Se Tornassero i Borbone e il Regno delle Due Sicilie?

di Salvo Barbagallo

 

Il ripasso di un po’ di storia, almeno quella considerata “ufficiale” torna sempre utile quando si raffronta con la realtà attuale, quella che gli Italiani e i Siciliani stanno vivendo. Ci affidiamo a Wikipedia, l’enciclopedia libera, per “riesumare” il discorso sul Regno delle Due Sicilie, stralciando, per una questione di sintesi che, ovviamente, i nostri lettori possono ampliare, proprio dalle pagine di Wikipedia i “passaggi” più salienti di un lungo periodo storico che, chissà, potrebbe tornare d’attualità: di corsi e i ricorsi il nostro Paese ne ha avuti tanti, e dire “mai” può non essere salutare.

Da Wikipedia:

Regno delle Due Sicilie

Il Regno delle Due Sicilie fu uno Stato sovrano dell’Europa meridionale esistito tra il dicembre 1816 e il febbraio 1861, ovvero dalla Restaurazione all’Unità d’Italia.

Prima della Rivoluzione francese del 1789 e delle successive campagne napoleoniche, la dinastia dei Borbone regnava negli stessi territori, ma questi risultavano divisi nel Regno di Napoli e nel Regno di Sicilia (ad eccezione dell’isola di Malta che il regno di Sicilia concesse nel 1531 come feudo perenne al Sovrano Militare Ordine di Malta).

Un anno dopo il congresso di Vienna e con il Trattato di Casalanza, il sovrano Borbone che prima d’allora assumeva in sé la corona napoletana (al di qua del Faro) come Ferdinando IV, e quella siciliana (al di là del Faro) come Ferdinando III, riunì in un’unica entità statuale il Regno di Napoli e il Regno di Sicilia, attraverso la Legge fondamentale del Regno delle Due Sicilie dell’8 dicembre 1816, a quasi 400 anni dalla prima proclamazione del Regno Utriusque Siciliae da parte di Alfonso il Magnanimo. Inizialmente la capitale era Palermo (secolare sede del Parlamento Siciliano), ma già l’anno successivo (1817) fu spostata a Napoli. Palermo continuò ad essere considerata “città capitale” dell’isola di Sicilia.

Re Carlo di Borbone

Ebbe fine con la firma dell’armistizio e la resa di Francesco II il 17 febbraio 1861 e con la proclamazione del Regno d’Italia il 17 marzo dello stesso anno.

Il Regno di Sicilia, nato nel 1130, iniziò ad essere indicato come Regno di Sicilia al di là del faro (o ulteriore) e Regno di Sicilia al di qua del faro (o citeriore), in riferimento al faro di Messina e quindi all’omonimo stretto, nel 1268 quando Carlo I d’Angiò incoronato da papa Clemente IV rex Siciliae, trasferì la capitale a Napoli e la nobiltà siciliana rivendicò per sé tale titolo, appoggiando le istanze di Pietro III di Aragona e dando così inizio alla guerra del Vespro. La pace di Caltabellotta, nel 1302, sancì la fine della guerra e diede la suddetta separazione (secondo gli accordi, alla morte del re aragonese Federico d’Aragona, l’isola sarebbe dovuta tornare agli Angioini, cosa che in realtà non avvenne).

La prima menzione ufficiale del toponimo “Due Sicilie” si ebbe quando Alfonso V d’Aragona nel 1442 unificò il Regno di Sicilia ed il Regno di Napoli sotto la corona di Rex Utriusque Siciliae. Dopo la breve parentesi aragonese i due regni tornarono ad essere del tutto indipendenti, uno con capitale Napoli, l’altro con capitale Palermo.

(…)

Sino al Congresso di Vienna il Regno di Sicilia, rappresentato dal Parlamento siciliano, aveva mantenuto una propria formale indipendenza, nonostante l’unione personale (ovvero unico re per due regni) con il Regno di Napoli. L’atto di unificazione venne visto dalla classe politica e nobiliare siciliana come un affronto verso quello che ininterrottamente, e da circa 600 anni, era stato un regno indipendente a tutti gli effetti. Quasi immediatamente ebbe inizio una campagna anti-borbonica, accompagnata da una propaganda dell’identità siciliana, soprattutto per azione delle élite aristocratiche di Palermo. Anche la capitale del nuovo regno fu spostata a Napoli, mentre il principe Francesco diventava Luogotenente generale di Sicilia. Come privilegi furono mantenuti per i siciliani il porto franco a Messina, l’esclusione dalla leva militare, la non applicazione dalle tasse sul sale e la libera coltivazione del tabacco.

