Meglio o peggio di 70 anni fa?

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lapide_copiaDi Salvo Barbagallo

“Una mattina mi son svegliato,
o bella, ciao! bella, ciao! bella, ciao, ciao, ciao!
Una mattina mi son svegliato

e ho trovato l’invasor…”

 

Meglio o peggio di 70 anni fa? Quando l’anonimo autore di “Bella ciao…” scrisse l’indimenticabile canzone si riferiva quasi sicuramente ai tedeschi che occupavano il patrio suol d’Italia. Quegli stessi tedeschi che, fino all’8 settembre del 1943, venivano considerati “alleati” dell’Italia ma, con le mutate condizioni politiche (nazionali e internazionali) diventati nemici da cacciare via. I nazi-tedeschi rimasero alleati dei fascisti, e quindi l’inevitabile lotta per spazzare via i nazifascisti e le dittature che rappresentavano. I nazifascisti (è storia) vennero sconfitti, in Italia il loro capo (1945) venne appeso a testa in giù legato per i piedi a un pennone di un distributore di benzina a piazzale Loreto a Milano. Anni dopo (e fino ad oggi) l’esperienza negativa dell’occupazione armata del nostro territorio da parte dei tedeschi si è ripetuta con i nuovi “alleati”, gli Stati Uniti d’America con la concessione di pezzi d’Italia dove possono operare in piena autonomia all’interno delle “loro” installazioni belliche. E se da Vicenza a Niscemi, qualcuno oggi (o domani) si “svegliasse” e “trovasse” (o scoprisse) un nuovo  “invasor” fino ad ora ritenuto “alleato” ma che, magari, non lo è tanto? La storia dovrebbe insegnare qualcosa ma, alla fine, non insegna nulla.

CASTNoi crediamo fermamente nei valori della Resistenza: in Sicilia ce ne attribuiamo l’origine in tempi non sospetti. Quel che è accaduto in Sicilia, nonostante siano trascorsi 70 anni, non viene riconosciuto come “Resistenza” perché alla Resistenza è stata data la data d’inizio, l’8 settembre, e prima di quella data è come se non contasse nulla. Che non contassero nulla (o poco) neppure le stragi naziste.

A settant’anni dalla fine del secondo conflitto mondiale chi ha interesse a guardare indietro nel tempo? Nessuno, forse pochi ai quali potrebbe essere affibbiata l’etichetta di “nostalgici”. Ma di nostalgico non c’è proprio nulla, di verità nascoste tante, verità che nascoste rimarranno perché sicuramente scomode nonostante gli anni siano volati e nonostante che la maggior parte dei protagonisti d’allora siano passati a miglior vita

CASTA1Ogni anno, nei mesi di luglio e agosto, in diversi paesi della Sicilia Orientale, in provincia di Catania, si commemorano le vittime delle prime stragi naziste in territorio nazionale nel corso dell’ultimo conflitto mondiale. Civili che persero la vita perché si erano rivoltati contro le truppe tedesche che si ritiravano verso il Continente dopo l’invasione dell’isola degli eserciti anglo-americani. Queste uccisioni vengono ricordate con lapidi affisse ai muri e anche nel corso di cerimonie locali, nei Consigli comunali, come è avvenuto recentemente a Mascalucia su iniziativa della sezione locale dell’ANPI che, da tempo, chiede che la Presidenza della Repubblica riconosca quanto accaduto in questo paese il 25 luglio del 1943 come il primo atto in Italia della Resistenza al nazifascismo. Qualcuno ha sottolineato che più di un “riconoscimento” vale la memoria di quei giorni e che il ricordo resti vivo. E’ così, perché a nostro avviso nulla potrà cambiare la storiografia consolidata per la quale il primo episodio di insurrezione popolare avvenuto nel corso della seconda guerra mondiale è quello delle Quattro giornate di Napoli, 27-30 settembre 1943, quando i civili, con l’apporto di militari fedeli al Regno del Sud, riuscirono a liberare la città partenopea dall’occupazione delle forze armate tedesche. C’è da chiedersi, poi, a cosa valgono i “riconoscimenti” quando volutamente si ignorano gli avvenimenti verificatisi in Sicilia in quegli anni tumultuosi che precedettero la fine del conflitto mondiale e, in seguito, la stessa nascita della Repubblica Italiana.

