siria e (meno superficialmente per i risvolti politici) sulla questione migranti. Quanto si sta verificando in Libia, e in particolare a Tripoli, nel contesto generale si è mostrato “sfocato” e “nebbioso” anche se, nella giornata di ieri qualche preoccupazione è emersa a seguito di un colpo di mortaio sparato durante gli scontri fra milizie che si è abbattuto sull’Hotel Al Waddan, un albergo situato a poco più di cento metri dall’ambasciata d’Italia ferendo tre persone. L’edificio dove è situato il Consolato italiano, fortunatamente, non ha subito danni.

L’ambasciata italiana a Tripoli

Come abbiamo già fatto notare nei precedenti articoli, poco rilievo è stato dato alla notizia pubblicata sul quotidiano La Stampa che “La milizia Al-Kani della cittadina di Tarhouna, 50 chilometri a Sud della capitale, ha lanciato un’offensiva verso il centro e il porto di Tripoli. I motivi ufficiali sono sconosciuti ma sembra un tentativo di prendere il controllo di tutta la zona meridionale della capitale. Sui social sono apparse foto di carri armati nelle strade ed edifici in fiamme. I combattimenti più duri, che avrebbero fatto tre morti e undici feriti, sono in corso nei quartieri di Soug al-Jouma, Khallat Furjan, Wadi Rabea e Salahaddine. A difesa della città e del governo di unità nazionale guidato da Fayez al-Serraj sono intervenute altre due milizie, il Battaglione rivoluzionario di Tripoli (Trb) e il 301esimo battaglione. I combattenti fedeli al premier hanno eretto barricate nella zona di Soug al-Jouma e Tajoura e bloccato l’avanzata. I miliziani di Tarhouna si sono adesso posizionati anche nel quartiere di Qasir Benghashir (…). Mentre ieri, il quotidiano Corriere della Sera riportava Nella capitale libica, teatro delle tensioni tra milizie rivali, sono salite a 39 le persone che da lunedì scorso hanno perso la vita, oltre a un centinaio rimaste ferite, in gran parte civili. Gli scontri si erano fermati giovedì grazie all’accordo di cessate il fuoco, ma sono poi ripresi nella notte. E ieri il ministro dell’Interno del governo di accordo nazionale libico, Abdulsalam Ashour, dichiarava alla tv Libya’s Channel che gli scontri erano cessati. Salvo essere smentito poche ore dopo.
La 7a Brigata di Tarhuna, la formazione ribelle protagonista degli scontri degli ultimi giorni a Tripoli, ha respinto il cessate il fuoco e ha promesso di continuare i combattimenti «fino a che non ripulirà Tripoli dalle milizie», accusate di corruzione. Lo riferisce il sito Libya’s Observer fornendo dettagli sul terzo cessate il fuoco che sarebbe stato concordato ieri ma violato da vari colpi di mortaio e lancio di razzi oggi (…).

Dunque, Tripoli brucia e a farne le spese sono anche i migranti ammassati nei campi in attesa di potersi imbarcare su qualche naviglio che li porti lontano dalla guerra, verso l’Europa. Un’Europa che nega l’accoglienza e non sembra interessarsi a ciò che sta avvenendo in terra libica, dove la guerra si sta sviluppando contro un Governo voluto dall’ONU e appoggiato dall’Italia (economicamente e con supporto militare), ma non gradito agli stessi libici.

Cosa si sta giocando da un capo all’altro nelle acque del Mediterraneo? La Flotta russa ieri (primo giorno di settembre) è presente in forze nel Mediterraneo per un’imponente esercitazione aeronavale, con uno schieramento di 25 navi da guerra e battelli di supporto guidati dall’incrociatore missilistico Maresciallo Ustinov e 30 jet, tra cui i bombardieri strategici missilistici Tu 160, gli aerei antisommergibili Tu 142 Mk e II 38, i caccia Su 33 e Su 30Sm dell’aviazione Marina.

Ancora più imponente la presenza statunitense che conta già in permanenza stabile nel Mediterraneo la VI Flotta, ed è noto che dal giugno scorso a fianco della Uss Harry Truman è stata schierata la Uss Dwight Eisenhower: un’unità varata nel 1996 in grado di trasportare novanta velivoli fra aerei ed elicotteri la portaerei Usa Harry S. Truman, era salpata dalla più grande base navale del mondo a Norfolk, in Virginia, ed era entrata nel maggio scorso Mediterraneo con il suo gruppo d’attacco, composto dall’incrociatore lanciamissili Normandy e dai cacciatorpediniere lanciamissili Arleigh Burke, Bulkeley, Forrest Sherman e Farragut, più tra poco altri due, il Jason Dunham e The Sullivans. La Truman – superportaerei lunga oltre 300 metri, dotata di due reattori nucleari – può lanciare all’attacco, a ondate successive, 90 fra caccia ed elicotteri. Il suo gruppo d’attacco, integrato da 4 cacciatorpedinieri già nel Mediterraneo e da alcuni sottomarini, può lanciare oltre 1.000 missili da crociera. Inoltre due giorni addietro è entrato nel Mediterraneo pure il sottomarino statunitense a propulsione nucleare Newport News del modello “Los Angeles”, armato con i missili da crociera “Tomahawk”. L’intensa attività del “naviglio” statunitense, nei movimenti e nelle comunicazioni, vengono coordinate attraverso l’impianto satellitare del MUOS di Niscemi.

Orbene, l’attuale Governo italiano (come d’altra parte i Governi che lo hanno preceduto) appare piuttosto “insensibile” a quanto accade nell’area del Mediterraneo. Certo a Tripoli, dopo le “visite” di Matteo Salvini ed Enzo Moavero Milanesi, si è recata anche la ministra della Difesa Elisabetta Trenta, ma ancora la guerriglia contro Fayez al Serral non si era scatenata e sul tappeto non c’erano tematiche di “sicurezza”. Ed ora?

La Sicilia dista dalla Libia poco più di 400 chilometri: con un jet militare più o meno di dieci minuti di volo… Cos’altro  aggiungere?

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