Commemorazioni stragi. Primeggiano ambiguità e ipocrisia

di Salvo Barbagallo

 

Ogni giorno in una qualche parte d’Italia si tiene una commemorazione. Si commemorano vittime: vittime della mafia, vittime del terrorismo (nella maggior parte solo quello etichettato con il marchio infame del “nero”). Purtroppo negli anni precedenti (recenti e lontani, sin dal dopoguerra) non c’è giorno in cui nel nostro Paese, da un capo all’altro del territorio, non sia accaduto qualcosa di grave che ha scosso le collettività: dalla strage di Portella della Ginestra (ancor prima con gli omicidi di Canepa, Rosano e Lo Giudice) alle stragi degli Anni di Piombo, a quella di Ustica (l’elenco è lungo) è stato un susseguirsi di atti criminali che hanno provocato un alto costo di vite umane. In ordine di tempo l’ultima commemorazione è quella rivolta alla strage di Bologna, avvenuta il 2 agosto di trentotto anni addietro nella quale vennero dilaniate mortalmente ottantacinque persone e ferite oltre duecento. È giusto non dimenticare: la memoria non deve essere dispersa, non deve essere cancellato il ricordo del dolore.

Chi si aspetta risposte consolatorie dovrebbe chiedersi  perché ancora oggi – Anno Domini 2018 – gli autori di molte di quelle stragi sono rimasti ignoti, dovrebbe chiedersi perché non si conoscono i nomi degli “stragisti” e dei loro mandanti, mentre ancora ci si accontenta dei termini “mistero insoluto”, “disegni occulti”, mentre i politici/governanti di turno (di qualsiasi colore essi siano) ricalcano negli anni (come fotocopie) frasi come “C’è un obbligo morale prima ancora che politico che ci guida”, o “ancora restano zone d’ombra da illuminare”, o che deve essere “incessante la ricerca della verità che non si fermerà davanti alle opacità rimaste”.

Certo è valido e concreto l’interrogativo, “cos’altro si potrebbe dire dal momento che le verità continuano a rimanere nascoste?”.

Purtroppo, nei più, memoria e rammarico si risvegliano soltanto nel momento di una commemorazione, durano il fiato di un titolo sui giornali che suscita poco interesse in quanto sui mass media altro tipo di notizia si cerca. Diceva bene Valter Vecellio a proposito di altre stragi: “Che fine ha fatto il terrorismo dell’Isis? Continua a far morti, ma sui giornali e nelle televisioni se ne parla e se ne scrive sempre meno. Fa più “notizia” un incidente d’automobile…”).

In realtà quel che provoca un rigetto spontaneo è il sentirsi ripetere da anni sempre le stesse considerazioni, quasi che il primato lo debba necessariamente avere e mantenere l’ambiguità e l’ipocrisia… A chi tocca sollevare i veli dei “misteri” se non a quei politici/governanti che da sempre hanno avuto (e hanno) gli strumenti per farlo, e invece si limitano ad affermare che la ricerca della verità è un “dovere”, mentre la verità continua a rimanere sepolta?

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