Vogliamo riprendere quanto scritto giorni addietro su questo giornale perché riteniamo che sia superfluo aggiungere altro:

CAST2Fra pochi giorni si celebra la Festa del “25 Aprile”, Anniversario della Liberazione d’Italia che, come celebrano libri e memorie storiche “È un giorno fondamentale che assume un particolare significato politico e militare, in quanto simbolo della vittoriosa lotta di resistenza militare e politica attuata dalle forze partigiane durante la seconda guerra mondiale a partire dall’8 settembre 1943 contro il governo fascista della Repubblica Sociale Italiana e l’occupazione nazista”. Una Festa istituita nel 1946 su proposta del Presidente del Consiglio Alcide De Gasperi e del Principe Umberto, allora Luogotenente del Regno d’Italia, con il decreto legislativo luogotenenziale n. 185 del 22 aprile.

In quel fatidico giorno di settanta anni addietro non c’erano Laura Boldrini, o Matteo Renzi: non erano ancora nati. Loro non costituiscono “memoria storica”, né possono considerarsi eredi di una lotta di liberazione dal dominio nazifascista soltanto perché oggi appartengono a un partito che si richiama alla Sinistra. Una “Sinistra”, fra l’altro, che non c’è più e che da tanto tempo ha dimenticato i Togliatti o i Berlinguer. Ma la Resistenza non fu soltanto di colore “rosso”, cioè comunista: vi presero parte in tanti, cattolici, liberali, socialisti, meridionali e settentrionali, che avevano un comune obbiettivo, cacciare i tedeschi fuori dal territorio italiano e sconfiggere il fascismo. E quello fu un obbiettivo di tanti italiani e non può avere una data codificata (così come è), perché la lotta armata al nazifascismo non ebbe inizio l’8 settembre, né ebbe inizio con le “quattro giornate di Napoli”, ma prima e in Sicilia, terra militarmente occupata dai tedeschi.

La storia “ufficiale” non riconosce (non vuole “conoscere”) ciò che è avvenuto in Sicilia dall’entrata in guerra dell’Italia: già allora gruppi di siciliani in molte circostanze misero in difficoltà quelli che consideravano il “nemico”, cioè i nazifascisti rappresentati dalle truppe di “occupazione” presenti nei principali gangli dell’isola. Si disconosce la figura di Antonio Canepa, del quale non c’è traccia esauriente negli archivi di Stato, e le azioni che portarono avanti contro le installazioni militari dal 1940 sino allo sbarco angloamericano del luglio del 1943. Si (ri) conosce, però, l’apporto che la stessa mafia dette all’Operazione Husky, facilitando la penetrazione dell’armata del generale Patton. Vogliamo dire che la mafia fece la “resistenza”? Una bestemmia! No, di certo. Vogliamo semplicemente dire che tante cose vengono volutamente ignorate, e non ci sembra giusto. Vengono ignorati gli episodi di resistenza di Pedara e Mascalucia, viene dimenticato che la prima strage nazista in Italia (16 morti accertate) avvenne a Castiglione di Sicilia il 12 agosto del 1943 quando ancora i tedeschi erano alleati dell’Italia e l’armistizio di Cassibile non era stato ancora stipulato. Soltanto il 16 settembre del 2002 venne “riconosciuta” la strage di Castiglione e la cittadina etnea venne insignita di una medaglia al valor civile conferita dal Presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, ma di certo non si parlò di “Resistenza” al nazifascismo. Si dimentica, forse non a caso, che dopo la “liberazione” da parte degli angloamericani, la Sicilia rimase “occupata” dagli americani sino alla fine della guerra. Si dimentica, infine, che migliaia furono i meridionali che militarono nelle formazioni partigiane sulle Alpi e sugli Appennini: soltanto lo storico piemontese Augusto Monti arrivò ad affermare che “le formazioni partigiane che, militarmente organizzate, agirono contro i tedeschi e i loro alleati, sui monti che fan ghirlanda alla pianura del Po  furono almeno per un quaranta per cento costituite di uomini del Sud “.

La memoria che si è voluta cancellare è uno dei motivi più concreti per i quali a tutt’oggi l’Italia resta un Paese “inconciliato”.

Questo scrivevamo giorni addietro, prima della celebrazione di ieri, 25 aprile 2015 Festa della Liberazione, per chiederci (e chiedere) se da quel 25 aprile 1945 le cose in Italia siano migliorate, se gli italiani (o per meglio dire, chi li ha rappresentati) siano riusciti ad applicare veramente quella “democrazia” da milioni e milioni di persone auspicata dopo avere combattuto (e vinta) la dittatura, oppure se l’Italia è ancora adesso alla ricerca della sua strada per raggiungere (o conquistare) una vera democrazia, senza bisogno di chi la tenga per mano.

Per dirla in termini crudi: non vorremmo svegliarci una mattina e “trovar l’invasor…” da Niscemi a Sigonella, a Vicenza e altrove in Italia.

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