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I francesi erano già entrati in Italia nel 1796 con Napoleone Bonaparte, che era riuscito facilmente ad aver ragione delle armate austriache e dei deboli governi locali. Il 22 dicembre 1798 il re abbandonò il Regno di Napoli per rifugiarsi a Palermo (dove rimase fino al 1802),

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Dopo la vittoria di Austerlitz del 2 dicembre 1805, Napoleone occupò nuovamente con le sue truppe il reame di Napoli, dichiarando decaduta la dinastia borbonica e nominando suo fratello Giuseppe Bonaparte re di Napoli. A Giuseppe Bonaparte, nel 1808 destinato a regnare sulla Spagna (per un gioco del caso al posto del fratello di Ferdinando, Carlo IV), successe Gioacchino Murat. Murat regnò sino al maggio 1815, riprendendo per sé il titolo di Re delle Due Sicilie, cancellando l’autorità amministrativa del Regno di Sicilia, che non aveva potuto conquistare, e accentrando il potere in un unico Stato con capitale Napoli.

(…)

Ferdinando, rifugiatosi per la seconda volta a Palermo nel 1806 a causa dell’invasione francese, trovò un’atmosfera tutt’altro che festosa, non volendo il popolo siciliano sottostare al suo predominio. Dovette ben presto fare i conti con la politica britannica, volta a trasformare l’isola in un protettorato (come nel frattempo già avvenuto con Malta). Il re, nel 1810, riunì il Parlamento siciliano, domandando personalmente aiuti adeguati per la salvaguardia del regno minacciato dai francesi, ma la rivolta esplose nell’isola. Lord William Bentinck, comandante delle truppe britanniche in Sicilia, impose a Ferdinando di promulgare la Costituzione siciliana del 1812, mentre il figlio Francesco venne nominato reggente, il 16 gennaio 1812, e un nuovo governo fu insediato con i notabili siciliani. Solo nel 1815 poterono tornare a Napoli.

 

(…eccetera…)

 

… Ma chi la conosce la storia d’Italia? Forse non è utile “ricordare” la storia, con i tempi che corrono; forse non è utile riconoscere come è nata l’Unità d’Italia, le vere ragioni che hanno portato all’Unità del Paese, oppure cosa ha rappresentato il Sud e, soprattutto, cosa può o potrebbe rappresentare. I Borboni? Noi li stiamo “ricordando” non certo per quello che hanno lasciato (la rete viaria ancora oggi utilizzata in Sicilia, per esempio), ma perché gli eredi di quel Regno sono (ri)apparsi alla ribalta, grazie a un reportage/intervista a firma di Stefano Vaccara pubblicato giorni addietro sul quotidiano online “La Voce di New York”.

Stefano Vaccara parla a lungo con il principe Carlo e la principessa Camilla di Borbone,  principi eredi della famiglia dei Borbone che regnava a Napoli quando era la capitale del Regno delle Due Sicilie.

Di questo colloquio prendiamo qualche stralcio, ma l’intervista è tutta da leggere e la lettura la consigliamo a quanti ci seguono sul nostro giornale.

Principe Carlo: … Io penso che l’Italia sia proprio un gran bel Paese. Per la sua complessità, la sua storia, le civiltà che sono passate. Certo, c’è la questione che si è creata dopo l’unità, tra il Nord e il Sud, come se il Meridione fosse un peso per tutta l’Italia. Ma senza pensare troppo al passato, non si deve dimenticare che all’epoca c’era un equilibrio molto più importante tra Nord e Sud. Poi tutte le ricchezze del Meridione furono portate al nord. Quindi questo fenomeno italiano attuale senza parlare di politica ma del bisogno del Mezzogiorno non nasce l’altro ieri ma quando nasce l’unità d’Italia. Purtroppo ora questo grava molto su tutto il resto d’Italia. Finché non si ridà una certa dignità, una certa identità… Finché non avviene questo, il Sud d’Italia rimarrà un problema per il resto d’Italia. Bisogna ridare i mezzi e aiutare il Sud, dove c’è senz’altro la capacità, la voglia ma non ci sono i mezzi. Purtroppo oggi non c’è, da parte di chi deve prendere certe decisioni, come dire…”.”

Principessa Camilla: “… come dire che non c’è la volontà della politica, da parte di chi dovrebbe provvedere…

Principe Carlo: “…“L’Italia è fatta dagli italiani, dalla diversità e dalla ricchezza delle loro tradizioni, dei loro valori, della loro storia, dei loro successi. Un giudizio su quello che è oggi l’Italia non può prescindere da un’analisi che abbia il respiro di quella storia. Molte sono le vicissitudini che gli italiani hanno affrontato e, sempre, superato in virtù delle loro qualità intellettuali e morali. Le difficoltà di oggi sono sotto gli occhi di tutti, e spiegano in parte il risultato del voto. Non posso esprimere un giudizio politico o di parte, per la responsabilità che ho di appartenere a una Casa Reale che si considera depositaria dei valori e delle aspettative di tutti. Posso soltanto ribadire la mia totale fiducia nelle qualità e nella forza del nostro popolo, nella sua capacità di trasformare quelle difficoltà in opportunità e nuovi successi. Nel nostro piccolo, e per quanto attiene alle nostre possibilità, noi siamo impegnati a sostenere chi ha bisogno, a investire nella salute e nella educazione, con la fiducia che si possa lavorare insieme per preparare e costruire, come meritiamo, tempi migliori …”.

Le parole degli eredi degli antichi Borbone con la loro visione dell’Italia di oggi, a nostro avviso qualche riflessione in più riteniamo che la meritano.

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