Il potere “centrale” in Sicilia parte da lontano

di Salvo Barbagallo

 

Il “Caso Montante” mettendo in luce aspetti che ora vengono definiti “inquietanti”, sta facendo discutere e contemporaneamente sta facendo allarmare larghi settori della cosiddetta società civile. Occorrono le incessanti operazioni chirurgiche degli investigatori e della magistratura per scoprire (o “ratificare”?) il sistema (o i “vari” sistemi?) che ha retto (e regge?) il potere in Sicilia, che dalla Sicilia poi si diparte per approdare al di là dello Stretto di Messina fino alla Capitale e oltre. Operazioni non certo indolori che, magari, costituiscono, nella pratica, solo la punta di un iceberg e quel che rimane sommerso può andare ben oltre. Ma è già tanto, al momento, e potrebbe costituire una forte base per potere comprendere sempre meglio ciò che è (ed è stato e, forse, sarà) il vero “potere” della Sicilia nel contesto nazionale e internazionale. Sicilia non intesa esclusivamente come “territorio”, ma che nel “territorio” ha trovato (trova, e probabilmente troverà) le ragioni più o meno occulte della forza di imporre linee politiche (e non solo) strategiche che tornano utili nei livelli più disparati e nelle situazioni più delicate della vita dell’intero Paese.

Gli analisti potrebbero sbizzarrirsi sulle teorie complottistiche, ma c’è subito da rilevare che basterebbero i fatti che hanno caratterizzato la storia della Sicilia dagli anni Quaranta ad oggi per dimostrare che le teorie sono una cosa e la realtà un’altra. E la realtà và al di là delle “teorie”.

Poche settimane addietro si è concluso il processo sulla trattativa Stato-mafia che, alla fine, ha lasciato “buchi neri” nel suo percorso e complessivi punti interrogativi.

Pochi giorni addietro è stato “festeggiato” (?) l’anniversario della “concessione” dell’Autonomia Speciale alla Sicilia, e l’attuale Presidente della Regione, Nello Musumeci, ha dichiarato Lo Statuto doveva essere una “prerogativa” per tutti e, invece, è stato un “privilegio” per pochi. Il cinico e famelico centralismo romano ha fatto il resto, con norme statutarie inapplicate e sacrosanti diritti negati, spesso con la complicità di chi, eletto in Sicilia, avrebbe dovuto difenderla anziché svenderla nei palazzi di Roma.

Una semplice “constatazione formale” che, a distanza di decenni non muta (e non muterà) lo stato delle cose, dimenticando che la “concessione” dello Statuto Speciale fu solamente un compromesso, un “patto” per eludere radicalmente la spinta indipendentista che, come “patto concesso”, non doveva essere applicato nella pratica. E così è stato.

Da quella “concessione” pattuita (da chi e fra chi?) sono nati i “poteri” di pochi che, nel tempo, sono stati tramandati e che hanno sviluppato i variegati e trasversali sistemi di “comando”. Quanto detto è solo “teoria”? Se così fosse, sarebbe sufficiente dimostrare il contrario.

Quante “spiegazioni” alla collettività Siciliana dovrebbero dare i molti ministri Siciliani che si sono succeduti a Roma, e quante “spiegazioni” dovrebbero fornire personaggi illustri che hanno ricoperto ruoli di grande responsabilità sul piano nazionale e internazionale? Tante spiegazioni dovrebbero dare, ma così non è stato e così non sarà: chi ha avuto “potere” e chi ha ancora non darà mai spiegazioni, ma userà il potere a uso e consumo personale o della “classe” che rappresenta.

Il “Caso Montante”? Può considerarsi la punta dell’iceberg, oppure tante altre cose che non devono essere scoperte: il “sistema”, i “sistemi” di potere che in Sicilia nascono e dalla Sicilia vanno altrove. si autodifendono nelle trasversalità dei livelli. Gli “interessi” (economici, politici, militari) sono troppo alti, ma nei vari livelli ci sono anche quelli di basso profilo, “pericolosi” perché potrebbero compromettere (questo sì, soltanto in teoria) le sfere intoccabili.

Parte da lontano, il “potere” in Sicilia, e la faccia che presenta appare sempre “pulita”.

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