Terrorismo jihadista: è KO, o in riorganizzazione?

di Salvo Barbagallo

 

Da giorni, da settimane i mass medi nazionali imperversano martellando solo su due argomenti principali: il grande caldo (frazionato, che colpisce il centro sud) e la querelle sui migranti, sulle navi che li salvano (?) per scaricarli poi (sempre, o quasi sempre) in Sicilia. Gli “allarmi” sul terrorismo jihadista si sono allontanati con le sconfitte del Califfato nero ha subito e subisce nei territori dell’altra sponda del Mediterraneo. Di certo gli apparati internazionali preposti alla sicurezza non hanno abbassato la guardia, dopo la serie di attentati e stragi jihadiste in diversi Paesi dell’Europa, di certo, però, che nel periodo delle vacanze estive l’attenzione e le preoccupazioni, se non “annullate”, si sono fortemente allontanate. E ciò anche perché per i mass media, come detto, le tematiche da seguire sono altre.

È un bene? Non sapremmo rispondere all’interrogativo, anche perché dovrebbero essere gli analisti e gli esperti nella sicurezza a dare indicazioni, quantomeno “orientative”, su possibili pericoli, su possibili recrudescenze di atti criminali a danno delle inermi collettività.

Giorni addietro (6 agosto) Giordano Stabile sul quotidiano La Stampa ha scritto: È troppo presto per considerare l’Isis fuori dai giochi in Libia. La sconfitta a Sirte dello scorso novembre, quando lo Stato islamico è stato cancellato nella sua capitale libica dopo sei mesi di battaglia, ha bloccato le ambizioni di costruire un nuovo califfato nell’Africa del Nord ma i jihadisti sono riusciti a sopravvivere, a riorganizzarsi nelle zone desertiche e a inserirsi nella guerra fra il generale Khalifa Haftar e i gruppi rivali, islamisti e no, pronti a un altro colpo di mano se la lotta dovesse esaurire le forze dei contendenti. L’allarme viene lanciato dal campo di Haftar e dai suoi alleati egiziani, ma è confermato anche da analisti occidentali. Degli almeno 4 mila combattenti a disposizione dei seguaci del califfo Abu Bakr al-Baghdadi a metà del 2016, soltanto duemila sono rimasti a combattere a Sirte, oltre 1500 sono stati uccisi, secondo i dati forniti dalla milizie di Misurata, un centinaio fatti prigionieri (…).

In precedenza (il 22 di luglio) l’Interpol aveva lanciato un allarme, riportato dalle agenzie di Stampa, da quotidiani nazionali (fra i quali Il Corriere della Sera) e stranieri (il Guardian), informando su una lista di 173 militanti dell’Isis che sarebbero stati addestrati per organizzare attacchi suicida in Europa per vendicarsi delle sconfitte militari del gruppo in Medio Oriente. Il Corriere della Sera sottolineava: Una vendetta «postuma» per le pesanti sconfitte inflitte dalla Coalizione anti Califfato tra Siria e Iraq: sarebbe questo l’obiettivo della presunta «brigata suicida» di combattenti per la jihad che lo Stato islamico avrebbe addestrato e spedito in Occidente (…).

Ancora in precedenza (25 giugno) Marta Serafini su l’Analisi de Il Corriere della Sera aveva evidenziato: L’Italia è stata solo fortunata? O ci sono altri fattori che ci hanno messo al sicuro fin qui da attentati e attacchi? A chiederselo sul Guardian sono Stephanie Kirchgaessner e Lorenzo Tondo che partono dalla storia di Youssef Zaghba, l’italo marocchino accusato di essere uno dei tre terroristi dell’attacco al London Bridge.  Secondo Francesca Galli, esperta di anti terrorismo della Maastricht University, a metterci al riparo è stata l’assenza in Italia di una forte presenza di immigrati di seconda generazione a rischio radicalizzazione, un elemento che avrebbe permesso all’intelligence un monitoraggio dei soggetti a rischio più facile. Questo non significa che in Italia non esista il terrorismo, sottolinea giustamente l’articolo. Il caso di Anis Amri, il tunisino che è partito dai dintorni di Milano per poi colpire il mercatino di Natale a Berlino, ne è un esempio. Il Guardian riporta anche la teoria, parecchio diffusa, che l’Italia si sia salvata grazie all’esperienza maturata da servizi e forze dell’ordine nel campo della lotta alla mafia e al terrorismo. Ma è un’affermazione che non è sostenuta da dati o da elementi certi. Secondo Arturo Varvelli, ricercatore dell’Ispi, la mancanza di una seconda e terza generazione a rischio radicalizzazione, rende più facile l’espulsione dei soggetti considerati pericolosi perché privi di cittadinanza.

Dunque, non è che tutta la stampa/mass media non affronta l’argomento “terrorismo”. L’osservazione (non dite chi sia “superficiale”…) è che gli interrogativi sorgono spontanei quando il lettore/cittadino viene sommerso e martellato quotidianamente da alcune tematiche che (inevitabilmente) sommergono le altre problematiche che appaiono con meno “puntualità” in primo piano, quasi che fossero da sottovalutare o non attenzionare.

A conclusione di queste “estive” e “vacanziere” riflessioni, per noi appare doveroso porsi interrogativi: “Ma che fine ha fatto l’Isis” “Il pericolo attentati jihadisti è ormai scongiurato?”…. E tutto ciò considerando sempre che la regione d’Italia più esposta e “abbordabile” (migranti insegnano!) è la Sicilia…

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