Eredi di chi?

di Guido Di Stefano

 

Gli accadimenti degli ultimi cento anni e in particolare di questo inizio di terzo millennio ci obbligano ad affrontare un tormentoso interrogativo: i politici d’occidente di chi sono gli eredi spirituali? e i loro sostenitori?

Poi restringiamo  l’intervallo spazio-temporale e ci chiediamo se nell’occidente in particolare  aleggi ancora lo spirito della “gens Iulia” e delle legioni romane VII-VIII-IX-X, rese famose e gloriose proprio da un “Iulius”.

Nella Roma pre-imperiale imperavano alla grande i vetero-conservatori   esponenti dell’aristo-plutocrazia della mummificata e logorroica democrazia di Roma. Se i senatori potevano (magari non tutti) singolarmente essere “boni viri” il senato nel suo insieme era proprio “mala bestia”. La difesa di “toga e scranno” era prioritaria, per cui tutto andava bene: brogli elettorali, congiure, omicidi, guerre civili.

Così racconta la storia. Sorsero eroi “popolari” contro le cariatidi senatoriali, che subito trovarono nel loro “ambiente” gli strenui difensori della “res publica” (o meglio della casta).

Ci limitiamo a citare velocemente: la morte dei Gracchi; la guerra civile che vide soccombente Mario (il giovane) rappresentante dei popolari (populares) contro Lucio Cornelio Silla (Lucius Cornelius Sulla) per la casta senatoriale degli ottimati (optimates); Lucio Sergio Catilina (in simpatia del popolo, cui il senato contrappose Marco Tullio Cicerone, teoricamente “homo novus” ma praticamente ultraconservatore, abile oratore e “fabbricante” di prove di colpevolezza “anonime e non provate” (modello governi e mainstream occidentali) e sospettato di brogli elettorali (poverino spostò senza preavviso di un solo giorno “il solo giorno utile” alle votazioni) e, in certo senso, fu “istigatore” della successiva guerra civile.

In questo ambiente nacque e crebbe l’intelletto del grande rampollo della “gens Iulia”, quel Caio Giulio Cesare  che “diede” ai pirati Illiri un riscatto ben superiore di quello richiesto (perché fosse degno della sua persona) e che li “castigò” per sempre una volta tornato in libertà, mantenendo una “promessa”  con cui li aveva minacciati mentre era in prigionia. Quel Caio Giulio Cesare che giovane “militare” ebbe a dire “meglio il primo in un villaggio che il secondo a Roma” ma non in senso limitativo e rinunciatario  ma per annunciare al mondo la sua voglia di libertà decisionale e (senza incorrere nelle ire degli incrostati senatori) comunicare al mondo (per dirla con il Manzoni) “l’ansia d’un cor  che indocile / serve, pensando al regno”. Quel Caio Giulio Cesare di una “gens” patrizia ma non troppo, alleata di Mario e pertanto invisa a Silla e tutti gli inamovibili poltronisti aristo-plutocrati.

E a Silla succedette, nelle grazie del senato, Gneo Pompeo Magno  di famiglia miliardaria per i tempi, eroico  condottiero votato però a una causa “ormai sbagliata”. Eppure in un primo tempo era stato “alleato di Cesare insieme a  Marco  Licinio Crasso.

Trionfò  Caius  Iulius  Caesar con l’appoggio delle sue invitte (più che invincibili) legioni. E il vincitore perdonò magnanimamente i suoi acerrimi e imploranti nemici: gli ultraconservatori Cicerone e i suoi fossilizzati colleghi.

Iniziò con le sue riforme tra cui (come la “scienza”, ignorata dai “con”, obbligava) l’allineamento del calendario con il corso del sole: una vera rivoluzione che fu poi perfezionata da papa Gregorio XIII dopo oltre sedici secoli  nel 1582.

Mal gliene incorse però per la sua magnanimità: gli fu servita una mendace e subdola congiura  di inaudita ferocia  nelle idi di marzo del 44 a.C., con crande giubilo dei vetero-conserva tori che avevano operato con linguaggio politicamente corretto istigando i congiurati in nome di superiori interessi (consistenti poi nella difesa degli abusati e logori scranni).

Morì Giulio ma breve fu il giubilo degli esecutori e dei mandanti: Ottaviano Augusto, Marco Antonio e Marco Emilio Lepido li spazzarono tutti ripagandoli con la stessa tecnica di un nuovo linguaggio politicamente corretto e quindi senza farsi eccessivi scrupoli sulla liceità delle loro azioni.

Ritorniamo al presente. Sembra proprio che sull’occidente in genere e sulla porzione nord in particolare rivivano e prevalgano gli spiriti di Silla, Pompeo, Cicerone, i cristallizzati senatori di Roma e tutti i servi felici di essere “secondo, terzi, … a Roma”; a Oriente e nel Meridione sembra che abbiano cercato e cerchino di opporsi agli “optimates” (visibili e/o invisibili) i vari “Gracchi, Mario, Cesare, Ottaviano, Antonio, Lepido” uomini tra gli uomini con i loro pregi e i loro difetti, seguiti da uomini liberi anelanti al primato, anche se ristretto, contro un apparire schiavo.

Anche in occidente  tenta di emergere qualche aspirante primo, fuori dagli schemi del politicamente corretto (avvolto nelle nebbie dell’ipocrisia): ma oltre a dover sopportare attacchi basati spesso sulla futilità o inconsistenza della accuse devono anche guardarsi da frange di esaltati motivati dalla ambiguità e perfidia di certi detti e atteggiamenti politicamente corretti.

Le riforme più recenti sono per lo più lessicali: si annebbiano le menti imponendo di credere che la soluzione è nelle parole. Vi riportiamo due perle della  mittel-nord Europa: “criminali” sono genericamente appartenenti alle  genti del sud; i popoli meridionali  europei sperperano gli Euro in donne e alcool! Forse dovrebbero ritagliarsi “una fetta” nel commercio delle armi?

Ma perché ci rompono i timpani con le loro ciarle tutti questi novelli “Cicerone” abili a manipolare parole e menti? Ci lascino indipendenti e liberi di seguire strade diverse dalle loro! Soprattutto ci permettano di essere i primi nel nostro piccolo mondo senza sottostare ai capricci delle loro divinità “optimates” ovvero i culti dell’oro (giallo, nero, verde o multicolore) e del potere immeritato e fine a se stesso.

Hanno già ucciso i Gracchi e Mario: restano Caius Iulius Caesar, Ottaviano Augusto, Antonio, Lepido e gli altri che hanno trascinato i popoli verso il futuro.

Ricordiamo che con Ottaviano (erede di Caesar) si potè scrivere “toto orbe in pace composito” mentre con i “cristallizzati” al potere si scrisse: “mentre a Roma si discute, Sagunto viene espugnata”.

“C’è un tempo per ogni cosa”!  Solo le cariatidi, le mummie, gli ingiusti e le loro corti non lo capiscono.

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